Giovedì, 5 Agosto 2021
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A cura di Blog Collettivo

La paura e la scoperta di essere vulnerabili: come la pandemia ci sta cambiando

L'analisi dello psicologo e psicoterapeuta Vito Mauro Brugnola, un anno dopo i primi casi di Covid-19 nel nostro Paese

Sì, è passato un anno da quando abbiamo ascoltato, letto e visto i titoli che annunciavano: “Emergenza Covid, l’Italia si ferma!”. Abbiamo avuto paura: c’è stata una corsa all’acquisto di disinfettanti e mascherine, generi alimentari di prima necessità, interi scaffali vuoti nei supermercati; ci siamo prodigati in chiamate e messaggi alle persone più care chiedendo: “Cosa sta succedendo, come dobbiamo fare?”

Tutto questo nel caotico vociare delle nostre paure e con il sottofondo del silenzio assordante delle nostre strade e piazze vuote, prive del calore umano. Le case italiane sono diventate straordinarie botteghe di pane e focacce appena sfornati ed i balconi delle città come megafono di canti e messaggi di speranza, tramonti amaranto seguiti dalle tonalità magenta accompagnavano i nostri interrogativi. 

Possiamo dirlo, è passato un anno e sebbene l’emergenza faccia ancora parte della nostra vita, quegli aspetti così solenni sono solo un ricordo. Abbiamo familiarizzato con nuove parole: lock-down, Dpcm, assembramenti, ristori, congiunti e così via e ad oggi è giusto chiedersi: cosa ci ha portato quest’anno? Una risposta per ora ancora non c’è ma possiamo rifletterci assieme.

Di sicuro abbiamo scoperto di essere vulnerabili davanti ad un minuscolo virus di 160 nm, ed è oggi lampante l’inconsistenza del pernicioso ostacolo verso la ragione comune ossia la negazione della pandemia. Se l’esasperato egocentrismo di taluni ha macchiato la gestione dell’emergenza, d’altra parte è giusto riconoscere tante componenti della società civile come fari luminosi puntati sulla speranza.

Come non ricordare infermieri e medici, non eroi ma missionari della serietà, dispensatori di vita: i lividi dell’infermiera Alessia che invita alla prudenza perché i morti ci sono e sono tanti, mentre evoca le drammatiche immagini di chi muore da solo nelle corsie. Come non comprendere i responsabili governanti della res pubblica investiti della più grave delle responsabilità dal dopoguerra ad oggi. 

Abbiamo conosciuto mille storie di vita, tratteggiate dai colori dell’umana diversità. I dati pubblicati a giugno 2020 indicano che per un italiano su due il lock-down è stato un trauma, vissuto in diverse modalità, dal forte senso di protezione verso se stessi ed i propri cari alternato dalla leggerezza e dall’incoscienza di alcuni. Nello specifico un ruolo importante è stato giocato dai tratti psicologici come narcisistici, ossessivi o paranoidi, presenti in ciascuno di noi che costellano il puzzle dell’eterogeneità della nostri quartieri, delle nostre città e del mondo che popoliamo. A ogni tratto seguono comportamenti diversi, premure o atti di leggerezza, spritz distanziati o feste private nascoste, approvazione per un Dpcm o sterili polemiche.

E’ il nostro modo di elaborare la realtà interpretando in maniera arbitraria e soggettiva le sfumature per riempire di sostenibilità e coerenza un arco temporale. Ed oggi arriva il primo “anniversario” di questo incredibile arco temporale e non dobbiamo aver paura di guardarci indietro per apprezzare la nostra resistenza e i nostri valori. La positività più consistente e piena non risiede nell’ottimismo irreale, come quella di un bambino che mangia un barattolo di Nutella pretendendo di non sperimentare un mal di pancia, ma nella comprensione della difficoltà e il superamento dello sgradevole con la consapevolezza che gli ostacoli valorizzano la nostra esistenza con un nitore che altrimenti non vi sarebbe.

Forse abbiamo iniziato a comprendere l’effetto palliativo del social “like” e toccato con mano le conseguenze negative dell’algofobia insita dei nostri tempi. Dalla visione dell’anziano intubato che abbraccia il proprio figlio separato da un telo, abbiamo apprezzato la vicinanza dei nostri cari, così come dal lock-down forzato abbiamo capito la grande bellezza di una semplice passeggiata. Aiutandoci con un’analogia possiamo dire che, come un’imbarcazione ha superato il giro di boa affrontando venti avversi ed onde inaspettate, dovendo continuare a veleggiare fra i marosi, diventa necessario dare vento alle vele, così noi possiamo trasformare l’esperienza finora vissuta nell’occasione per dare un nuovo assetto alla propria vita, che comprenda anche l’importanza delle piccole cose, date spesso come scontate. 

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