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Morire per una sfida su TikTok: sul banco degli imputati l'uso eccessivo della rete

"E' utile chiedersi perché smartphone e app possano essere utilizzati dai minori con tale libertà, senza che vi sia sempre il giusto controllo da parte dei genitori"

Notizie drammatiche che non vorremmo mai commentare: morte cerebrale di una bambina in Italia di appena dieci anni per aver compiuto una "challenge" estrema su TikTok. Le autorità competenti hanno avviato immediatamente le indagini, con l'obiettivo di spiegare come sia potuto accadere un evento tanto drammatico quanto incomprensibile; tuttavia le prime notizie tendono ad attribuire la morte cerebrale della ragazza al soffocamento in seguito ad una challenge di coraggio, rigorosamente ripresa dal cellulare.

Le challenge sono sfide che partono nella rete, soprattutto su TikTok, il nuovo social che impazza tra i più piccoli e non solo (enorme il successo tra gli adulti durante il lockdown); competizioni che possono riguardare qualsiasi cosa: ad esempio togliersi una maglietta alzando il braccio destro, mantenere precari equilibri del corpo in posizioni improbabili, prove estreme quali trattenere il fiato aiutandosi con vari oggetti. E' possibile assistere a sfide riguardanti secchiate d'acqua ghiacciata, selfie sui binari, giochi alcolici... addirittura mordere una capsula di detersivo per lavastoviglie.  Giochi così banali o perversi che possono causare anche incidenti gravi se non mortali, come quello occorso alla povera bambina in Sicilia.

Ora può sembrare facile inveire contro questi social, sui loro contenuti che oltrepassano il buon senso, però forse è più utile chiedersi perché queste sfide siano così seguite e perché smartphone e app possano esser utilizzati dai minori con tale libertà, senza che vi sia sempre il giusto controllo da parte dei genitori. Il fenomeno delle sfide riprende gli stessi processi alla base delle condivisioni e consiste nella visibilità, nel sentirsi parte di un gruppo, pronto a esaltare illusoriamente un Io in crescita. L'intensità del rischio accresce la ricompensa della popolarità: più il video è folle e più si avranno followers e like, i quali aumenteranno la "felicità" e il bagliore dell'euforia.

Il doloroso annuncio della morte della giovane, sopra enunciata, riporta in prima linea il problema degli adolescenti iperconnessi: giovani che confondono il reale con il virtuale, sottomettono i loro spazi a rituali virali per accrescere un senso di appartenenza, frutto di byte che passano dalle schede dei loro smartphone. Le statistiche indicano che per quanto riguarda l'utilizzo del primo cellulare tra i ragazzi, nella fascia tra gli 11 e i 13 anni, l'età media sia scesa di un anno, aggirandosi intorno ai 9 anni. Tra gli adolescenti, circa 1 su 2 afferma di trascorrere dalle tre alle sei ore extrascolastiche riverso sullo smartphone, e il 10 per cento di questi ragazzi supera abbondantemente la soglia delle 10 ore.

E' sempre bene ricordare che il mondo della rete ed i social non possono essere demonizzati; è l'uso eccessivo e sbagliato a dover esser messo sul banco degli imputanti. Tutti gli esperti sono ormai concordi nel limitare sin da piccoli l'impiego di questi dispositivi, puntando l'attenzione sulla necessità di creare spazi educativi tra adolescenti, famiglia e scuola, in cui ricollocare l'equilibrio dell'Io adolescenziale, lontano da vana popolarità e fasulla autostima a peso di like. Internet in futuro sarà sempre più presente per rispondere ai nostri bisogni, a tutto ciò che etichettiamo come "smart": forse sarebbe il caso di impiegare il nostro tempo con i ragazzi in maniera meno virtuale ed intelligentemente disconnessi.   
 

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