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Martedì, 18 Gennaio 2022
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A cura di Blog Collettivo

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La profezia di Saramago: il non voto è un voto, ma la politica non capisce

Manca poco per l’avverarsi della profezia. Quella del Premio Nobel per la Letteratura, il portoghese Josè Saramago, che nel suo “Saggio sulla Lucidità” racconta la storia fantastica di una città di fantasia la cui popolazione è impegnata nelle elezioni amministrative.

Manca poco per l'avverarsi della profezia. Quella del Premio Nobel per la Letteratura, il portoghese Josè Saramago, che nel suo "Saggio sulla Lucidità" racconta la storia fantastica di una città di fantasia la cui popolazione è impegnata nelle elezioni amministrative. Si contendono il risultato elettorale tre fantastici partiti il Pdd (il partito di destra) il Pdm ( il partito di mezzo) ed il Pds ( il partito di sinistra).

I cittadini, in una giornata di pioggia, dapprima ritenuta responsabile per il risultato, vanno a votare ma, sorpresa grande, il risultato darà un esito imbarazzante: il 73% degli elettori ha votato scheda bianca. Il risultato è sgradito al governo in carica che annulla le elezioni e ne indice di nuove. Questa clamorosa protesta viene letta in termini di ordine pubblico e perciò i cittadini sono spiati e controllati dalla polizia per cercare di scoprirne le cause, tuttavia le nuove elezioni si terranno regolarmente.

E colmo dei colmi il nuovo risultato elettorale, per quanto possibile, sarà ancora più imbarazzante: le schede bianche raggiungeranno l'83% del totale. La storia immaginata dal grande autore si svilupperà secondo la bellissima trama che porta alla denuncia della arroganza del potere criticato aspramente dai cittadini mediante la loro clamorosa protesta.

Ancora non siamo arrivati all'83% di schede bianche, ovvero di non voto nelle varie forme previste, ma è un dato acquisito con le ultime consultazioni elettorali che, circa un italiano su due ha manifestato tutta la propria insoddisfazione nei confronti della politica non recandosi a votare. La divisione manichea tra politica ed antipolitica, incasellando in quest'ultima categoria, peraltro con accezione palesemente negativa, il voto di protesta, è operazione, altrettanto evidentemente, di potere. "Non condivido la tua idea, ma darei la vita perché tu la possa esprimere" diceva Voltaire.

Non è ispirato a tale principio di tolleranza il giudizio che il potere ufficiale esprime nei confronti di quel "non voto", e sempre che sia, in effetti, un non voto. Al contrario la rappresentazione plastica della diatriba che viene offerta al giudizio dell'opinione pubblica, vede da una parte gli elettori che esercitano il loro diritto - dovere di voto nell'ambito del sistema elettorale ortodosso, e cioè partiti, movimenti, partiti personali o anche padronali; dall'altro tutti gli altri?. che non sono pochi.

E così assistiamo ad un continuo braccio di ferro tra una parte degli elettori che con il loro voto di protesta chiedono un cambiamento visibile, che per essere tale comporta necessariamente la erosione di posizioni di potere del sistema dominante, e dall'altra questo sistema che strenuamente difende la propria posizione preminente e che, come il governo del romanzo di Saramago, si trincera all'interno del proprio fortilizio.

Sulla riforma della legge elettorale regna ancora gran confusione e nessuna decisione operativa; il caso Ilva ha aperto uno squarcio allarmante sulla assenza di una politica industriale moderna che sappia coniugare il diritto al lavoro e tutela dell'ambiente e della salute (sul punto la motivazione della Corte Costituzionale dovrebbe essere distribuita e studiata nelle scuole); lo Stato tratta con la mafia; la corruzione fa lievitare i costi delle opere pubbliche di circa il 40%; il futuro dei giovani si distrugge ormai per generazioni intere e non più per singoli individui, la giustizia fa politica con la prescrizione dei reati a carico dei politici, e la politica fa giustizia con "l'usucapione" in materia di ineleggibilità per conflitto di interessi, (ci accorgiamo solo oggi dopo venti anni che Berlusconi sarebbe ineleggibile?).

Insomma ve n'è ben donde, in assenza di quasi tutti i punti di riferimento positivi, perché i cittadini ne abbiano le tasche piene, per tacere d'altro, e che esprimano tutta la loro sfiducia non votando. Quando la politica capirà appieno, prima che sia troppo tardi, che quel voto di protesta, in questo caso l'astensione, è un voto a tutto gli effetti?

Certo non produce consiglieri comunali, regionali o parlamentari, ma segnala un forte dissenso, civilissimo, di profonda critica ad una classe dirigente, e, in particolare, alla politica. La responsabilità è tutta della politica che, con il suo agire, una volta si diceva che la politica era "l'arte -addirittura- del possibile", non riesce ad offrire soluzioni adeguate alle aspettative del nostro tempo. In particolare sfugge alla pressante domanda di partecipazione da parte dei cittadini ai processi decisionali. E' questo il vero vulnus: nessuna delega in bianco.

 

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