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"Negazionismo anche sul Covid, è sintomo di bassa stima di sé e di passività"

Il complottismo è una forma di cinismo estrema e a volte patologica. Importante agire contro questo fenomeno globale dalle forti rilevanze sociali

Immagine di repertorio. Sotto, Vito Mauro Brugnola

Ad ogni bollettino quotidiano sul numero di contagiati Covid riesplode puntuale il dibattito, polemica o argomentazione sull’effettiva utilità di un’informazione così puntuale e sulla portata emotivamente negativa del resoconto rilasciato con cadenza giornaliera. Dai commenti lucidi, razionali o impulsivi esce uno spaccato di come stiamo vivendo questo periodo d’innalzamento della soglia del pericolo, consapevoli anche degli esiti peggiori a cui potremmo andare incontro. Ciò che desta stupore, proprio in virtù di immagini forti che non verremmo più osservare, è il negazionismo di una piccola parte della popolazione, o l’eccessiva confidenza e stigmatizzazione del rischio. Da questi processi si originano critiche talvolta stucchevoli sull’uso dei dispositivi di sicurezza, sul principio di distanziamento sociale o sulle normative che inducono a maggiore prudenza, con risvolti sorprendenti come manifestazioni arrembanti o post dai contenuti fanfaroni. Per carità, non è un fenomeno squisitamente italiano, le scene di assembramenti festeggianti a Liverpool o i comizi repubblicani americani senza mascherina ci indicano il segno internazionale delle duplici modalità di reazione sul contenimento del Covid, ma in ogni comportamento contro la cautela si trovano alcuni processi comuni. Ad esempio Maggie Koerth-Baker, redattrice scientifica senior presso il “FiveThirtyEight” ha analizzato approfonditamente le caratteristiche psicologiche di chi è incline a credere nelle teorie del complotto, alla base della negazione della pericolosità della situazione che viviamo.

Vito Mauro Brugnola-3

Il complottismo è un “sistema monologico di credenze”, cioè una specie di griglia di regole in cui si possono facilmente inserire anche gli avvenimenti nuovi, sui quali si hanno poche informazioni. Questo permette ai complottisti di assimilare facilmente dei nuovi fenomeni ed incasellarli nella propria rete di credenze. Una ricerca del 2010 ha suggerito che i complottisti tendono ad essere più cinici nei confronti del mondo e della classe politica con dinamiche inclini a diffondersi più spesso in persone che hanno un’inconscia bassa stima di sé e la sensazione di non essere in grado di intervenire per cambiare il mondo che li circonda. Uno degli elementi più interessanti del fenomeno è proprio che persone che reputiamo perfettamente normali, o persino molto intelligenti, siano convinte con facilità dalle interpretazioni complottiste della realtà. Ed è qui che ideologie religiose o strumentalizzazioni ciniche di alcuni politici fanno presa, orientando tweet e comunicati stampa che strizzano l’occhio a chi è più debole, evidenziando alcuni dati ma escludendone altri per una situazione di comodo. Queste prese di posizione “indipendenti” a quanto pare non si rivelano particolarmente utili per un dibattito più aperto e di prospettiva ma, anzi, allontano parte della popolazione da comportamenti socialmente altruistici o responsabili dal punto di vista ambientale. La conclusione a cui è giunta la gran parte degli scienziati con le ricerche attualmente disponibili è che, indipendentemente da che cosa causi cosa, il complottismo è spesso una forma di cinismo estrema e a volte patologica. In virtù di quanto appena detto, risulta fondamentale, se non addirittura vitale, agire contro questo fenomeno globale dalle forti rilevanze sociali e all’insegna del freddo calcolo relativo il vantaggio personale. Da molti anni gli specialisti riconoscono che la sola divulgazione scientifica non risolve il problema in quanto essa serve a familiarizzare i cittadini con la presenza della scienza e la sua funzione nella società, ma nulla può sui pleonastici consigli contro le fake news. 

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La psicologia insegna che ciascuno di noi utilizza dei bias, forme di ragionamento irrazionali e deformate in cui cerchiamo la conferma di credenze fallaci. Resistenza al cambiamento, paura nell’ammettere un errore e ridimensionamento della propria autostima sono alcuni dei processi alla base di questi bias.
Tutto questo è un vero peccato in quanto ogni crescita personale richiede flessibilità e riconoscimento dei propri errori. E, in tempi notevolmente complessi come quelli odierni, gli insegnamenti classici ritornano sempre utili: “Cuiusvis hominis est errare: nullius nisi insipientis, in errore perseverare”. E' cosa comune l'errare; è solo dell'ignorante perseverare nell'errore. Cicerone.

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