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La vecchia, la nuova e la vera mafia secondo Camilleri. Storia e allegoria

Questa volta Montalbano non c’entra una mazza. La storia è vera e non ci sono casi polizieschi letterari da risolvere. Ci sono piuttosto ragioni per porsi molte domande. A cominciare da quella se ci sono differenze tra la “vecchia” e la “nuova” mafia. Questo è ormai un termine che ingloba ogni forma di criminalità organizzata che sottomette o tende a sottomettere un territorio.

Questa volta Montalbano non c’entra una mazza. La storia è vera e non ci sono casi polizieschi letterari da risolvere. Ci sono piuttosto ragioni per porsi molte domande. A cominciare da quella se ci sono differenze tra la “vecchia” e la “nuova” mafia. Questo è ormai un termine che ingloba ogni forma di criminalità organizzata che sottomette o tende a sottomettere un territorio, più o meno esteso, con l’uso della forza e della intimidazione per accumulare potere economico, e non solo, in modo illecito.

Così, narrando la storia della famiglia Sacco, battezzata la “banda Sacco” dal regime fascista dell’epoca, questa volta Camilleri pone una serie di domande di una attualità estrema: anche riferibili al nostro piccolo territorio. Ma chi era questa “banda Sacco”? Era una famiglia siciliana, composta dal capo famiglia e da numerosi figli, gran lavoratori.

Dalla povertà più sofferta, giorno avanti giorno arrivano a costituire una discreta posizione economica del tempo, lavorando alacremente, nelle condizioni sociali che l’epoca conosceva. Nel loro paese sono conosciuti e riconosciuti come persone integerrime, rispettose delle buone creanze, gran pagatori. Tutti incensurati titolari del porto d’armi senza alcuna difficoltà.

Avevano un difetto d’origine: erano socialisti. Per questo marchio pagheranno le ingiustizie e le sofferenze cui saranno sottoposti per decenni. La storia “assolutamente autentica”, come tiene a specificare l’autore, si dipana dalla “secunna mità dell’Ottocento” sino agli anni Sessanta del secolo scorso. Il capostipite, Luigi, è un giovane bracciante, come tanti che abbiamo conosciuto, pure molto vicini a noi.

Onesto, gran lavoratore, diventerà un esperto innestatore di pistacchio superando, come spesso capita, il maestro che lo introdusse al mestiere. Si potrebbe anche dire “all’arte” dell’innesto, per quella capacità creativa che proprio l’innesto porta in sé. Dal matrimonio con la giovane e bella “Antonina Randisa” di cui era innamoratissimo, nasceranno “cinque figli mascoli e una fimmina”. Resteranno uniti sempre.

Le traversie della vita, le ingiustizie del regime fascista e le violenze della mafia, non piegheranno mai questa famiglia che pure si ridurrà in miseria. La loro forza sarà il senso dell’onore, l’onestà, l’attaccamento quasi religioso per il loro umile lavoro, il rispetto per la legge e per gli uomini di legge, che pure riserveranno loro un trattamento disumano.

I casi della vita porteranno alcuni di loro in carcere condannati a pene pesantissime, anche all’ergastolo. Qui conosceranno “uomini – mito” del’antifascismo intellettuale da Gramsci a Terracini, che da avvocato si occuperà, in seguito, di loro. Da Ventotene a Turi, da Poggioreale a Portolongone, luoghi simbolo del carcere di regime, saranno le loro “case” per tanti oscuri anni.

Proclamatisi sempre innocenti si rifiutarono caparbiamente di chiedere la grazia, e invece si sono sempre battuti per la revisione dei processi che li portarono in carcere. Terracini richiesto di occuparsi del caso dei fratelli Sacco dirà: “…Penso che il caso sia unico nella storia giudiziaria italiana pur così pesante di capitoli sciagurati”.

L’impegno di Terracini si concretizzerà con la grazia che il Presidente Segni concederà ai superstiti fratelli Sacco. Né la mafia, né il regime fascista piegarono quegli uomini. Un bel libro; una bella storia raccontata “all’uso” di Camilleri.

 

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