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La deriva neoliberista della sinistra, Articolo Uno e la posta in gioco

La latente crisi politica, nella quale si dibatteva da anni il PD, è esplosa con virulenza a seguito del risultato elettorale sul referendum costituzionale del 4 dicembre scorso

La latente crisi politica, nella quale si dibatteva da anni il PD, è esplosa con virulenza a seguito del risultato elettorale sul referendum costituzionale del 4 dicembre scorso. La rachitica discussione, svolta prima in direzione e poi in assemblea, sulle cause della sconfitta e l’anomalo epilogo, sancito dalla fuga del segretario di fronte alla responsabilità di una sintesi, hanno convinto una parte dei dirigenti ad abbandonare questo partito per  dare vita ad una nuova formazione politica intitolata Articolo Uno.

Si tratta di una decisione che non può lasciare indifferenti tutti coloro che hanno a cuore le sorti dell’Italia e l’onore della sinistra. Come orientarsi, allora, in un panorama che, dopo una lunga crisi economica e una ancor più lunga crisi politica, si è rimesso prepotentemente in movimento? Per rispondere a questa domanda bisogna riandare agli anni che ci stanno alle spalle e che sono stati pietosi per la sinistra, drammatici per il mondo del lavoro e le nuove generazioni e gravidi di pericoli per la democrazia.

Come riassumere questi anni? Nel corso degli anni Ottanta del secolo scorso, per cause interne ed internazionali, si era concluso quel circolo virtuoso fra sviluppo del capitalismo, crescita del movimento operaio e allargamento della democrazia che, per trent’anni, era stato assicurato dal ciclo fordista e riassunto nella formula di compromesso socialdemocratico fra politica ed economia.

Di fronte  ad un meccanismo economico non più gestibile con le vecchie ricette, le classi dirigenti statunitensi, prima, e quelle europee, poi, utilizzarono la crisi per inaugurare una nuova stagione dominata dal primato dell’economia sulla politica. Sulla base di questo assunto iniziò il ciclo neoliberista, che si estese a tutto il mondo, e si caratterizzò come una vera e propria controrivoluzione sul piano della scienza economica, della cultura politica e della concezione della democrazia.

Sul piano della scienza economica, l’ideologia liberista si presentò subito come nuova: in realtà essa è la riproposizione della vecchia teoria neoclassica che predica di affrontare le crisi, che ciclicamente investono il sistema capitalistico, non dal lato della domanda, sostenendo i salari e l’occupazione, ma dal lato dell’offerta, ossia favorendo le esportazioni e massacrando il mondo del lavoro per poter competere sul mercato globalizzato.

Su queste basi, il principio della distribuzione della ricchezza che, storicamente, ha sempre contraddistinto la Sinistra dalla Destra, veniva espunto dal patto di cittadinanza che teneva unite le società occidentali con la motivazione fornita dall’economista liberista von Mises secondo il quale: “Bisogna chiudere al più presto questo interludio perché non si può ulteriormente accettare che venga confiscato il sovrappiù di una parte della popolazione per darlo ad un’altra”.

Sul piano della cultura politica il neoliberismo ha puntato a ristrutturare le società capitalistiche in forma piramidale delegittimando o cancellando tutti i corpi intermedi che consentivano un giusto equilibrio fra la rappresentanza e la governabilità. Lo spostamento a favore di quest’ultimo principio veniva giustificato dalla Commissione Trilaterale con la motivazione che: “I grandi presidenti sono stati i presidenti forti, i quali forzavano l’autorità legittima e i mezzi politici per mobilitare i sostenitori dei loro orientamenti politici e attuare il loro programma legislativo”.

Su queste basi culturali è iniziato, in Italia, l’attacco alla Repubblica parlamentare per trasformarla in presidenziale; ai partiti di massa per convertirli in partiti personali; alla politica per ridurla a politica economica e affidarla nelle mani di tecnici; al sindacato per renderlo innocuo; allo Stato di diritto per trasformarlo in Stato d’eccezione dove i diritti vengono convertiti in concessioni revocabili in qualsiasi momento.

Sul piano della concezione della democrazia, infine, la razionalità neoliberista ha puntato a concentrare, oltre alla ricchezza, anche il potere nelle mani di pochi. Per raggiungere questo obiettivo era necessario superare quegli eccessi di partecipazione che si erano manifestati nel corso dei decenni precedenti e che avevano consentito ad ampi settori della popolazione di entrare nell’agone politico.

Come rimedio, l’economista liberista von Hayek auspicava un livello di apatia da parte di ampi settori della popolazione “mediante la sostituzione della democrazia con la demarchia, ossia  un potere minimo esercitato da una minoranza di ricchi e di esperti sulla stragrande maggioranza dei cittadini”.

A mano a mano che, nel corso degli anni, la sinistra italiana ed europea, dal governo o dall’opposizione, introiettavano questa nuova razionalità neoliberista perdeva credibilità, radicamento sociale e lasciava spazio a formazioni euroscettiche, antieuropeiste e populiste. Una vera e propria mutazione genetica della sinistra italiana avveniva, però, sotto la direzione di Veltroni. ed una ulteriore accelerazione si è avuta con l’avvento di Renzi alla direzione della cosa pubblica e alla guida del PD.

L’unica preoccupazione di quest’ultimo, infatti, è stata quella di pietire al tavolo dei padroni del mondo qualche margine di flessibilità sui conti pubblici, da utilizzare per conquistare il consenso, in cambio di riforme conformi alla nuova razionalità neoliberista.

L’approvazione del job act, della riforma della scuola e quella della pubblica amministrazione, sul piano economico; la rottamazione della sinistra e la formazione di un partito liquido con pochi iscritti, pochi elettori, poca discussione interna ed un uomo solo al comando, sul piano della cultura politica ed il tentativo fallito di cancellare la Costituzione, sul piano della democrazia, non sono altro che pagine dello stesso libro liberista che i padroni del mondo, da decenni, stanno scrivendo per noi.

La crisi della globalizzazione, il risultato del referendum costituzionale in Italia, la vittoria di Trump in America e la Brexit in Inghilterra, a differenza di quanti ne prevedevano la fine, hanno rimesso in movimento la Storia  che, nel nostro paese, si va materializzando in scissioni, separazioni, aggregazioni e ricomposizioni che riguardano tutte le formazioni politiche nate sulle ceneri dei vecchi partiti.

In questo contesto culturale, politico ed economico si colloca la decisione di dare vita, in Italia, ad una nuova sinistra e ad un nuovo centrosinistra, come indicato dai promotori di Articolo Uno. Non si possono sottovalutare i dubbi, le perplessità e le resistenze di quanti sono delusi e sfiduciati dopo decenni di continui cedimenti né la diffusa riprovazione nei confronti dei perenni naviganti politici che, animati da una naturale vocazione alla transumanza, si sono subito predisposti ad abbracciare nuovi simboli e a servire nuovi padroni.

L’esperienza politica, però, insegna che tutte queste resistenze non si possono battere attraverso ostracismi o anatemi fra ceti politici, ma mediante una lotta politica condotta da migliaia di persone e che abbia al centro, come insegna Machiavelli, le due concezioni del potere: quello pubblico “di conquistare reputazione consigliando bene e operando meglio e in questo modo si fanno gli uomini liberi”; oppure quello privato di “far beneficio a questo ed a quello ed in questo modo si fanno gli uomini cortigiani”.

Chiamare a raccolta le forze sane del paese, dotare la sinistra di una nuova funzione storica e di una nuova missione politica attorno ai temi del lavoro, dell’eguaglianza e della democrazia: questa è la posta in gioco per le nuove generazioni.

Accettare questa sfida  significa fare propria la lezione di Italo Calvino che, ne Le città invisibili, diagnosticava: “L’inferno dei viventi non è qualcosa che sarà, se ce n’è uno, è quello che è già qui, l’inferno che abitiamo tutti i giorni, che formiamo stando insieme. Due modi ci sono per non soffrirne. Il primo riesce facile a molti: accettare l’inferno e diventarne parte fino al punto di non vederlo più. Il secondo è rischioso ed esige attenzione e approfondimento continuo: cercare e saper riconoscere chi e cosa, in mezzo all’inferno, non è inferno, e farlo durare, e dargli spazio.”

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