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Trent’anni dopo l’esodo albanese: Brindisi deve aspirare a quella medaglia

Nell'anniversario degli sbarchi, i 3 motivi per cui la città dovrebbe reclamare la medaglia d'oro al valore civile

Nei giorni duri, durissimi, dell’esodo albanese nella nostra città, scriveva il compianto Giorgio Pansa che “gli italiani qualunque di Brindisi, buoni, generosi, pazienti e senza potere” avrebbero dovuto meritare due medaglie (v. Pansa, Due medaglie per Brindisi, in “La Repubblica”, 13 marzo 1991). La prima per aver “sopportato silenziosamente il contrabbando”. La seconda, invece, per aver mostrato, pur in assenza di alcun supporto “statale”, enorme generosità nell’accogliere i cittadini albanesi.

Pansa sapeva fin troppo bene il fatto suo e concludeva l’articolo anticipando che, in fin dei conti, lo Stato non avrebbe onorato Brindisi con alcuna delle due medaglie. In effetti le sue parole sono state profetiche “a metà”. Una prima medaglia è arrivata “seppur virtualmente” quando lo Stato ha deciso di porre fine al contrabbando di sigarette con l’imponente operazione “Primavera” del 2000. La seconda, invece, quella medaglia d’oro al valore civile per aver accolto e assistito oltre 27.000 albanesi, non è mai arrivata. Fu Giorgio La Malfa, l’allora segretario del Partito Repubblicano Italiano nonché primo politico “di rango” a visitare la nostra città durante i giorni del grande esodo, a chiedere per primo al Presidente del Consiglio Giulio Andreotti l’attribuzione della medaglia d’oro al valore civile (v. La Malfa, La città merita una medaglia d’oro, in “La Stampa”, 12 marzo 1991) a favore di Brindisi. La grande ondata albanese, difatti, aveva colto tutti alla sprovvista e l’impegno dei brindisini era stato straordinario.

Tuttavia, all’indomani di questa vicenda la città non ha mai voluto reclamare quella medaglia né ha mostrato, al di là di qualche sporadico episodio, alcun interesse per la materia. Anzi, la sua indolenza ha finito col tempo per ingenerare molteplici tentativi di revisione storico/cinematografica – copiosamente smentiti sia dalla stampa dell’epoca che dalla fedele memoria del popolo albanese – che hanno rischiato di estromettere Brindisi dal gradino di protagonista indiscussa del grande esodo albanese del 1991. A distanza di trent’anni da quei terribili giorni si dà il caso che Brindisi debba seriamente tornare a occuparsi di questa storia in cui divenne “capitale dell’utopia realizzata: città dove alle parole si preferiscono i fatti, dove solidarietà non è un tronfio monumento alla chiacchera e dove la retorica dell’aggiungi un posto a tavolo diventa vero gesto del cuore” (v. S. Mazzocchi, Ritratto di una città anomala dove l’emergenza è una abitudine, in “La Repubblica”, 14 marzo 1991).

In questo contesto, dunque, Brindisi deve aspirare alla medaglia d’oro al valore civile e tre sono le ragioni a sostegno di questa tesi. La prima. Brindisi ha scritto una delle più belle pagine di pedagogia sociale del nostro Paese. Lo ha fatto contando sulle sue forze e sul coraggio di una popolazione che da sempre lavora senza chiedere nulla in cambio. La seconda. Lo Stato Italiano non ha mostrato il suo lato migliore in questa vicenda, abbandonando inizialmente Brindisi durante i primi giorni dell’emergenza. A quei tempi l’assegnazione di una onorificenza istituzionale avrebbe probabilmente rappresentato una plateale ammissione di colpa per uno Stato e per una intera classe politica che, travolti dalla caduta del Muro di Berlino, non erano nel pieno delle proprie forze. Oggi, invece, i tempi sembrano essere più maturi e lo Stato Italiano è nella condizione per poter esprimere tutta la sua autorevolezza, superando i traumi del passato e decidendo di onorare Brindisi e la sua popolazione con la medaglia d’oro al valore civile per i fatti del 1991.

Terzo e ultimo motivo. Brindisi vive una delicata fase della propria esistenza. Da tempo la città è alla ricerca di una propria identità e di una strategia per il suo futuro. Ci sono forti divisioni sociali e una crescente disaffezione verso la cosa pubblica. In questo scenario Brindisi ha bisogno di unità e l’attribuzione di una onorificenza istituzionale, assieme ad altre imprescindibili iniziative in campo economico e sociale, può favorire l’aggregazione di una comunità e il sentimento di appartenenza al territorio locale. Sia chiaro. Il cammino verso quest’onorificenza è tutt’altro che spianato e bisognerà superare il disinteresse, la gelosia e le divisioni che, molto spesso, animano l’ambiente politico. Nonostante tutto, questa città ha ancora un sentimento comune e, chiamando a raccolta tutte le sue voci, può provare davvero ad afferrare quella medaglia.

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