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Tagli ai servizi sociali: necessaria una “rivoluzione copernicana” per i nidi

La mannaia della spending review non si abbatta su un servizio essenziale per l'annullamento delle disugaglianze

A distanza di una settimana l’uno dall’altro sono stati pubblicati sul quotidiano Repubblica (edizione della domenica) due articoli aventi ad oggetto i nidi: “Il futuro passa dai nidi“ di Linda Laura Sabbadini Direttore Centrale Istat, e “ I nidi della disuguaglianza” scritto a “sei mani” da Emmanuele Pavolini, Alessandro Rosina e Chiara Saraceno.

Il primo focalizza l’attenzione su come l’obiettivo di portare nei nidi il 60% dei bambini da oggi ai prossimi cinque anni permetterebbe un incremento dell’occupazione femminile oltre le 100.000 unità, solo nel settore della cura ed educazione dei bimbi. Il “risparmio” dato dal mancato investimento in asili nido ha rappresentato una grave penalizzazione oltre che per le mamme anche per i bimbi perché, come scrive la Sabbadini, “quelli che li frequentano hanno maggiori probabilità di avere esiti positivi nel loro percorso scolastico” e inoltre perché “le famiglie deprivate o povere non possono usufruire dei vantaggi che i nidi forniscono”. 

Perché se i comuni non investono nella crescita delle future generazioni allora sarà il futuro di intere comunità ad essere pericolosamente incerto. Per questo, sostiene la Sabbadini, i nidi attrezzati con personale qualificato e quindi con servizi con elevata qualità devono essere considerati servizi educativi essenziali ossia essere, insieme alle scuole dell’infanzia, un sistema integrato di servizi per i bambini da 0 a 6 anni, quale primo elemento del generale sistema di educazione ed istruzione italiana superando la logica del servizio a domanda individuale.

L’articolo della domenica successiva, partendo dal ritardo con cui l’Italia non è riuscita a “raggiungere l’obiettivo di assicurare i servizi educativi al 33% della fascia d’età 02 neppure 10 anni dopo il target stabilito dall’unione europea (2010)”, suggerisce come utilizzare i fondi rinvenimenti dal Recovery Found intervenendo dove i nidi sono più carenti ed i bambini in condizione di maggiore svantaggio; quindi, proprio nel Mezzogiorno dove “si favorirebbe un’operazione di contrasto alla povertà educativa ed alle disuguaglianze proprio nella fase della vita più vulnerabile agli effetti negativi delle carenze di risorse”.

Un obiettivo che secondo gli autori del secondo articolo potrebbe essere raggiunto in un arco temporale di cinque anni, con una spesa circa 1,5 miliardi l’anno; investimento che garantirebbe l’accesso al 60% dei bambini fino ai tre anni (oggi l’Italia e di sotto del 33%, parametro fissato dall’Europa per il 2002). Ma l’obiettivo del 60% potrà essere raggiunto solo se accanto all’iniziativa di Comuni e Regioni, vi sarà quella essenziale del Ministero dell’Istruzione, “come garante dei livelli essenziali dei servizi su tutto il territorio nazionale”.
Questo significa che i Comuni di concerto con le Regioni devono fare delle scelte fondamentali su quale servizi puntare e quali ridimensionare. Secondo i tre autori, molti servizi con l’effetto Covid-19 rischiano di chiudere. La scelta è complicata ed ogni soluzione che preveda tagli potrebbe acuire la sofferenza sociale, soprattutto nel Meridione.

In realtà soluzioni di alternative ve ne sono; è sufficiente osservare quello che succede in altri comuni italiani e come i servizi vengono erogati. Tra questi l’esempio di Empoli che con il 14% di spesa in meno è riuscito ad erogare il 47% in più di servizi rispetto alla media nazionale, (fonte OpenCivitas). In poche parole, se il Comune di Brindisi spende quasi 8 milioni in più rispetto alla spesa standard (con una differenza di oltre l’87%), con un livello del servizio inferiore del 33% rispetto al livello standard e con una spesa pro-capite di circa 667 euro per abitante, il Comune di Empoli spende oltre il 16% in meno rispetto alla media, con una spesa pro capite di circa 140 euro e con un livello dei servizi pari a quello standard.

E allora il Covid-19 deve essere un’opportunità e non un alibi. I Comuni, di concerto con Regioni e Governo, devono assumere la responsabilità di una rivoluzione copernicana nei servizi sociali, e soprattutto negli asili nido, definendo e garantendo livelli essenziali ed omogenei su tutto il territorio nazionale per annullare le disuguaglianze, per non derubare i bimbi di un futuro dignitoso.

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