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Maria Cariello

Maria Cariello

Il decreto svuota carceri ha dimenticato i bambini detenuti assieme alle madri

Si è parlato di sovraffollamento delle carceri dopo la sentenza Cedu (8 gennaio 2013) che ha condannato l'Italia per violazione dell'art. 3 della Convenzione Europea sui diritti umani che vieta trattamenti disumani. Non si vuol capire che soltanto con il potenziamento delle strutture sociali deputate alla rieducazione del condannato, attraverso un processo persuasivo, si può dare una risposta concreta.

Si è parlato di sovraffollamento delle carceri dopo la sentenza Cedu (8 gennaio 2013) che ha condannato l'Italia per violazione dell'art. 3 della Convenzione Europea sui diritti umani che vieta trattamenti disumani. Non si vuol capire che soltanto con il potenziamento delle strutture sociali deputate alla rieducazione del condannato, attraverso un processo persuasivo, si può dare una risposta concreta, determinando le modalità di esecuzione della pena in modo adeguato e proporzionale al fatto ed alla persona.

Il decreto «svuota carceri» approvato il 5 agosto dalla Camera dimentica i figli delle detenute. Nel testo, non compare norma che disciplini lo stato dei minori che rimangono in carcere con le madri. I piccoli trarranno vantaggio, certo, dalle norme che favoriscono sconti di pena e l'estensione dei benefici. Ma per il resto ci si dimentica della legge, che dovrebbe entrare in vigore nel 2014: quella per le strutture alternative al carcere dedicate alle recluse con figli.

Non una parola per i 60 bambini di età inferiore a tre anni figli di donne detenute e di cosa ne sarà dal 1° gennaio 2014 quando entrerà in vigore la Legge n. 62/11 a tutela del rapporto tra detenute madri e figli minori. Solo nel penitenziario di Rebibbia 23 bambini sono costretti a guardare il cielo dietro le sbarre. L'art. 1 della citata Legge prevede che non può essere disposta, nè mantenuta la custodia cautelare in carcere, salvo esigenze di eccezionale rilevanza, nei confronti di donne incinta o madre di prole di età non superiore ai sei anni.

Nei loro confronti il giudice potrà disporre la custodia presso un istituto a custodia attenuata. Peccato che gli unici istituti a custodia attenuata siano quelli di Milano e Venezia. Il primo Icam in Italia, quello di Milano, dal 2007 ha ospitato centinaia di madri e bambini fino ai tre anni. Gli agenti non sono in divisa, le madri cucinano e seguono molti corsi. Alcuni bimbi che prima si rifiutavano di parlare, trasferiti all'Icam hanno ripreso a farlo. Il beneficio sociale è altissimo: fra le donne che sono uscite dall'istituto nessuna è tornata a commettere reati.

Il problema è allora, tutt'altro che irrilevante, se si considera che le donne che potrebbero usufruire degli arresti domiciliari non hanno una casa e il numero dei figli delle detenute è destinato a crescere, nell'innalzamento della soglia da tre a sei anni. Quando la custodia in carcere non potrà proseguire, in assenza di istituti a custodia attenuata per detenute madri, si ricorrerà alla misura degli arresti domiciliari, ma in quali condizioni per questi bambini ? Attendiamo le risposte .

 

 

 

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