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L'ipocondria: ammalarsi della paura di ammalarsi

Le nuove frontiere della scienza e i traguardi raggiunti ci fanno credere di poter conoscere minimamente ogni cambiamento del nostro corpo, specie se malato. Ci muove, anche a voler scoprire a tutti i costi come stiamo

Le nuove frontiere della scienza e i traguardi raggiunti ci fanno credere di poter conoscere minimamente ogni cambiamento del nostro corpo, specie se malato. Ci muove, anche a voler scoprire a tutti i costi come stiamo. Se questo atteggiamento diventa ossessivo e controllante tanto da invalidare la quotidianità, tanto da logorare la mente con continue preoccupazioni, allora è ipocondria.

La paura di essere malati gravemente, di morire porta al rimuginio della preoccupazione di sviluppare patologie mediche, producendo sofferenza ed emozioni negative (ansia, depressione, rabbia). A livello, comportamentale l’ipocondriaco tende ad evitare le situazioni che possono esporlo a contrarre malattie, precludendosi la possibilità di smentire il significato precedentemente attribuito ai sintomi e mantenendo il disturbo.

Lo stesso Ippocrate teorizzava il termine “ipocondria” come un disordine dello stomaco e della mente, che cagionava problemi digestivi, grande tristezza e paura di morire.  Inoltre, la maggior parte degli esami sono lesivi al portafoglio ed anche della salute. Il paziente, infatti, tende a svalutare l’importanza e la veridicità dei risultati medici svolti, ad astrarre selettivamente informazioni sui sintomi (tralasciandone altre) che sta provando e drammatizza il significato degli stessi. Si focalizza eccessivamente su segnali fisici innocui come l’evidenza di una grave malattia: battito cardiaco, sudorazione, raffreddore o un colpo di tosse.

Così si sente costretto al controllo constante, analisi, medicine, visite mediche, è mosso dalla convinzione di dover avere certezze sul proprio stato di salute. Di fatto però nessun tipo di accertamento, anche con esito positivo, soddisfa tanto da cercare nuovamente ed in maniera più scrupolosa nuovi esami medici. Perché si deve cercare il medico migliore, la medicina perfetta. Sembra che il tema di fondo sia la ricercatezza di una base sicura, che nessuno, neanche il più bravo specialista riesce a dare.

“Sarà sfuggito un dettaglio al medico, se le analisi non hanno rivelato nulla è perché non sono state approfondite, devo farne altre” è così via all’infinito. Dietro il timore di malattia vi è un grande senso di vulnerabilità, bisogno di controllare problemi gestiti erroneamente ricercando un’impossibile certezza di perfetta sanità. Apparentemente l’unico momento in cui si è tranquilli è quando si leggono le analisi ma, dopo un secondo, si è nuovamente al di fuori del range di controllo.

Seguendo l’ottica cognitivo comportamentale è importante identificare le credenze irrazionali (“devo fare le analisi” “si sono sbagliati”) per costruire un modello alternativo e più adattivo di comprensione dei sintomi corporei spiacevoli che il paziente sperimenta. Occorre comprendere quali meccanismi attivano l’ansia e poi gradualmente esporsi nuovamente alla situazione temuta fino a far perdere a quest’ultima il senso angosciante che spinge a evitarla. (rita.verardi@libero.it)

Essere consapevoli che non si può controllare tutto, tanto meno il futuro, ci evita di stare male nel presente, perché la preoccupazione di fatto è un pensiero non attuale che spinge in avanti, come se quel qualcosa fosse già accaduto. La fiducia verso il mondo esterno, l’esplorazione, prima mancanti, saranno i nuovi mattoni su cui ricostruire la propria vita, utilizzando nuove strategie adeguate di controllo del pensiero “non posso preoccuparmi prima di ricevere una diagnosi”.

È importante, infine, non assicurare il paziente del fatto che non contrarrà nuove malattie, ma renderlo consapevole dell’inevitabilità di questi eventi: accettando il proprio destino come esseri umani, e quindi della debolezza umana, il soggetto può apprezzare la sua vita nel suo complesso.

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