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La grande dipendenza del XXI secolo: l'uso improprio dei cellulari

In macchina, a lavoro, nel tempo libero, durante un pasto, nell’attesa snervante. C’è sempre lui: il telefonino. Usato per chiamate, chat, giochi, agende, sveglie, orologio, fotocamera, videocamera, lettura notizie

In macchina, a lavoro, nel tempo libero, durante un pasto, nell’attesa snervante. C’è sempre lui: il telefonino. Usato per chiamate, chat, giochi, agende, sveglie, orologio, fotocamera, videocamera, lettura notizie. Con la crescita del numero e dei modelli, dei servizi offerti si assiste all’incremento del tempo trascorso con il telefonino. Una nuova dipendenza?

La tendenza di questo moderno e trasportabile strumento di comunicazione a diventare in breve alla portata di tutti, aldilà dell’età o dello status socio-economico, implica delle riflessioni relative alle funzioni sociali e psicologiche che il telefonino assolve. Inizialmente era uno strumento essenziale, alla portata di pochi, per rendersi rintracciabili in tempo reale; velocemente ha cominciato a rispondere e ad alimentare il bisogno di essere vicini, superando i confini dello spazio e del tempo, mutando le relazioni quotidiane.  

Se da un lato il telefonino può attutire il contatto emotivo diretto trovando una risposta alle proprie insicurezze relazionali, alla paura del rifiuto ed ai sentimenti di insicurezza; dall’altro potrebbe diventare l’unico modo per relazionarsi con gli altri, mantenendo una distanza “irreale”. Infatti, un’amicizia nata e sostenuta con il telefonino non ha il sapore di un rapporto: manca la parte emotivo affettiva che si costruisce solo nella relazione vis a vis portando con sé riflessioni importanti, oggi talvolta impossibili.

Il rischio è che tale tipo di comunicazione si sovrapponga a quella reale, sostituendola e confondendola: la continua possibilità di contatto con il telefonino non stimola né la capacità di controllare il rinvio della soddisfazione dei bisogni che si concretizza nell’attesa, né la conseguente creatività che si sviluppa nell’attesa. Un altro rischio è l’idealizzazione del referente della comunicazione, sulla base di meccanismi di proiezione di desideri che possono innescarsi facilmente su comunicazioni fatte di brevi conversazioni o di pochi caratteri.

Infine, esiste il rischio che la facilità a prendere le distanze, quanto quella ad avvicinarsi, acceleri eccessivamente alcuni processi di distacco emotivo che prima avevano tempi più “umani”. Un’altra funzione che sembra svolgere il cellulare è quella di sopperire alla solitudine, diventando idealmente il simbolo della presenza dell’altro.

Spegnere il cellulare equivale quasi a diventare trasparenti e gli altri non sono mai vissuti come assenti: in tal modo viene a mancare la possibilità di sperimentare la dimensione del lutto, una esperienza centrale per la differenziazione “mondo interno”/“mondo esterno” fondamentale per la costruzione della propria identità attraverso la possibilità di stabilire dei confini che sono la base delle capacità di entrare in contatto.

Si può ipotizzare una dipendenza da telefonino quando una persona dedica la maggior parte del proprio tempo ad attività connesse al suo utilizzo, svolte in modo esclusivo o in concomitanza con altre attività; manifesta un atteggiamento di estrema affettività verso l’oggetto telefonico e resistenza ad allontanarsi da esso; come principale mezzo per comunicare con gli altri e proteggersi dal mondo relazionale.

In questo caso, la dipendenza conduce ad un ritiro verso sé stessi. Le dipendenze variano storicamente anche in relazione ai cambiamenti sociali, culturali e tecnologici; tuttavia si possono riscontrare delle similitudini rispetto alle dipendenze dello scorso secolo (uso di droghe, alcol): impossibilità a resistere all’impulso di mettere in atto il comportamento (compulsività), sensazione crescente di tensione che precede l’inizio del comportamento (craving), piacere o sollievo durante la messa in atto del comportamento, percezione di perdita di controllo, persistenza del comportamento nonostante la sua associazione con conseguenze negative.

Occorrerebbe pertanto allenarsi ad un nuovo modo e tempo di dedicarsi al cellulare, concedendosi talvolta qualche pausa dalla sua presenza rassicurante. Altrimenti rischiamo di avere rapporti convinti che ci diano maggiore sicurezza e protezione, più sollievo dall’isolamento. In realtà, continuiamo a vivere in solitudine, nel nostro tempo e spazio; è solo l’esperienza concreta che ci fa “stare” in una relazione, vivendola realmente con i percorsi, seppur paurosi, emotivo-affettivi che si costruiscono guardandosi in faccia, scambiandosi sguardi e abbracci, reali. (rita.verardi@libero.it)

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