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Dalla bici di Renato all'aggressione post-partita: giudicare non basta

Questi ultimi giorni ci hanno regalato fatti di cronaca su cui è meglio soffermarsi un momento, prima di passare alla prossima notizia, al prossimo aperitivo e al prossimo fine settimana

Questi ultimi giorni ci hanno regalato fatti di cronaca su cui è meglio soffermarsi un momento, prima di passare alla prossima notizia, al prossimo aperitivo e al prossimo fine settimana. Le notizie in sé non hanno la portata nazionale e mondiale dell’attentato Isis a New York, o dell’escalation delle tensioni tra Korea e USA però, nella loro modesta espressione locale, ci consegnano elementi allarmanti su ciò che ci circonda e tocchiamo con mano da vicino.

In città non è passato inosservato (a scapito di ben altri eventi più importanti), il vile atto subito dal famoso Renato, tuffatore amatoriale e teatralmente professionista, che ha visto la sua bici gettata in mare da un paio di ragazzini. Anche a Milano alcuni “geni del male” hanno pensato bene di gettare nei navigli molte bici pubbliche di valore ben superiore a quella del povero Renato, eppure la notizia locale lascia l’amaro in bocca, perché rappresenta l’attacco a ciò che è semplice ed ingenuo.

Sulla tracotanza del gesto c’è poco da aggiungere: l’idea di scaraventare a mare il mezzo di trasposto altrui non è goliardia o parossismo adolescenziale ma si configura come sadismo delittuoso. Sui social è piovuto di tutto sui due adolescenti, insulti spontanei, di pancia, che condannano un fenomeno figlio del nostro contesto.

Ma è facile offendere l’elemento debole ed ignorare, o talvolta stringere la mano, ad un sistema che produce queste degenerazioni. Perché il lancio in mare di quella bicicletta è l’atto finale di un passaggio esistenziale che coinvolge ormai tutti i giovani: lo smembramento dei valori intesi come visione futura del mondo in cui vivremo.

Renato il Tuffatore-4Ciò che ne consegue è una visione globale ma scissa, evidenziata da molteplici osservazioni sull’Italia, con poche speranze e molte illusioni. Illusioni di proprietà, di prepotenza e benessere utopico. La stessa prepotenza è scesa in campo, è proprio il caso di dirlo, tra due squadre di Allievi regionali a Monteroni, con foto di tre baby calciatori dell’Euro Sport Accademy adatte ad una rissa delle peggio borgate, piuttosto che ad una partita di calcio.

Come è scontato che sia, sui fatti sono divergenti le visioni delle diverse società coinvolte e saranno solo i referti degli organi preposti a chiarire cosa sia realmente accaduto in quegli spogliatoi. Lo sgomento nel vedere quelle immagini resta. Il calcio non è mai stato uno sport nobile, soprattutto nelle basse categorie: la gavetta si fa costruendosi il “rispetto”, a volte per supremazia a volte per sopravvivenza.

Ma quando questa brutta abitudine infetta anche un match tra bambini in crescita, sorge spontaneo chiedersi quanto la degenerazione di alcuni adulti abbia ancora senso di esistere in un mondo che meriterebbe pulizia. Lo sport nasce come libertà espressiva, come apprendimento delle regole e rispetto dell’avversario. Nelle foto che ritraggono mani insanguinate e occhi gonfi non c’è rispetto ma odio e collera verso la vita.

Anche in questo caso, la violenza non è conseguenza di momenti isolati di follia ma è l’acme di tensioni sotterranee e rabbia nutrita da una società che, incitando troppo al risultato e al benessere, produce malessere al tempo stesso.  Ebbene, la nostra indignazione sui social o nelle messaggerie sono sì autorevoli autografi di pensiero ma i capitoli dell’opera si scrivono nella vita di tutti giorni ed attendono la nostra concretezza.

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