Domenica, 16 Maggio 2021
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A cura di Blog Collettivo

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Il velo dell’adolescenza: tra “normalità” e patologia

Sminuire le preoccupazioni del figlio, arrabbiarsi senza lasciare spazio al dialogo, trasmettere le proprie ansie, richiedere alti risultati a scuola, negli hobby, nel quotidiano sono atteggiamenti poco utili e produttivi

L’adolescenza è un momento molto delicato per un giovane che lascia il suo essere bambino e ci affaccia, con timore anche, al nuovo divenire. Fisico e mente cambiano, si modificano i gusti, l’interesse sessuale, le modalità di relazionarsi con gli altri può essere più irruento. Non si capisce bene cosa accade. Non aver voglia di fare, entrare in routine quotidiane, incapacità a costruire e coltivare rapporti sociali, da cui derivano ritiro sociale e scolastico.  Tendenzialmente questo può rappresentare l’essere adolescente. Tuttavia se tali modalità perdurano, s’intensificano devono destare preoccupazione e saper intuire il “normale” sviluppo da una possibile patologia.

Distinguere depressione dall’autodeterminazione può diventare importante per un genitore o un educatore. Ad esempio, in preadolescenza i maschi si lavano un po' meno, ma non perché siano depressi, quanto per sganciarsi dall'appartenenza materna. È un modo per prendere possesso del proprio corpo. In generale si diventa più irrequieti, insoddisfatti, volubili.

I sintomi della depressione disegnano, invece, una diminuzione del sonno, dell’appetito e del peso, sentimenti di disperazione, inutilità, tristezza e rassegnazione, isolamento sociale, problemi di concentrazione e di memoria, pensieri o azioni suicide. Questo velo scuro che cala sull’adolescente è il cocktail di più fattori. Innanzitutto ereditari: i geni possono avere un certo peso, influenzando l’attività chimica del cervello. Poi social-ambientali, l’abuso prolungato di sostanze, lo stress, lutti emotivi (divorzio dei genitori, morte di una persona cara, abusi fisici o sessuali), un grave incidente, una malattia, un deficit motorio. Non solo il bullismo ha il suo peso fondamentale. Il non riconoscersi in un corpo che cambia, in una vita che cambia, associato ad una continua critica da parte dei compagni può indurre a pensieri depressivi cronici. Anche il distacco emotivo da parte di un genitore depresso e l’instabilità dei genitori nella cura affettiva possono contribuire in buona misura all’avallare i sintomi.

Sminuire le preoccupazioni e le vicissitudini del figlio adolescente, arrabbiarsi senza lasciare spazio al dialogo, trasmettere le proprie ansie, richiedere alti risultati a scuola, negli hobby, nel quotidiano sono atteggiamenti poco utili e produttivi. Invece provare a costruire un ponte di comunicazione, un momento di ascolto attivo e non istruttivo, in cui valorizza il vissuto anche doloroso dell’adolescente, fa sentire lo stesso apprezzato, non giudicato, con un pizzico di fiducia in più in sé e nel mondo. Se proprio non si riesce a dialogare serenamente, occorrerebbe comunicare al proprio figlio di essere un po’ preoccupati per lui e parlarne con un esperto. Anche se sono i ragazzi che devono decidere di fare qualcosa per stare meglio, i genitori perdono un po’ di potere, non possono né devono abbassare la guardia. Per questo è più utile avvicinarsi al loro mondo, accettando quei piccoli cambiamenti adeguati e funzionali, mantenendo aperta la porta del dialogo. I litigi sono sani perché portano all’identificazione del proprio sé e alla costruzione della propria identità sociale. Un genitore apprezza più un figlio che esprime una sua opinione difendendola, piuttosto che un pensiero passivo.

In più, è poco opportuno chiedere all’adolescente di stare bene o comportarsi in un certo modo, solo per diminuire l’ansia genitoriale: se pensate che raccomandare il proprio figlio porti essenzialmente a sedare le vostre angosce, occorre razionalizzare se poi davvero è un momento di crescita per vostro figlio, o un iper-protezionismo. Vuol dire che non state facendo il suo bene, ma il vostro, comprensibilissimo. Non per questo bisogna essere permissivi, o troppo innovativi per stare alla loro “altezza”. Una cura genuina, sincera, un ascolto empatico e non giudicante, istruttivo, una comprensione associando tutto questo a norme ben ferree, coerenti e motivate. In caso di un dubbio più importante è necessario mettere al centro la sofferenza dell'adolescente.

Non dimentichiamo che una patologia nasce un po come l’albero: ci sono fattori predisponenti (un terreno fertile) su cui cade un evento precipitante (un seme) e che viene alimentato da situazioni sociali (eventi ambientali atmosferici). Possiamo con occhio attento e obiettivo, accorgerci quando qualcosa non va, intervenire tempestivamente e ridare un sorriso all’adolescente.

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