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Carmine Dipietrangelo

Carmine Dipietrangelo

Lavoro e imprese in piena emergenza, ma fuori dalla campagna elettorale

Bisogna dire grazie alla Cgil per aver posto con la conferenza di programma la questione "lavoro"al centro dell'attenzione e della discussione non solo come grande emergenza sociale e nazionale ma come condizione imprescindibile per lo sviluppo e il futuro dell'Italia. Non c'è crescita se non si ha un piano per il lavoro. Il lavoro deve tornare ad essere, anche culturalmente, la dimensione, la priorità, la cifra della coesione nazionale.

Bisogna dire grazie alla Cgil per aver posto con la conferenza di programma la questione "lavoro"al centro dell'attenzione e della discussione non solo come grande emergenza sociale e nazionale ma come condizione imprescindibile per lo sviluppo e il futuro dell'Italia. Non c'è crescita se non si ha un piano per il lavoro. Il lavoro deve tornare ad essere, anche culturalmente, la dimensione, la priorità, la cifra della coesione nazionale.

Aver fatto questa scelta da parte della Cgil in questo momento, non solo rappresenta un contributo di realismo e di progettualità di fronte al balbettio, ai litigi, alle commedie e alle scene madri a cui alcuni protagonisti di queste elezioni si stanno sottoponendo, ma indica una via di uscita da questa lunga crisi e una idea di sviluppo su cui fondare il futuro dell'Italia e delle sue giovani generazioni.

Non si tratta di proposte perfette e certe. Si possono criticare, con esse ci si puo' confrontare, ma certamente non possono essere rimosse, nè tantomeno ridicolizzate o addirittura demonizzate come qualcuno sta cercando di fare. Per queste stesse ragioni bisogna dare atto a Confindustria per aver presentato nei giorni scorsi "il progetto per l'Italia" mettendo al centro l'economia reale come fondamento possibile per la ricostruzione del Paese. Lavoro, produzione, economia reale, formazione, ricerca e innovazione, come sarebbe bello che in questa campagna elettorale non diventassero solo titoli, slogan, intenzioni, ma per tutti i protagonisti, proposte vere e confrontabili, impegni precisi, con risorse finanziarie certe e con progetti realizzabili.

La Cgil, con il suo moderno piano del lavoro, ha provato a fare le sue proposte, così come ha tentato la Confindustria con il suo progetto per l'italia. Si parta allora dal lavoro e dalla produzione per creare le condizioni della ricostruzione del Paese dopo gli anni del liberismo, della supremazia della finanza sull'economia reale, dopo che le politiche di austerità impostate in Europa e in Italia per fronteggiare la crisi, hanno solo distrutto lavoro, saperi, imprese determinando solo povertà e diseguaglianze. E ad affermarlo e' arrivato lo stesso Fmi. Nelle proposte della Cgil e della Confindustria risalta la parola ricostruzione. E di ricostruzione l'Italia ha bisogno e ad essa devono concorrere innanzitutto il lavoro e l'impresa.

E per ottenerla non basta scriverla, chiederla, bisogna cominciare a costruirla. A questo tutte le forze del lavoro,della produzione, del sapere sono chiamate a dare il loro contributo. Spetta al prossimo governo creare le condizioni per creare un clima favorevole, di partecipazione consapevole, oltreché una politica di investimenti pubblici come stimolo alla crescita e alla iniziativa privata. Che di questo si tratti e che di questo ci sia bisogno ce lo dicono ogni giorno i dati, i numeri di qualsiasi statistica. Siamo bombardati quotidianamente da dati che indicano il disagio sociale, la sofferenza economica, la disoccupazione, le diseguaglianze in cui il Paese e' precipitato. Ma gli stessi numeri non rendono l'idea di ciò che realmente sta avvenendo nel nostro paese. Siamo si bombardati ma forse anche un po' rassegnati e assuefatti per la mole di numeri, di dati che indicano la crisi e le diseguaglianze, mentre tutti continuano a parlare di crescita e di sviluppo.

Ma quale crescita, quale sviluppo, quali interventi per l'emergenza e per il futuro se i dati non riusciamo a utilizzarli per una inversione della loro tendenza recessiva? Sono numeri che non facciamo il tempo ad assimilare e interpretare che ne arrivano altri. Dagli ultimi dati dell'Istat, della Banca d'Italia, del Censis, dell'Eurispes, dello Svimez, emerge che quasi la metà del Paese non ha lavoro, lavora in nero, ha redditi sotto i mille euro. La media delle famiglie italiane guadagna meno di 20.000 euro l'anno. Più di 8 milioni di italiani sono sotto la soglia di povertà. Siamo tornati poveri dicono questi dati. Indietro di 27 anni. I figli hanno un destino peggiore dei padri. I giovani laureati si accontentano di lavorare a qualsiasi condizione rinunciando al valore delle proprie lauree e ai sacrifici fatti per arrivarci.

Sono considerazioni sulle ultime batterie di dati nazionali e generali letti in queste settimane. Un paio di mesi fa citai su BrindisiReport.it alcuni dati ancora più articolati e di carattere provinciale e soprattutto quelli relativi alla condizione giovanile. Ne voglio aggiungere altri che, se pur apparsi sulla stampa locale, non hanno prodotto alcuna riflessione e alcuna iniziativa, se si escludono le solite e ovvie considerazioni di consumati sindacalisti. In provincia di Brindisi ci sono 77.124 disoccupati su 271.000 unità di popolazione attiva, il 28,44%. In città ci sono 19.272 disoccupati su una popolazione attiva di 60.050, il 32,09%. Sono dati quasi simili a quelli greci, spagnoli, portoghesi. In altri periodi, per molto meno e con dati inferiori di un terzo a questi, sindacati, partiti, organizzazioni giovanili e studentesche si cimentavano in riflessioni, n iniziative ,in mobilitazioni, in lotte.

È solo assuefazione, è rassegnazione? Non riesco a dare o a trovare, da molto tempo, risposte convincenti. Ci stiamo abituando a convivere con questa situazione in attesa di momenti migliori? Eppure in giro c'è rabbia, ostilità, sfiducia oltreché fragilità di riflessione? Oltre questi dati sulla disoccupazione ci sono quelli ancora più significativi sulla mortalità delle imprese in provincia di Brindisi. Nel 2.012 si sono iscritte 2.434 imprese ma se ne sono cancellate 2.812 su un totale di circa 32.000 imprese attive: 400 imprese in meno che si aggiungono alle 600 del 2011. Il trend più negativo tra le province pugliesi. È lo stesso trend che si registra anche tra le imprese artigiane della provincia di Brindisi. Nel settore costruzioni edili, settore da sempre volano di sviluppo, i lavoratori attivi sono stati, nel 2012, 3173 a fronte di 3413 del 2011. Nel 2011 nel settore risultavano iscritte e attive alla cassa edile 963 imprese, mentre nel 2012 solo 790.

L'agricoltura e' da tempo in perenne sofferenza. Sono dati che seguono quelli altrettanto negativi del 2011 e del 2010. Dietro l'aridità di questi numeri ci sono uomini e donne in carne ed ossa, giovani, famiglie, imprese, sacrifici fatti nel tempo e vanificati in questi anni di crisi. Chi parla di questo, che cosa ai propone per bloccare questa situazione? Le imprese muoiono, altre sono entrate in sofferenza, il lavoro si distrugge e manca sempre di più. Di questo si dovrebbe parlare in una campagna elettorale che non può esaurirsi nell'enfasi delle primarie, nel piagnisteo per il venir meno di rappresentanza territoriale (chi è causa del proprio mal pianga se stesso).

In un territorio il cui assetto istituzionale non è ancora chiaro e definito e il cui vecchio modello industriale è ormai in fase di esaurimento e non in grado per una parte di esso di offrire altro sviluppo, sono necessarie riflessioni e proposte coraggiose da inserire nelle nuove politiche per la crescita e la ricostruzione. La Cgil e la Confindustria offrono con le loro proposte spunti, idee, progetti che hanno bisogno di essere territorializzati e verificati. Per creare lavoro e impresa bisogna saper avanzare proposte e progetti. Senza il saper fare della impresa, senza libertà materiale, senza la dignità del lavoro, non c'è libertà politica, nè democrazia. Il resto e' chiacchiera.

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