rotate-mobile
Lunedì, 17 Gennaio 2022
Opinioni

Opinioni

Opinioni

A cura di Blog Collettivo

Ospitiamo in questo Blog opinioni di alcuni cittadini Brindisini

Opinioni

Magistrati, responsabilità civile e il referendum dimenticato

Con il parere contrario dell'Esecutivo e del comitato dei nove, la Camera ha approvato a scrutinio segreto un emendamento della lega sulla responsabilità civile dei magistrati. L'emendamento foriero di un vivace dibattito rivede la legge del '88 prevedendo che "chi ha subito un danno ingiusto per effetto di un comportamento, di un atto o di un provvedimento giudiziario posto in essere dal magistrato in violazione manifesta del diritto o con dolo o colpa grave nell'esercizio delle sue funzioni ovvero per diniego di giustizia può agire contro lo Stato e contro il soggetto riconosciuto colpevole per ottenere il risarcimento dei danni patrimoniali e anche di quelli non patrimoniali che derivino da privazione della libertà personale.

Con il parere contrario dell'Esecutivo e del comitato dei nove, la Camera ha approvato a scrutinio segreto un emendamento della lega sulla responsabilità civile dei magistrati. L'emendamento foriero di un vivace dibattito rivede la legge del '88 prevedendo che "chi ha subito un danno ingiusto per effetto di un comportamento, di un atto o di un provvedimento giudiziario posto in essere dal magistrato in violazione manifesta del diritto o con dolo o colpa grave nell'esercizio delle sue funzioni ovvero per diniego di giustizia può agire contro lo Stato e contro il soggetto riconosciuto colpevole per ottenere il risarcimento dei danni patrimoniali e anche di quelli non patrimoniali che derivino da privazione della libertà personale.

Il testo stabilisce che "ai fini della determinazione dei casi in cui sussiste una violazione manifesta del diritto, deve essere valutato se il giudice abbia tenuto conto di tutti gli elementi che caratterizzano la controversia sottoposta al suo sindacato con particolare riferimento al grado di chiarezza e di precisione della norma violata, al carattere intenzionale della violazione, alla scusabilità o inescusabilità dell'errore di diritto". L'emendamento estende la responsabilità anche alla più generica «manifesta violazione del diritto». In secondo luogo prevede la citazione diretta del giudice o del pm da parte del danneggiato.

A chi scalpita per l'attacco nei confronti della magistratura, si potrebbe rispondere che di realmente offensivo in verità c'è stato il tradimento dei cittadini che nel 1987 avevano votato per la responsabilità civile dei magistrati, sterilizzata dalla legge Vassalli del 1988. Prima, il cittadino leso, citava lo Stato che poi poteva rivalersi sul magistrato, entro il limite di un terzo di annualità dello stipendio. È vero però che in Italia, questa procedura fiacca la più ardua delle tempra, poiché perché lo Stato venga condannato occorrono nove gradi di giudizio, affidati a magistrati, il tutto se siamo ancora vivi.

E così, dal 1988 ad oggi sono state appena 406 le cause avviate da cittadini nei confronti dello Stato (non del giudice) quindi a spese nostre, le condanne appena 4. Prevista poi, una "clausola di salvaguardia", attraverso la quale si nega qualsiasi possibilità di sindacare il modo in cui il giudice interpreta la norma che applica o procede alla valutazione dei fatti sottoposti al suo esame. Se ciò si rivela indiscutibilmente utile ad evitare il proliferare di giudizi al riguardo, non può ignorarsi che talvolta, l'interpretazione e la valutazione dei giudici vanno al di là dell'area di "una legittima interpretazione della norma e di una possibile valutazione del fatto" .

In verità il sistema introdotto dall'emendamento non esiste in altri Paesi: in Austria, Francia, Germania, Spagna e Svizzera è prevista la possibilità di esperire in un novero limitato di casi, un'azione di risarcimento dei danni contro lo Stato che potrà rivalersi in parte contro il magistrato. Tuttavia il problema esiste ed occorre mettervi mano : basti rammentare le vicende che hanno travolto noti e meno noti personaggi, poi rivelatesi infondate e mai alcuno che sia stato chiamato a rispondere direttamente, per il danno arrecato alle persone, alle famiglie, al lavoro, alla reputazione (che per qualcuno è importante).

Una per tutte: la vicenda di una persona "perbene", Enzo Tortora arrestato con l'accusa di associazione per delinquere di stampo camorristico dalla Procura di Napoli. A volte, la verità va ricercata nelle frasi secondarie piuttosto che nelle dichiarazioni solenni; è negli incisi che fa capolino, diceva qualcuno, vale anche per quanto detto all'epoca dei due pm Diego Marmo e Salvatore Scarpinato, nei processi Tortora ed Andreotti. Il primo che a un certo punto rivela: "sapevamo tutti che se cadeva la posizione di Tortora, cadeva tutto il processo"; il secondo - Scarpinato - nel corso della sua requisitoria, di sfuggita dichiara: "senza la morte di Falcone, questo processo non si sarebbe svolto", aprendo un inquietante spiraglio sulle origini del "processo del secolo".

Tortora doveva essere colpevole se non si voleva pregiudicare un'inchiesta nata male e gestita peggio. Nata male perché fondata sull'uso improprio della legge sul pentitismo applicata non più ai reati di terrorismo, ma a quelli di camorra; finita peggio per l'epilogo. I sette mesi di detenzione danno così vita ad una gogna mediatica intessuta di testimonianze, provenienti dalle fonti più svariate: Tortora è un affiliato della camorra di Raffaele Cutolo, col quale ha stretto un giuramento di sangue?; Tortora mercanteggia coi camorristi sotto forma di centrini ricamati inviati al mercatino di «Portobello», che occulterebbero loschi traffici di droga?; Tortora ha il suo numero telefonico nell'agenda di un camorrista, ma nessuno si preoccupa di comporlo durante l'indagine?;Tortora a Milano è intimo del boss Turatello, che però non può né confermare né smentire perché sbudellato da Pasquale Barra, O'Animale che ha dato il via all'inchiesta con Pandico, uno psicopatico che ha tentato di far fuori la madre?; Tortora è con Turatello in una foto che lo ritrae accanto a Gianni Melluso, il fornitore di coca che lo accusa di aver tramato con la P2, (peccato che l'esistenza di questa foto risulti solo dalle parole di Melluso che l'avrebbe "bruciata").

Decine di sodali imbrattacarte attrezzati di penne livorose fecero a pezzi l'immagine di Tortora, infierendo su un uomo perbene che della sua reputazione, aveva fatto la cifra intera della sua esistenza, demolendone l'immagine di giornalista e uomo di spettacolo popolare. La candidatura è uno spartiacque: dopo di essa, egli diviene il simbolo cosciente del disastro in cui versa il sistema giudiziario. Al contrario di quanto pronosticato egli viene eletto con 485.000 preferenze a Bruxelles, ma alla concessione dell'autorizzazione a procedere, da lui stesso richiesta, torna in Italia (oggi chi lo farebbe ?) presenziando ad un singolare processo, tale per l'inconsistenza delle prove a carico e la prevenzione emersa nel corso del dibattimento.

Per replicare alle querele dei radicali, il PM Marmo affermerà su «la Repubblica» dell'8 ottobre 1985 che "il pm - anche il più mediocre - non deve perdere occasione per valorizzare i dati negativi della personalità dell'imputato, da utilizzare poi in requisitoria", dando alla pubblica accusa un ruolo nuovo, rispetto a quello affidatole dalla legge, trovare tutti gli elementi di prova, compresi quelli a discarico.

Dopo soli sei giorni di camera di consiglio per 243 imputati, la Corte condanna Enzo Tortora, nonostante Raffaele Cutolo affermasse l'estraneità del presentatore al clan, il quale da "uomo perbene" si dimette e si consegna ai carabinieri per rimanere agli arresti domiciliari sino alla sentenza di assoluzione della Corte di Appello il 15 settembre 1986. Nelle ventisette udienze del processo di secondo grado, si dimostra, il meccanismo di accuse a catena che i pentiti concordavano dopo gli incontri nella caserma, allo scopo di garantirsi trattamenti di favore dallo Stato.

Il 16 settembre 1986 ancor prima di leggere le motivazioni della sentenza di secondo grado, (rese pubbliche il 16 dicembre 1986), il pubblico ministero Armando Olivares dichiara al Tg2: «Ha vinto la camorra. Quando dico questo? mi riferisco al principio che questa sentenza ha accolto: quello che in mancanza della prova documentale non ci può essere condanna. Diciamolo chiaramente, la mia opinione è che oggi i soli pentiti veri siano i giudici della quinta sezione penale della Corte d'appello. Non escludo che i miei colleghi possano aver subito delle pressioni indirette. Non penso che qualcuno sia andato a dir loro "assolvete Tortora". Il garantismo? Non deve essere esasperato: c'è la ragion di Stato.» A tale dichiarazione il Csm non replicò neppure con una riga, laddove prima non aveva esitato a censurare le critiche rivolte da esponenti politici alla sentenza di condanna di un anno prima.

Ora che ai giudici di secondo grado viene lanciata l'accusa di condizionamento, dalla corporazione, nemmeno una riga. Così dovranno trascorrere oltre 1000 giorni prima che Tortora venga riconosciuto innocente e il lavoro degli inquirenti apprezzato per quello che pochissimi avevano avuto il coraggio di denunciare, (già il coraggio, il platino dell'uomo): una vacillante inchiesta che al termine dei tre gradi di giudizio vedrà l'assoluzione di oltre due terzi degli imputati.

Cos'è cambiato trent'anni dopo questa Caporetto e di quella porzione di magistratura che li aveva trasformati in onnipotenti oracoli? Nulla; i demiurghi del caso sono stati promossi; Felice Di Persia è diventato membro del Csm (poco consolante ricordare come Francesco Cossiga si rifiutasse di stringergli la mano), Lucio Di Pietro, procuratore generale della Repubblica di Salerno. Ed il presidente del tribunale che lo condannò in primo grado a dieci anni di reclusione e a 50 milioni di lire di multa, presidente della sesta sezione penale della Corte di Cassazione. Come pure divenne procuratore generale presso il tribunale di Nocera Inferiore quel Diego Marmo che, vestendo i panni del pubblico ministero nel processo di primo grado, urlò un giorno ad uno dei difensori di Tortora (eletto deputato al Parlamento europeo) : «Avvocato, lei deve moderare i termini! Le ricordo che il suo cliente è stato eletto con i voti della camorra. ».

Così, continuando tutti a percorrere serenamente la strada verso la meritata pensione, certi che gli errori irreparabili eventualmente commessi nell'esercizio delle funzioni non possono minacciare neppure la progressione di una carriera. Quali che siano state le ragioni del processo a Tortora, la sua vicenda ha contribuito a far capire lo stato della giustizia, svelandone gli abusi, svelati da quel lontano 1971 nel celebre "Detenuto in attesa di giudizio" (1971). I referendum dei radicali saranno i primi della storia repubblicana a ottenere una maggioranza schiacciante: l'80,5 % di SI il 9 novembre 1987, paleserà la sfiducia del popolo nei confronti dell'immunità del sistema giudiziario. Per la magistratura invece, soltanto "una paurosa involuzione democratica tesa a neutralizzare l'azione dei magistrati".

Confermata l'assoluzione in Cassazione, il pm del processo d'appello torna alla carica sul «Messaggero», il 21 novembre 1987 e dichiara: «Un errore giudiziario non è solo quando si condanna un presunto innocente. È anche quando si assolve un presunto colpevole. Come in questo caso. Tortora è colpevole.» E prosegue chiamando a raccolta le toghe, obnubilando che ad aver gettato sfiducia sulla giustizia italiana sono stati i comportamenti assunti dalla corporazione, estranei al senso di responsabilità imposto da una funzione così delicata.

Il 20 aprile 1987 un Tortora fiaccato dal tumore che lo corrode interviene al telefono alla trasmissione di Rai 2 condotta da Giuliano Ferrara. In studio i magistrati Armando Olivares e Alessandro Criscuolo: l'ennesima occasione persa davanti al cittadino (ciascuno di noi); Giuliano Ferrara sarà querelato per calunnia dai magistrati Lucio Di Pietro e Felice Di Persia. Dopo dieci anni sarà assolto.

Il 18 maggio 1988, Enzo Tortora muore a meno di sessant'anni, ricordato l'indomani da Leonardo Sciascia sul Corriere della Sera: «Ero uno dei pochi che avevano subito creduto nella sua innocenza, e nettamente lo avevo dichiarato, riscuotendo il rimprovero di qualche benpensante. Per come potevo, ho poi seguito e incoraggiato la sua battaglia. Una battaglia che ha saputo combattere impeccabilmente, con rigore e con dignità. L'ho rivisto dopo molti mesi, sabato scorso. Era irriconoscibile, parlava stentatamente, atrocemente soffriva; ma parlava con precisione e passione nella grande illusione che il suo sacrificio potesse servire a qualcosa. Con questa illusione è dunque morto. Speriamo che non sia davvero un'illusione

Pessimismo fondato: intervistato dal settimanale «Gente», Gianni Melluso conferma nel 1992 le sue false accuse. Le figlie di Tortora lo querelano per diffamazione. Due anni dopo, il gip Clementina Forleo assolve Melluso, dichiarando che l'assoluzione di Tortora rappresenta, "soltanto la verità processuale e non anche la verità reale", come a dire "Tortora poteva essere tranquillamente un camorrista" . Dopo due mesi, il sostituto procuratore generale di Milano respinge la richiesta di riapertura della causa con la seguente motivazione: «L'assoluzione di Enzo Tortora con formula piena non è conseguenza della ritenuta falsità delle dichiarazioni di Giovanni Melluso e di altri chiamanti in correità, ma della ritenuta inidoneità delle stesse a costituire valida prova di accusa. Di qui la congruità rispetto al caso in esame del richiamo alla ovvia impossibilità di porre un'equazione tra assoluzione del chiamato in correità [ndr.: Tortora] e la penale responsabilità per calunnia del chiamante [ndr.: Melluso].»

La tragica vicenda di Enzo Tortora è servita a poco: alla irresponsabilità civile dei magistrati ha fatto eco quella disciplinare: i magistrati che si sono occupati di Tortora hanno fatto carriera, risarciti dai giornalisti come Lino Jannuzzi che ne aveva raccontato le opacità, condannati per aver "offeso la loro reputazione", sì, avete capito bene, la "loro" reputazione, quella sì meritevole di tutela, rispetto a quella di un Tortora , di un Rossi o di ognuno di noi. Purtroppo negli ultimi anni il problema della responsabilità dei magistrati è stato affrontato esclusivamente guardando le vicende giudiziarie di Berlusconi; chi odia i magistrati dà l'impressione di odiarli per il fatto di essere dalla parte di Berlusconi. Chi odia Berlusconi ama i magistrati, gli unici in grado di arginare il cavaliere, tanto da meritare (loro sì) ampia libertà.

Vero è che l'art 55 c.p.c. "Responsabilità civile dei magistrati" è sempre stata una disposizione vuota, disinteressati gli addetti ai lavori, disinteressati i giornalisti ed i politici. Certo Berlusconi non esisteva ancora politicamente, quindi perché parlarne, perché scalpitare. Tuttavia, nel rispetto del principio costituzionale dell'autonomia e indipendenza del giudice, non può restare del tutto libera la lettura della legge secondo uno dei significati possibili; nient'affatto peregrina l'ipotesi di giudici che interpretano le norme di diritto o valutano i fatti in termini contrastanti con qualsiasi criterio logico, con l'adozione di scelte aberranti nella ricostruzione della volontà del legislatore, sconfinando nel diritto libero.

Vi è dunque, una linea di demarcazione tra attività interpretativa tutelata e colpa grave, che conduce giocoforza, ad avvertire l'esigenza di un ripensamento della disciplina sulla responsabilità civile dei giudici, quando evidente è il sopruso in danno del cittadino o del contribuente, tanto da rivedere la normativa individuando ipotesi specifiche. Pensiamo anche alla materia tributaria ed alla natura degli interessi coinvolti, che non sono squisitamente economici, posto che in taluni casi, un provvedimento ingiusto rischia di incidere molto più di quanto non si creda sulla vita lavorativa e privata del contribuente.

Il problema dev'essere affrontato in chiave sistemica: - la vittima di un danno ingiusto qualunque ne sia la causa, va protetta, quindi lo Stato in via principale, nei casi gravi deve rispondere; - non è detto che là dove c'è responsabilità dello Stato, ci debba essere automaticamente quella del giudice: il confine potrebbe essere più stretto, in fondo nel diritto già esistono soggetti trattati più indulgentemente di altri;

- sì ad un procedimento snello, diversamente si è vittima due volte e sempre dello Stato;

- il vero pericolo non è il giudice corrotto o malvagio, bensì quello disinteressato, assopito, distratto, indolente, troppo morbido con i forti o troppo rigoroso con i deboli, ottuso o timoroso, ciò che è assai meno raro;

- a decidere non possono essere i giudici, sodali nella cautela assolutoria (i numeri parlano chiaro), nemmeno i politici o gli ecclesiastici, forse un collegio di giudici stranieri e di professori; - sì all'assicurazione r.c., che risarcisce le vittime; in fondo il danno si risolve in un equivalente economico.

Così fragile la spinta morale, ambientale o religiosa per colui che maneggia la libertà, l'onorabilità, il lavoro, in uno, la dignità di una persona, che deve in una qualche misura esser chiamato a rispondere se sbaglia, affinchè, per usare le parole dello stesso Tortora dal carcere di Bergamo il 16.09.1983 (tratto dal blog fainotizia.it) questo corpo politico e civile non sia votato al letargo, all'oblio.

"Che si faccia strame della libertà di un uomo, della sua salute, della sua vita, come può esser sentito come offesa alla libertà, alla vita, alla salute di tutti in un Paese (e uso impropriamente la maiuscola) che non ha assolutamente il senso sacro, della propria dignità e delle libertà civili? Non è vero che l'Italia "ha abolito la pena di morte". Abbiamo un boja in esercizio quotidiano, atroce, instancabile. Ma non vogliamo vederlo. La sua scure si abbatte, ogni minuto, sul corpo di uomini e di donne, e li squarta vivi, in "attesa" di un giudizio che non arriva mai. L'uomo qui è niente, ricordatevelo. L'uomo qui può, anzi deve attendere. L'uomo qui è una "pratica" che va "evasa" con i tempi, ignobili, della crudeltà nazionale. L'Italia, e ricordate anche questo, è ormai immersa nella cultura del disprezzo. Non si deve nemmeno più vivere. E quando una nazione ha smarrito questo senso, ripeto, sacro, della libertà e dei diritti del cittadino, è segno che questa nazione è perduta, Temo per sempre. Quando questa mostruosa farsa sarà finita, e se sarò vivo dopo aver sopportato l'insopportabile, potrete adeguatamente definirmi, allora sì, "socialmente pericoloso".

Parole dalle quali trasuda la densità del dolore dell'abbandono (del cittadino), una vergognosa ingiustizia ed una scellerata impunità. Dobbiamo ricominciare da quel referendum per non tollerare i camuffamenti, la perdita di memoria e per offrire una degna sepoltura civile, alle tante vittime della ingiustizia.

*avvocato

In Evidenza

Potrebbe interessarti

Magistrati, responsabilità civile e il referendum dimenticato

BrindisiReport è in caricamento