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La magia di Fabrizio De André: maestro di vita, dai più, inascoltato

Oggi, mentre come mia abitudine facevo la solita passeggiata mattutina, mi ero messo nelle cuffie le canzoni di Fabrizio De André. E, camminando ed ascoltando, sono magicamente ritornato alla mia giovinezza in Liguria

Oggi, mentre come mia abitudine facevo la solita passeggiata mattutina, mi ero messo nelle cuffie le canzoni di Fabrizio De André. E, camminando ed ascoltando, sono magicamente ritornato alla mia giovinezza in Liguria quando, nella seconda metà degli anni sessanta, con il mangiadischi e di nascosto, ascoltavamo le canzoni del Maestro. Di nascosto perché, vuoi per qualche contenuto scurrile nei testi e vuoi per le idee rivoluzionarie dall’elevato contenuto sociale, le sue canzoni erano state messe la bando dalla Rai e dalla cosiddetta società civile, in ossequi al perbenismo clericale che governava il Paese (come vedete in cinquant’anni, la televisione di Stato non è cambiata molto).

Soprattutto dopo il 1970 quando uscì il disco intitolato “La buona novella” in cui, come ci dice Doriano Fasoli nel suo libro su De André “La cattiva strada”, Faber dava una lettura tutta particolare al Nuovo Testamento attraverso i Vangeli apocrifi che privilegiavano gli aspetti umani del Cristo e della Madonna, rispetto a quelli teologici.

Credo che molti ragazzini miei coetanei abbiano imparato concetti come tolleranza ed etica da De André, prima di aver letto Voltaire e Trinita-omaggia-Fabrizio-De-Andre_articleimage-2Socrate; il concetto di giustizia sociale, prima di aver letto Marx; il concetto di rivoluzione, prima di aver sentito parlare di che Guevara .

De André era inviso soprattutto perché stigmatizzava i comportamenti ipocriti di molti perbenisti che,  per fare un esempio, in pubblico criticavano aspramente le prostitute, salvo frequentarle in privato. De André è stato, certamente, il primo a “sdoganare” le “donne dai facili costumi” ed a presentarne al mondo il loro volto umano.

Nella canzoni e, soprattutto, nelle musiche di De André c’era Genova e tutto il carattere schivo dei genovesi, c’era il Mediterraneo e la cultura del Medioriente, c’era la gente comune e c’erano i “diseredati”, che la società faceva finta di non vedere, c’era il mare, c’era il sole e c’era l’amore quello vero, quello reale, quello vissuto tutti i giorni  e non quello favoleggiato a San Remo.

Per primo introdusse il concetto  del “tua culpa”, la tendenza, cioè, di molta parte della società ad attribuire ad altri le cause dei propri errori e dei propri fallimenti.  Le sue canzoni erano lo specchio della Società qual era e non quella che si pretendeva che fosse. Le canzoni di De André mi hanno anche insegnato che nella vita bisogna soprattutto essere e che sembrare, non solo non basta, ma è aberrante.

Oggi che si festeggiano i diciannove anni da quando se n’è andato si sente parlare molto di Fabrizio, ma le sue lezioni di vita sono, dai più, inascoltate. Hanno voluto anche fare un film su di lui “Il Principe libero”, ma, forse avrebbero fatto meglio ad astenersene. Io ho provato a guardarlo ma, dopo una decina di minuti di emissione, ho cambiato canale disgustato. Fabrizio e suo padre che si esprimevano con quell’accento era, per me, inascoltabile. Come ha detto il corregionale Crozza, sarebbe come fare un film su Pino Daniele, facendolo parlare in Veneto. Quali che siano state le ragioni della scelta fatta dal regista, la ritengo un’operazione disdicevole per la memoria di quello che io ritengo essere il più grande poeta del novecento.

E se nei vostri quartieri

tutto è rimasto come ieri,

senza le barricate

senza feriti, senza granate,

se avete preso per buone

le “verità” della televisione

anche se allora vi siete assolti

siete lo stesso coinvolti

(tratto dalla “Canzone del maggio” del 1973)

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