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Sanità, trasporti, lavoro: il Sud non può più aspettare

Tra qualche giorno la Svimez renderà pubblico il rapporto annuale sul Mezzogiorno. Vedremo cosa è cambiato rispetto al quadro negativo e allarmante fatto l'anno scorso e a seguito del quale fu enfaticamente lanciato dal presidente del Consiglio Renzi il famoso "master plan"

Tra qualche giorno la Svimez renderà pubblico il rapporto annuale sul Mezzogiorno. Vedremo cosa è cambiato rispetto al quadro negativo e  allarmante fatto l'anno scorso e a seguito del quale fu enfaticamente lanciato dal presidente del Consiglio Renzi il famoso "master plan", piano poi spezzettato in tanti patti regionali e di città metropolitane che non sono altro l'elenco di opere e finanziamenti già decisi e finanziati con preesistenti e vecchie risorse.

Da questi patti, poi, la Puglia risulta ancora esclusa a causa di quelle che eufemisticamente vengono definite come  "incomprensioni" e diverse interpretazioni tra la regione e il governo nazionale. Intanto non si hanno ancora notizie sui tempi e sui contenuti di questa  sottoscrizione e  di cui qualcuno si dovrebbe pure assumere le responsabilità.

Ci sono però già alcuni dati sul Mezzogiorno, dati preannunciati da altri istituti e di cui certamente  la Svimez darà conto. Essi indicano un Sud che ha arrestato la lunga recessione e che cresce un po' di più delle altre  aree del paese. Sono dati positivi ma che non possono essere utilizzati per parlare di crescita. Sbagliano coloro che li enfatizzano o enfatizzeranno via Twitter.

Vanno innanzitutto  rapportati a quelli di una ripresa modesta, asfittica dell'Europa e dell'Italia la cui crescita è la metà della media europea. I fatti internazionali di questi giorni e le incertezze che essi determinano aggravano la situazione.

Il Sud continua a stare peggio. I dati del Mezzogiorno indicano solo qualche zero virgola in più ma non sono una inversione di tendenza e non prefigurano uno sviluppo e  una crescita. Se poi se si  guarda dentro questi dati si capisce che essi sono più il frutto del contributo dato dai settori dell'agricoltura e del turismo che hanno beneficiato di fattori internazionali favorevoli, che di specifiche politiche nazionali.

Non c'è ancora una crescita industriale anzi continua la desertificazione industriale di cui il rapporto Svimez dell'anno scorso parlava. Il divario tra Sud e il resto del Paese aumenta nel settore dei servizi oltre che in quello industriale. Con questi ritmi di crescita, se pur positivi, ci vorranno 14 anni per raggiungere i livelli precrisi, quelli prima della lunga recessione iniziata nel 2008! Cioè per tornare a come stava il Mezzogiorno prima del 2008 si dovrà aspettare almeno 14 anni.

E già allora certamente non si stava bene. Il divario tra Sud e altre aree del paese era forte, la disoccupazione e quella giovanile in particolare erano già allora insostenibili. Nel frattempo la disoccupazione è aumentata, le diseguaglianze sono drammaticamente cresciute. Basta guardare a Brindisi dove la disoccupazione ha raggiunto il 35% e quella giovanile più del 60%!

Mentre se si escludono gli investimenti in alcune aziende industriali fortemente incentivate dalla Regione, settori importanti della tradizionale base produttiva brindisina (petrolchimica, energia prodotta da fossili, subfornitura dell'industria aeronautica) sono in fase di ridimensionamento se non di possibile crisi. Quale sviluppo potrà mai assorbire i livelli di disoccupazione che si registrano a Brindisi e in gran parte delle aree meridionali?

Una situazione questa che,  senza una politica di investimenti pubblici e privati e senza una idea per il mezzogiorno per ridurre il suo divario e  combattere la economia duale dell'Italia, si aggraverà. Quando in un'area come quella di Brindisi si registrano questi livelli di disoccupazione quanti investimenti sono necessari per una inversione di tendenza per poter assorbire e mettere a lavoro tanti disoccupati?

Certo il reddito di cittadinanza è quello di dignità sono certamente utili per alleviare lo status individuale della parte che più soffre, ma non sono sufficienti e non creano sviluppo. Ci vuole quindi una strategia per il Mezzogiorno che non sono i patti regionali o locali per lo sviluppo proposti da questo governo. Essi vanno pure sottoscritti ma servono politiche e investimenti se si vogliono combattere diseguaglianze territoriali e sociali e diminuire il divario che si è ulteriormente accumulato tra Sud e resto del Paese e la stessa Europa.

Non so a quanti capita di riflettere sulla nostra sfortuna per essere nati e per vivere dalle nostre parti. Quante diseguaglianze sopportiamo, quante opportunità in meno hanno i nostri figli per studiare, per muoversi, per avere servizi e diritti come quelli del Nord e del Centro? E quanto tutto questo incide sui redditi famigliari? I costi che le famiglie del Sud sono ormai difficilmente sopportabili e stanno determinando altro impoverimento o rinunce inumane alla stessa propria salute.

Basti pensare al servizio sanitario e ospedaliero  che al Nord funziona e guarisce e al Sud se ti va bene ti fa sopravvivere. Quanti di noi sono costretti ad andare al Nord per fronteggiare malattie o per fare interventi chirurgici? Per non parlare del sistema universitario che al Nord è diffuso e qualificato. È inserito in un ambiente favorevole di ricerca e di lavoro. Al Sud è diventato per molti un prolungamento del proprio periodo di studio senza poterlo utilizzare per lavorare.

E quanti nostri giovani e figli vanno a studiare fuori per formarsi e poi non tornano?  I sacrifici e i costi sopportati per studiare nelle università del Centro e del Nord vanno ad arricchire altre aree e impoveriscono di professionalità e competenze i territori in cui sono nati e dove le loro famiglie hanno fatto i sacrifici per farli studiare. Ma la formazione inizia anche dai primi anni di vita. Faccio sempre l'esempio degli asili nidi per evidenziare la differenza tra Nord e Sud. Il rapporto è uno a dieci nei migliori dei casi. Andate a vedere quanti asili nido ci sono a Brindisi e quanti ce ne sono, non dico a Reggio Emilia, ma in qualsiasi città del Nord.

In questi giorni, a seguito della mala gestione delle Ferrovie del Sud-Est e del drammatico disastro ferroviario del Nord Barese, è tornato prepotentemente il problema dell'arretratezza del trasporto ferroviario locale e regionale. Anche qui quanta differenza tra Nord e Sud. Viaggiare, spostarsi, utilizzare i mezzi pubblici non è la stessa cosa in Puglia o in Lombardia o in Toscana o in Emilia. E non solo per la sicurezza!

E la questione dei rifiuti dove la mettiamo? Perché al Nord le città  sono pulite e al Sud no? Perché tante emergenze per la raccolta e lo smaltimento? Il Mezzogiorno deve essere il banco di prova innanzitutto per i meridionali e  di una nuova politica democratica e di crescita nazionale. Investimenti pubblici, politiche  sanitarie, universitarie, infrastrutturali sono da ripensare e attuare per combattere dualità, divari, disuguaglianze. Fino a quando non si creeranno queste condizioni il Mezzogiorno non crescerà.

Si tratta allora di attuare quanto previsto dalla costituzione: diritto alla salute, alla formazione e alla mobilità. Diritti non a caso garantiti a tutti dallo Stato e pagati attraverso la fiscalità generale (anche quella di noi meridionali!) ma che nel corso degli ultimi tempi sono stati messi in discussione o vanificate da politiche di bilancio restrittive e da un liberismo esasperato, fatto passare come ineluttabile ed "europeo". Le riforme costituzionali senza giustizia sociale non hanno senso. Il Paese non cresce perché c'è una Costituzione fino adesso non riformata.

Io ho fatto parte di una generazione che ha combattuto, contro il divario e le ingiustizie ,per sviluppare il Mezzogiorno. Le lotte bracciantili e  contadine del dopoguerra e quelle operaie degli anni ‘70 contribuirono a sviluppare e a modernizzare il Sud. Le lotte studentesche di quegli anni democratizzarono l'accesso alla formazione e la  fecero diventare un diritto. I governi di allora si dotarono di strumenti (Cassa del Mezzogiorno),di politiche pubbliche ed industriali mettendo  a disposizione investimenti pubblici che aiutarono il mezzogiorno a crescere e a svilupparsi. 

Oggi mancano lotte, politiche e investimenti. Forse se il PD e la sinistra ripartissero da quì troverebbe il filo della propria esistenza e utilità e capirebbe anche perché perdono credibilità, voti ed elettori. E se si ritornasse poi al conflitto e alla mobilitazione popolare e culturale per combattere divario e ingiustizie, liberando il Mezzogiorno da intermediazioni parassitarie e da illegalità che in molte casi coincidono, nel senso comune, con l'attività politica e istituzionale, interpretata e gestita da un ceto politico affaristico e rassegnato, forse nascerebbero anche nel Sud nuove e autonome classi dirigenti.

Si tratta di prendersi in carico un nuovo Mezzogiorno per farlo crescere pretendendo dallo Stato il giusto sostegno e l'attuazione della Costituzione prima di qualsiasi sua riforma. Ma per pretendere bisogna cambiare noi stessi.

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