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Mercoledì, 8 Dicembre 2021
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A cura di Blog Collettivo

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La crisi della nave Saipem e le nuove minacce del mondo

Il braccio di ferro nelle acque di Cipro è stato vinto dalla Turchia, che ha usato la flotta militare. Adesso potrebbero aprirsi scenari inquietanti

La reputazione italiana esce con le ossa rotte dall’ultimo confronto con la Turchia. Più che di confronto si potrebbe parlare di sopruso, perché il modo in cui Ankara ha bloccato la nave di Saipem, diretta verso un giacimento offshore in acque cipriote, è contrario a ogni norma di diritto internazionale. Eppure, la nostra unità è stata costretta a fare dietrofront, lasciando Erdogan a fare il bello e il cattivo tempo nel Mediterraneo orientale.

L’oggetto del contendere è il giacimento che si trova nel settore 3 della zona economica esclusiva di Cipro. Questo, infatti, ricade nel territorio rivendicato dalla parte nord dell’isola, quella gestita da un governo-fantoccio turco sin dal 1974 nell’ambito di un’occupazione militare non riconosciuta da nessuno se non dalla Turchia stessa. All’approcciarsi della nave di Saipem, la flotta di Ankara si è diretta in quelle acque col pretesto di un’esercitazione militare, di fatto bloccando i movimenti della nostra nave e impedendole di raggiungere il giacimento.

Ma perché si può dire che la Saipem 12000 sia stata costretta ad andarsene? Principalmente perché è stata lasciata sola, sia dallo Stato italiano che dall’Unione Europea. Se si è ribadito più volte che la vera politica estera in Italia la fa principalmente l’Eni, è tanto più vero che un’azienda non può rivaleggiare con uno Stato. E che, dunque, a quel punto sarebbe dovuto intervenire direttamente Gentiloni, il quale è invece rimasto inerte di fronte allo svolgersi degli eventi nonostante avesse sul tavolo alcune valide strade per risolvere la situazione, o almeno provarci.

La prima opzione, piuttosto scontata, sarebbe potuta essere quella del dialogo con la Turchia. Ma l’ambasciatore anatolico non è stato convocato, come sarebbe stato opportuno in una crisi del genere. Né risulta alle cronache che il presidente del Consiglio abbia contattato direttamente Recep Erdogan, per chiedergli spiegazioni del suo comportamento.
 

Una seconda valida opzione sarebbe stata chiedere aiuto all’Unione Europea, che si è limitata ad un laconico comunicato in cui invita Ankara a “rispettare i rapporti di buon vicinato”. In campagna elettorale sarebbe stato utilissimo per Gentiloni e per il Partito Democratico poter sconfessare gli euroscettici mostrando come l’Unione possa correre in nostro aiuto in situazioni di crisi.

E invece tutto questo fornirà un altro argomento di discussione a chi lamenta la distanza tra noi e i burocrati di Bruxelles, il cui silenzio potrebbe valere tantissimo in termini elettorali. Silenzio che coinvolge anche Federica Mogherini, voluta fortissimamente da Renzi in un ruolo che, dopo quasi quattro anni, ancora fatica a interpretare.

La terza opzione, ovviamente da scongiurare a tutti i costi, è l’intervento militare. È complicato definire quanto fatto da Ankara in modo diverso che “atto di guerra”. Se Erdogan si sente libero di scatenare la sua flotta per intimidire una nave commerciale italiana, il prossimo suo passo potrebbe essere ancora più audace.

Stiamo del resto parlando di un leader ultranazionalista le cui dichiarazioni – raramente diffuse in Italia su larga scala – stanno vertendo sempre più pericolosamente verso la belligeranza. E non parliamo solo della guerra in Siria, che ha ultimamente preso una piega pericolosissima proprio per colpa di Ankara: parliamo anche delle aperte dichiarazioni di ostilità verso l’Europa, dalle esortazioni ai turchi presenti nel Vecchio Continente a “fare più figli” alle minacce di aprire le frontiere per far passare tre milioni di rifugiati ed immigrati nel caso Bruxelles non adempisse alle sue richieste.

Quello della Difesa è un nodo che, prima o poi, dovremo affrontare. Dopo che Donald Trump ha dichiarato di voler dismettere il ruolo primario della NATO nel mondo, comunicando all’Europa che d’ora in poi dovrà fare da sola senza dare per scontato l’aiuto militare statunitense, da parte nostra non c’è stata una reazione costruttiva. Se escludiamo ovviamente Macron, a cui questa novità ha dato modo di riaccendere le velleità di grandeur dell’Eliseo.

La Francia, unica potenza nucleare dell’Unione, vuole l’esercito comune, e vuole esserne il nerbo. E con l’industria pesante tedesca impegnata nella costruzione di armamenti, il vecchio duopolio Parigi-Berlino ritornerebbe a guidare i destini del Continente, lasciandoci indietro un’altra volta. Non che la NATO abbia mosso un dito nella diatriba avvenuta in acque cipriote: del resto la Turchia è membro dell’Alleanza, ma a quanto pare le viene lasciata la libertà di minacciare direttamente gli altri Stati membri.

Abbiamo vissuto per decenni in un equilibrio di forze che sta per spezzarsi, e dovremo affrontare gli scenari che verranno con una consapevolezza della politica mondiale che la nostra classe politica sembra non avere. Dopo aver perso le commesse energetiche in Libia ed in Egitto, a tutto vantaggio rispettivamente di francesi e inglesi, sembra che altri Stati si sentano ormai liberi di minacciare apertamente i nostri legittimi interessi nel Mediterraneo.

Per rispondere in maniera adeguata a queste situazioni, è la diplomazia che deve far valere le proprie ragioni, sia in Europa che fuori. Altrimenti, il nostro lungo periodo di pace e tranquillità potrebbe finire in maniera brusca, risvegliandoci da un placido sonno durato 70 anni.

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