menu camera rotate-device rotate-mobile facebook telegram twitter whatsapp apple googleplay
Il senatore Salvatore Tomaselli

Il senatore Salvatore Tomaselli

La crisi del Pd, la graticola della "rete" e la richiesta di nuova politica

Sono stati giorni drammatici quelli che hanno letteralmente sconvolto il Pd. Prima ancora dei fatti della politica e dei suoi meccanismi spesso duri e oscuri, c'é il grandissimo disagio personale vissuto dentro una vicenda che non avrei mai immaginato di incontrare in questa mia esperienza politica e istituzionale.

Sono stati giorni drammatici quelli che hanno letteralmente sconvolto il Pd. Prima ancora dei fatti della politica e dei suoi meccanismi spesso duri e oscuri, c'é il grandissimo disagio personale vissuto dentro una vicenda che non avrei mai immaginato di incontrare in questa mia esperienza politica e istituzionale.

Sono esplose, in quei giorni, tutte insieme le contraddizioni e le vere e proprie "incompatibilità" che persistono nel Pd dalla sua nascita ad oggi. Si, proprio così: idee della politica, della partecipazione alla vita pubblica, dello "strumento" partito così profondamente diverse tra loro fino a rasentare l'incompatibilità se non a prezzo di ipocrite sintesi spesso di facciata, a tutti i livelli.

Il dramma, per tutti noi e, soprattutto, per il paese é aver prodotto questa implosione in un'occasione istituzionale così decisiva come la elezione del Presidente della Repubblica, sotto lo sguardo giustamente disorientato degli italiani e disgustato della nostra gente. Ho visto, in quei giorni, gravissimi e ripetuti errori di gestione di una vicenda politica e istituzionale complessa e delicata, quale l'elezione del Capo dello Stato, da parte del gruppo dirigente nazionale del Pd, che francamente mi hanno lasciato stupito e deluso, per l'inadeguatezza e l'approssimazione quasi dilettantistiche e per un "coinvolgimento" burocratico e formale dei grandi elettori, circa 450, espressione del Pd.

Prima ancora dei "tradimenti", dichiarati o nel segreto dell'urna, si sono consumate in quelle ore divisioni profonde. A cominciare dalla dissociazione e dal venire meno del "vincolo di solidarietà" all'interno del gruppo dirigente nazionale, verificatosi in modo clamoroso e plateale già dalla prima assemblea del mercoledì sera prima del voto sulla proposta Marini. A ciò si aggiunga la rottura del "vincolo di maggioranza" sia sul voto per Marini (proposta approvata dai due terzi dell'assemblea e poi nel voto non votata da metà dei grandi elettori Pd), che per Prodi (approvata in assemblea per acclamazione e poi "tradita" da uno su quattro) e infine con poche (fortunatamente) decine di voti mancati allo stesso Napolitano.

Ed, ancora, si è consumata la crisi di una leadership, quella di Pierluigi Bersani, delegittimata dalla sommatoria di tali episodi e da un partito sfaldatosi sulla base di spinte centrifughe e contrapposte. Insomma, se l'on. Alessandra Moretti, già portavoce di Bersani, per fare solo un esempio, si astiene sulla proposta del segretario perché altri non possono fare altrettanto sentendosi liberi da ogni vincolo?

Ho pensato in quei momenti che il Pd che avevo in mente io, con tanti altri, forse non c'era più. Per essere chiari, un partito luogo collettivo del fare politica, uno strumento (e non il fine) dell'impegno di tanti, fondato su regole, diritti e doveri, tra cui: i vincoli di solidarietà e di maggioranza, il riconoscimento di leadership autorevoli e condivise, la "responsabilità" piena e consapevole dei gruppi dirigenti diffusi e dei rappresentanti istituzionali, un processo di costruzione delle scelte democratico e partecipato e così via. E poi un partito che metta al centro della sua azione l'Italia e non l'autoriproduzione di se stesso.

Ho paura che di tutto ciò in quei giorni si sia visto poco. Anzi, quel Pd (l'ho "twittato" la notte dopo la prima assemblea) rischiava di essere un problema per se e per l'Italia! Le nostre profonde divisioni e i nostri limiti hanno, poi, reso il corpo del Pd, per quanto grande, del tutto permeabile a pressioni e condizionamenti esterni, a cominciare dalla "rete".

Lo avevo scritto subito dopo il voto di febbraio: "La natura e le stesse modalità costitutive del Pd sono da aggiornare....i luoghi del fare politica sono sempre più "altri" a cominciare dall'irruzione della rete che si è rivelata per tanti cittadini-elettori una sede non solo competitiva ma sostitutiva ai partiti tradizionali e alle loro pratiche burocratiche e autoreferenziali, da cui il Pd non è purtroppo esente." Non potendo essere accusato di avere pregiudizi verso la rete e chi la utilizza in modo intenso, da consumatore moderato posso permettermi di richiamarne i limiti evidenti.

A cominciare dal diffondersi di linguaggi sempre più liquidatori e persino violenti, ma soprattutto dall'affermazione di un cambio di paradigma nella stessa comunicazione politica e nei processi di costruzione dell'opinione pubblica. Oggi i nostri circoli rischiano di apparire residuali, si discute sempre meno, si elabora e si produce "politica" con sempre maggiore difficoltà, il processo dialettico tra militanti e gruppi dirigenti si impoverisce.

Nel contempo basta inserire un post su Facebook per avere qualche decina di "mi piace" o qualche decina di commenti. Oggi tutto è più immediato, bastano pochi secondi e un clic per affermare un'idea o per stroncarne un'altra e bastano pochi minuti perché ciò diventi, come si usa dire, "virale", ovvero si diffonda in rete. Tutto ciò, da un lato, ha certamente reso ogni punto della rete e ogni iscritto ai "social network" un protagonista ma, allo stesso tempo, ha fortemente immiserito il confronto, sempre più basato su affermazioni mediate o, addirittura, apodittiche, fino ad essere racchiuse nei 140 caratteri di Twitter.

Cosa è avvenuto se non questo, insomma, nel momento in cui oltre 200 grandi elettori del Pd sulla proposta di Franco Marini si sono fidati più della rete che gridava all'inciucio che del segretario nazionale del Pd che l'aveva avanzata? Ma c'é qualcosa di più profondo, a mio parere, nell'irruzione della rete nella politica italiana: si sta producendo un mutamento della qualità e della architettura democratica nel nostro paese.

C'è una spinta forte verso una sorte di democrazia diretta, di chi non vuole più "delegare" non solo perché non si fida più dei "delegati" ma perché la tecnologia aiuta a promuovere un protagonismo diffuso ed una modalità di intervento immediato che la democrazia rappresentativa non è in grado di reggere: ne parla in modo diffuso e convincente Aldo Schiavone nel suo ultimo lavoro "Non ti delego".

Lo sbocco di questo processo non é ancora ben chiaro: può girare verso un arricchimento della democrazia nel nostro paese ed una maggiore trasparenza delle istituzioni, oppure può svoltare verso una distorsione della qualità e della forza della nostra democrazia. La risposta sarà nella capacità che avranno la politica e le istituzioni di rinnovarsi profondamente e di tornare ad essere "utili" e "al servizio" del popolo sovrano e dei suoi bisogni. Ce la faremo? È il tempo di idee forti e di pensieri lunghi!

 

Argomenti
Condividi
In Evidenza
Attualità

Lutto per l'arcivescovo Satriano, è deceduta la mamma Giovanna

Ultime di Oggi
Potrebbe interessarti
In primo piano
Torna su

Canali

BrindisiReport è in caricamento