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L'immigrazione silente nelle metropoli smentisce i pregiudizi

Per avere una percezione visiva di come stia cambiando la composizione della popolazione italiana, al di là delle aride cifre statistiche, un sistema molto semplice consiste nell’utilizzare, su determinati percorsi, i mezzi pubblici di trasporto di una grande città 

Per avere una percezione visiva di come stia cambiando la composizione della popolazione italiana, al di là delle aride cifre statistiche, un sistema molto semplice consiste nell’utilizzare, su determinati percorsi, i mezzi pubblici di trasporto di una grande città come Milano, e soffermarsi ad osservare gli utenti.  Nella capitale economica d'Italia, infatti, i processi di trasformazione della società italiana sono sempre avvenuti in anticipo e più rapidamente rispetto ad altre realtà del paese, in ragione delle ampie possibilità occupazionali offerte nei diversi campi di attività da quella metropoli, che riesce ad attrarre ed assorbire  nel tempo consistenti correnti migratorie alla ricerca di migliori condizioni di vita. 

I nuovi  arrivati, già inseriti nel circuito lavorativo, nella necessità, poi,  di spostarsi nell'area urbana per raggiungere i posti di lavoro o per altre incombenze e non disponendo ancora di mezzi propri per muoversi, fanno ricorso a quelli pubblici, consentendo così all'osservatore esterno di individuarne le diverse provenienze, rappresentate attualmente da un campione di quasi tutte le nazionalità del pianeta.  

Le ragioni del fenomeno

Nella fase del 'boom' economico, durata circa un ventennio, dai primi anni '50' ai primi anni 70' del secolo scorso, era facile incontrare nei veicoli pubblici e riconoscere dalla varietà degli accenti i numerosissimi meridionali, che nel gran flusso di migrazioni interne che aveva caratterizzato quel periodo, avevano scelto Milano come destinazione.   Una canzone molto popolare  coglieva un particolare aspetto della vita di allora : “Trani a gogo”, di Giorgio Gaber (1962), traducibile in ‘vino tranese versato in gran quantità’, con la quale il noto cantautore descriveva un’usanza molto diffusa all’epoca, quella di bere vino sfuso pugliese senza limiti, per pochi soldi,  nelle  modeste ed economiche osterie della periferia di Milano. 

Le prime presenze di immigrati stranieri cominciarono a registrarsi, a Milano ed altrove, alla fine degli anni ’70 per aumentare progressivamente negli anni successivi e giungere all’attuale situazione di ampio insediamento.  Le principali ragioni di tale espansione possono in generale farsi risalire all’allargamento della UE ai paesi dell’est Europa, dopo la caduta del muro di Berlino, con la conseguente possibilità per  quelle popolazioni di muoversi liberamente e trovare occupazione nei paesi dell’Europa occidentale, a più alto tenore di vita. Inoltre, all’invecchiamento della popolazione,  con la necessità di assicurare assistenza domiciliare agli anziani, specie se disabili, facendo ricorso alle “badanti”, provenienti in prevalenza dai paesi dell’ Europa orientale.

Da considerare, come causa, anche la forte propensione delle donne italiane a cercare un impiego, con compensi adeguati, fuori dell’ambito familiare, affidando a manodopera,  in gran parte straniera, il disbrigo delle faccende domestiche, e la disponibilità di manodopera a basso costo, utilizzata dalle imprese per contenere i costi di produzione ed incrementare la concorrenzialità delle merci con l’effetto, nei casi più virtuosi, di far aumentare il capitale destinato agli investimenti in innovazioni tecnologiche. Infine, c’è il ricorso delle imprese a manodopera immigrata per l’ esecuzione dei mestieri più umili, rifiutati in genere dagli italiani, i cosiddetti “ddd jobs” (dirty, dangerous and demeaning), cioè i lavori sporchi, pericolosi e degradanti per le persone.

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L'esempio del caso-Milano

Le procedure seguite per l’inserimento degli immigrati nel circuito economico milanese, più avanzato ed all’avanguardia rispetto a quello di altre realtà italiane, sono state quelle classiche e collaudate, messe in atto, anche se con minore diffusione, ovunque nel paese.  Secondo tale schema i primi arrivati, dopo aver trovato lavoro e sistemazione nell’area metropolitana lombarda, diventati punti di riferimento per parenti ed amici, rimasti nei poveri paesi d’origine, si sono attivati con grande impegno per cercare analoga sistemazione ai loro connazionali, decisi a raggiungerli ad ogni costo. 

Tutto ciò ha determinato un’espansione a ‘macchia d’olio’ della popolazione immigrata nell’hinterland milanese con il risultato, in molti casi, di pervenire ad una specializzazione nelle mansioni di lavoro, per cui, ad esempio, le domestiche a Milano, sono in gran parte filippine e sudamericane, il personale addetto alla ristorazione è di origine asiatica, quello alberghiero è rumeno o di altre nazionalità, etc.

I processi sopra evidenziati continuano a svolgersi in maniera silente, capillare, senza ‘dare nell’occhio’, ottenendosi dalla somma dei casi singoli  i grandi numeri dell’immigrazione straniera nell’area milanese ed a seguire in altre realtà del paese.  Niente di simile con quanto avviene in modo eclatante con la gran massa di disperati che, decimati dalle traversate nel deserto, dalla crudeltà degli uomini e dalle avversità del mare, tentano di raggiungere le coste del nostro Mezzogiorno, suscitando tanto scalpore e preoccupazione nell’opinione pubblica, non soltanto nazionale. 

Per trovare delle analogie con queste ultime situazioni dolorose di grande efficacia risultano le descrizioni che ha fatto Melania Mazzucco nel bel romanzo “Vita” ( premio Strega 2003),  a proposito della grande emigrazione italiana fra Ottocento e Novecento, quando l’America da raggiungere non era per i nostri antenati solo il paese delle libertà e dei sogni, ma anche terra di sfruttamento, violenza, criminalità.

Il problema integrazione solo nella testa degli adulti

Attraversando Milano in tram qualche giorno fa, ho visto salire ad una fermata e prendere posto una scolaresca vociante di bambini delle classi elementari, dai tratti somatici differenti tra loro, dovuti alla diversa origine dei genitori.  Per curiosità ho domandato ad un maestro che li accompagnava se i ‘suoi’ alunni familiarizzassero tra loro e se, pur nati in Italia,  la provenienza straniera dei genitori costituisse un ostacolo alla loro integrazione.  Mi ha risposto molto semplicemente, affermando che quegli scolari crescevano e stavano bene insieme e che i pregiudizi razziali ed i casi di intolleranza erano una prerogativa soprattutto degli adulti.  

Ho riflettuto su quell’episodio e mi son chiesto, come sia possibile perpetuare una situazione di discriminazione nei confronti dei tanti bambini, nati in Italia da genitori immigrati, tenuti in uno stato di palese inferiorità, ed indugiare nell’approvare la legge sullo Ius Soli, ancora giacente in parlamento, per dare ad essi, che frequentano le nostre scuole, studiano e parlano la nostra lingua, pari diritti di cittadinanza rispetto ai compagni di banco. Si continua, invece, a praticare la politica dello struzzo, a tergiversare, non valutando, tra l’altro, che in un paese a bassa natalità come il nostro, i figli di immigrati, nati e cresciuti qui, costituiscono una futura importante risorsa per l’intera collettività.

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