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Come preservare e valorizzare la tipicità e la qualità dei vini del Salento

La memoria storica della tradizionale vitivinicoltura brindisina, restituisce l’immagine di un settore sottomesso più alle pratiche commerciali, per conto terzi, rivolte allo sfruttamento della produzione del vino locale

La memoria storica della tradizionale vitivinicoltura brindisina, restituisce l’immagine di un settore sottomesso più alle pratiche commerciali, per conto terzi, rivolte allo sfruttamento della produzione del vino locale, che alle pratiche enologiche vere e proprie: infatti, il vino prodotto dalle uve autoctone veniva manipolato ed utilizzato altrove per migliorare la qualità dei vini di altre regioni d’Italia e d’Europa. Tanto, scaturisce dal fatto che, alcune società del nord Italia, per produrre il vino necessario alle proprie esigenze aziendali con regolarità, avevano acquistato nel Salento diverse aziende viticole, coltivandole prevalentemente ad alberello con le varietà tipiche del territorio. La forte richiesta di vino così strutturato comportava una progressiva espansione della coltura viticola nel Salento, fino a diventare insieme a quella dell’olivo, ora quasi scomparsa a causa della Xylella, il pilastro economico dell’economia agricola salentina e delle attività dell’indotto. Ovviamente, quel modello produttivo si basava su di uno standard di coltivazione quanti-qualitativo dei vitigni impiantati, che consentiva di ottenere un vino con le stesse caratteristiche, come richiesto dal mercato. Il vigneto veniva allevato esclusivamente ad alberello pugliese e il rapporto delle varietà coltivate si replicava nella stessa proporzione per appezzamenti unitari, ad esempio: 4 filari di Negroamaro, 2 filari di Malvasia nera ed un filare di Susumaniello.

Campagna Puglia-2

Negli ultimi venticinque anni del secolo scorso, al fine di riscattare dal ruolo subalterno i vini Salentini e conferire loro dignità e personalità, non inferiore a quella dei più noti vini della tradizione italiana, venne intrapresa la strada della Doc “denominazione di origine controllata” per aree delimitate del Salento, anziché perseguire la logica di una denominazione di origine controllata unica per il vino prodotto nel Salento: Doc Salento, con un unico disciplinare, indicando eventualmente l’area di produzione. In considerazione, soprattutto, che le principali componenti dei vini delle diverse sottozone risultano simili, con piccole differenze riguardanti le componenti minori. Ciò ha prodotto un numero eccessivo di vini Doc , riferiti ad altrettante microzone (Brindisi, Squinzano, Salice S.no, Copertino, Matino, etc.), obbedendo a spinte localistiche e campanilistiche. Tuttavia, nessuna di quelle Doc sinora è decollata imponendosi autorevolmente sul mercato, tantomeno si prevedono prospettive entusiasmanti per il futuro. In tale scenario, però, è doveroso menzionare il ruolo importante ricoperto da alcune Case vinicole che hanno saputo valorizzare vini di pregio del Salento.

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Per rimanere nell’ambito della provincia di Brindisi e della parte confinante della provincia di Lecce, particolare richiamo meritano: l’Azienda Vitivinicola Leone De Castris, di Salice S.no, decano tra tutte e nota per aver immesso sul mercato il primo vino rosato, il “Five Roses”, così denominato in omaggio alla numerose richieste della clientela americana del dopoguerra. L’azienda di Cosimo Taurino di Guagnano, con il suo vino di punta il “Patriglione”, ottenuto dalla vinificazione di Negroamaro al 100%. Candido di Sandonaci, affermatosi in particolare con il vino “Cappello di prete”, anch’esso ottenuto dalla vinificazione in purezza di Negroamaro. In seguito, è stata la volta di due Case sorte ed affermatesi per merito di due enologi, dotati di spiccato spirito imprenditoriale, la Casa Cantele di Guagnano, creata nel 1979 dalla famiglia Cantele, di origini venete e la Cantina Due Palme di Cellino S. Marco, di Angelo Maci, la più grossa realtà vinicola del Salento, che imbottiglia annualmente ben 10 milioni di esemplari di vino pregiato. Per finire con la ditta “Tenute Rubino” di Brindisi, nata negli ultimi decenni del ‘900, per merito di un industriale, che aveva intuito, dopo l’ecatombe dei vigneti di fine secolo, le grandi potenzialità di sviluppo di una vitivinicoltura orientata all’alta qualità del prodotto destinato al consumo diretto.

Le ragioni del mancato successo delle diverse Doc salentine, ad eccezione forse della Doc Salice S.no, in una zona dove sono concentrate alcune tra le più affermate Case vinicole del Salento, è da imputarsi, più che al difettoso funzionamento dei Consorzi di Tutela, allo scarso affidamento riposto dagli operatori nelle Doc , considerate strumenti insufficienti per l’affermazione dei loro prodotti. Inoltre, la composizione varietale delle Doc esistenti non fa che replicare, senza grandi differenze, quella del vino prodotto “vecchia maniera”, ormai considerato obsoleto. 

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La scelta compiuta da tutte le case vinicole del Salento di preferire lo strumento della Igt (Indicazione Geografica Tipica) per l’affermazione dei vini prodotti è dovuta al fatto che i vini etichettati Igr, pur con una qualifica inferiore nella scala di merito delle qualità, in relazione all’elasticità della formula, non sottoposta ai vincoli dei rigidi disciplinari delle Doc , consentono libertà di scelta nell’utilizzo delle varietà di viti, anche alloctone, per la vinificazione, es. Chardonnay, Montepulciano, Vermentino, etc. Del resto, l’Amativo, etichetta Igt di punta della Casa Cantele è ottenuto da un blend del 40% di Negroamaro e 60% di Primitivo, vitigno originario di altra zona del Salento, dove felicemente si è riusciti ad accoppiare vitigno e zona di produzione nella definizione di quella Doc “Primitivo di Manduria". 
In un mercato molto concorrenziale, come quello del vino, con protagonisti agguerriti sparsi in tutto il pianeta, gli operatori salentini, non disponendo di marchi di antico e consolidato prestigio, come il Barolo, il Brunello di Montalcino, ricorrono ad un mixer di uve, consentite dai rispettivi disciplinari Igt, per rinnovare, con “innovazioni di prodotto”, il campionario dei vini per la clientela, in gran parte estera. Tuttavia, a dare identità e notorietà vinicola ad un territorio intervengono solo ed esclusivamente i vitigni autoctoni.

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Così è stato con il Negroamaro ed il Primitivo, i due vitigni salentini impostisi in Italia ed all’estero, tanto da richiamare importanti investitori nelle aree di coltivazione. Se quanto affermato risulta veritiero, perché non si punta ad ottenere una unica Doc per il Negroamaro, in purezza, del Salento, per preservarlo da possibili contaminazioni da parte di produttori di altre regioni, considerato che il primitivo ha già la sua Doc e che finora non si è riusciti ad unificare, in una sola Doc “Salento” con un unico disciplinare di produzione, le Doc esistenti?

L’esigenza di accomunare vitigno e territorio di coltivazione, nel caso indicato, “Negroamaro del  Salento” Doc , con riferimento alla vasta area salentina di antica origine e tradizione colturale  di quel vitigno, consentirebbe di raggiungere un altro importante obiettivo, come notava l’imprenditore enologo brindisino, Sergio Botrugno: “Sviluppare un marketing enogastronomico legato alla realtà dei luoghi di produzione, in quanto oltre al terroir, ovvero al terreno, al clima, alla coltura ed alle tradizioni,  fondamentale diventerebbe l’interazione culturale, coinvolgendo non solo i produttori, ma l’intero tessuto economico del Salento”.  Molto è stato realizzato sul piano della riscoperta e valorizzazione di antichi vitigni della tradizione colturale salentina ad opera di benemerite case vinicole e di abili enologi e come esempi si potrebbero citare il Susumamaniello e l’Ottavianello, quasi scomparso, il secondo, dalla ristretta area di coltivazione del passato (Ostuni).  Al riguardo, al fine di valorizzare gli antichi vitigni coltivati dai nostri antenati e poi abbandonati, diventa rilevante la stretta collaborazione tra il settore della produzione con il mondo della Ricerca rivolta a ricostituire l’inestimabile valore del patrimonio ampelografico autoctono.  

Le foto sono state gentilmente messe a disposizione dal dott. Piero Sumeraro

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