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Affetto familiare e la scuola contro il fenomeno Blue Whale

La settimana appena conclusasi è stata caratterizzata dalla diffusione online della “Blue Whale”, il macabro rituale che prende il nome dalle balene che, disorientate, si arenano andando incontro alla morte

La settimana appena conclusasi è stata caratterizzata dalla diffusione online della “Blue Whale”, il macabro rituale che prende il nome dalle balene che, disorientate, si arenano andando incontro alla morte. Sono passati alcuni giorni dal servizio della trasmissione “Le Iene” e, tralasciata l’emotività e l’indignazione dei primi momenti, si può effettuare una disamina più razionale sulla portata di questo fenomeno.

Infatti, non si può non rendere onore agli autori del servizio, sia per i contenuti, mai banali ed a rischio indifferenza, ma soprattutto agli addetti del montaggio, professionisti capaci di mixare immagini e audio in grado d’attivare nel telespettatore un crescente senso d’angoscia. La qualità amatoriale delle immagini, gli scenari desolanti delle periferie russe e l’audio dall’inclinazione esoterica, hanno costituito un servizio capace d’attrarre un pubblico di ogni genere ed età.

Davanti ad immagini dal contenuto emotivo così elevato, nessuno spettatore esce immune da un senso di allarme, una paura che tocca le corde più profonde del proprio pensiero, percependo un pericolo imminente. La Blue Whale è una sfida online che ha lo scopo di condurre l’adolescente al suicidio dopo una preparazione di 50 giorni in cui si seguono precise istruzioni per prepararsi all’atto finale.

Tutto avviene tramite social network come VKontakte, e Instagram, con l'uso di hashtag in lingua russa che riportano i riferimenti #BlueWhale, #Maredibalene, e #Svegliamialle4:20. Tramite questi hashtag  il ragazzo viene attratto o richiede di essere guidato da “curatori” verso questa sfida che prevede il suicidio dopo 50 giorni, con minacce di morte anche verso i familiari dell’internauta, nel caso in cui non si arrivi al completamento della sfida.

Un meccanismo perverso, reso ancora più tragico dalle stime fornite nel documentario: 150 suicidi in tutto il mondo negli ultimi anni e un caso sospetto in Italia. In realtà, i numeri reali probabilmente sono di gran lunga inferiori (si parla di 15 casi certi) ed anche il suicidio dell’adolescente di Livorno, da cui è partita la soffiata Blue Whale, sembrerebbe essere il tragico epilogo di una situazione conflittuale familiare.

Questa analisi ridurrebbe di molto la portata del fenomeno Balena Blu, soprattutto considerando che tra gli adolescenti il principale pericolo di morte è dato dall’incidente stradale (dati Istat), con numeri drammatici di cui non ci occupiamo minimamente, assieme all’uso ed abuso di alcol e droghe.

La Balena Blu però ha il merito di richiamare l’attenzione sul forte disagio adolescenziale che trova nella rete internet il peggior mezzo di compensazione. Il veloce propagarsi di bufale e fake news, la campagna antivaccini e il cyberbullsimo, rendono bene l’idea di come si possa entrare spesso in contatto con informazioni lesive, capaci d’alterare il senso della realtà.

Davanti a questo dato di fatto, l’affetto familiare e le istituzioni scolastiche sono la più grande risorsa che un adolescente può avere, un potente anticorpo capace di difenderlo dall’uso sconsiderato della rete che, è bene ricordarlo, è solo uno strumento il cui effetto positivo o negativo dipende da come viene utilizzato.

Del resto, il fenomeno Blue Whale è stato capace di scatenare l’ironia degli internauti più avveduti, creando simpatiche foto post 50mo giorno che riportano sfide ancora più ridicole del suicidio, contenuti che richiamano a prove di coraggio improbabili come suonare ai citofoni del quartiere di Scampia per poi scappare, oppure nel riferire alla propria partner che è leggermente ingrassata prima dell’estate. Davanti al terrore irrazionale, una risata non può che far bene.

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