Martedì, 26 Ottobre 2021
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Il nostro cervello non ha una "ram" potente: il multitasking e le sue conseguenze

Alzi la mano chi durante il giorno non utilizza un'avanzata facoltà intellettiva del nostro cervello che prende il nome di "multitasking". Questa speciale abilità ci permette, apparentemente, di eseguire più compiti contemporaneamente

Alzi la mano chi durante il giorno non utilizza un’avanzata facoltà intellettiva del nostro cervello che prende il nome di “multitasking”. Questa speciale abilità ci permette, apparentemente, di eseguire più compiti contemporaneamente, come ad esempio parlare al cellulare di eventi importanti mentre siamo alla guida di un’automobile o di preparare un pranzo mentre guardiamo sul cellulare notifiche di ogni tipo. Potremmo continuare con gli esempi seguendo l’esperienza estremamente soggettiva che ciascuno di noi vive nella propria quotidianità.

La tendenza ad eseguire più compiti insieme, e qui facciamo cadere un falso mito, non è nelle corde nel nostro cervello. In effetti l’essere umano lavora con una funzione, chiamata “memoria di lavoro”, che riesce, in maniera limitatissima, ad eseguire ed elaborare più processi insieme,  a favore di un lavoro seriale che mette in fila una serie di calcoli e previsioni che cambiano ordine di priorità continuamente. Del resto, se fossimo davvero così bravi nel “multitasking” non lasceremmo mai una macchinetta del caffè troppo a lungo sul fuoco, o non scorderemmo elementi di un’azione effettuata solo perché eravamo in sovrappensiero.

Un esperimento, effetuato su degli studenti dal neuroscienziato Russ Poldrack, ha inoltre dimostrato come il  multitasking trasferisca informazioni nelle regioni del cervello più sbagliate. Gli studenti volontari all’esperimento hanno riprodotto una sessione di studio in compagnia della visione della tv. Durante questa prova, strumenti d’indagine hanno mostrato come le informazioni acquisite durante l’ora di studio accompagnata dalla televisione si sono indirizzate verso il corpo striato, una regione neuronale specializzata nella memorizzazione di nuove procedure, non di fatti e idee. Generalmente, senza distrazioni di vario tipo, le informazioni raggiungono l’ippocampo, dove vengono classificate per essere pronte al recupero.

I costi di questi processi cognitivi dove le azioni che effettuiamo vengono disposte in serie, pronte ad essere elaborate rapidamente ed in maniera incompleta una dopo l’altra, sono molto alti. Sia in termini di sforzi che in termini di salute. Dal punto di vista fisiologico, l’illusione di fare più attività contemporaneamente innesca la produzione di dopamina (che induce una sensazione di piacere con effetti di dipendenza) e di cortisolo, ormone presente in situazioni di stress. Questo circolo vizioso innesca una propensione allo stress secondo cui abbiamo la progressiva tendenza (e dipendenza) a fare molte cose, in modo imperfetto e con una leggera sensazione di malessere.

Inoltre, ed è questo un tasto dolente per le nuove generazioni, la corteccia prefrontale (utile nel reprimere comportamenti impulsivi e nel controllo delle azioni), venendo costantemente stimolata da più informazioni elaborate volontariamente, diventa a sua volta vittima delle molteplici distrazioni con cui possiamo venire a contatto. Quindi, se molti bambini non riescono più a studiare nella maniera “classica” ma attuano uno studio frammentato dalle continue distrazioni da tv, tablet e smartphone, il motivo è da ricercare nello stile con cui gestiscono le proprie attività durante il tempo libero e non.

A scanso di equivoci, vale la pena ricordare che i compiti eseguiti in multitasking raggiungono punteggi mediocri in termini di qualità ed affidabilità. Esistono tecniche utili per rompere questi circoli viziosi e che aiutano le nostre funzioni cognitive nel disinserire il cosiddetto “pilota automatico” del pensiero, facendoci apprezzare il momento presente e l’esperienza degli istanti che viviamo durante la quotidianità.

Queste tecniche, chiamate mindfulness, permettono una costante riduzione degli automatismi comportamentali che mettiamo in atto e dei giudizi che limitano un approccio aperto, vincolato da preconcetti verso la realtà, e che si traducono in malessere psichico e psicologico. Chi si approccia a specialisti psicologi, che attuano le tecniche mindfulness, potrebbe trovare dei punti in comune con le tecniche di autorilassamento e con le pratiche di meditazione zen. Gli esercizi messi in pratica, sotto la supervisione di tecnici esperti, si focalizzano sul recupero delle sensazioni corporee, percezioni aiutate dalla centralità del proprio respiro come unico metro di valutazione della realtà.

L’unione di queste conoscenze e delle terapie cognitive comportamentali sono indicate sia per l’incremento del proprio benessere sia per la cura di molteplici disturbi psicologici. Tali percorsi, da non confondersi con le tecniche di autorilassamento fai da te, possono esser la chiave di volta per molte persone sensibili ed interessate al recupero del controllo della propria vita.

Del resto, se è vero che la vita ci pone davanti a situazioni altamente frenetiche e stressogene, siamo ancora liberi di scegliere il modo in cui affrontarle: se come un topolino che gira forsennato dentro la sua ruota nella gabbia, oppure con la coscienza di esser padroni delle nostre scelte e della nostra psiche. (v.brugnola@libero.it)

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