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Peppino Caldarola

Peppino Caldarola

Non c'è solo il Parlamento: fuori c'è un mondo che ha bisogno d'impegno

In questi giorni li avrete visti anche voi i musi lunghi di chi credeva/sperava di essere candidato al parlamento e vi accingete a sopportare l’euforia di chi ce la farà. Passerano gli uni e l’altra. C’è stato un tempo in cui le elezioni non erano decisive per i singoli perché contava il successo del proprio partito. Un giovane dirigente della sinistra ambiva a diventare segretario di federazione o ad entrare nel Comitato centrale, sto parlando di quelli che militavano nel Pci, non l’elezione al Parlamento, segno di una precoce giubilazione.

In questi giorni li avrete visti anche voi i musi lunghi di chi credeva/sperava di essere candidato al parlamento e vi accingete a sopportare l'euforia di chi ce la farà. Passerano gli uni e l'altra. C'è stato un tempo in cui le elezioni non erano decisive per i singoli perché contava il successo del proprio partito. Un giovane dirigente della sinistra ambiva a diventare segretario di federazione o ad entrare nel Comitato centrale, sto parlando di quelli che militavano nel Pci, non l'elezione al Parlamento, segno di una precoce giubilazione.

Quando nelle nostre federazioni il venerdì mattina comparivano i parlamentari desiderosi di raccontare le battaglie di aula e di farsi invitare nelle sezioni per illustrare il successo di un emendamento o di un ordine del giorno, i più giovani li guardavano con malcelata sopportazione. Il parlamento era cosa da vecchi. Ovviamente è tutto cambiato. Non so se in meglio o in peggio. E' cambiato.

Il paradosso attuale è che mentre la società si è arricchita di occasioni e di necessità di impegno, tutti si affollano lungo il collo di bottiglia dello sbocco istituzionale. C'erano tempi in cui non era così anche per un'altra ragione. C'era una classe dirigente nazionale stimata e considerata irraggiungibile. Oggi il saliscendi della politica fa venire l'affanno a seguire improvvise carriere e drammatiche cadute. Quel che voglio dire è che c'è un'ossessiva attenzione attorno alla rappresentanza che va venire spesso meno la cura verso i rappresentati.

Non sto facendo un discorso moralistico nè voglio svalutare la gara personale per l'accesso ai piani alti della politica. Sto cercando di rammentare come stiamo entrando in una di quelle fasi della vita politica in cui la soddisfazione di sé e persino il proprio personale status sono più remunerati dal riconoscimento di essere servitori del popolo, uso non a caso una formula antica e discussa, piuttosto che unti dal Signore o dal segretario o capocorrente.

Nei prossimi anni, chiunque governi, noi avremo una società in preda a profondi cambiamenti, al maturare di passioni caldissime, al venire fuori di tematiche inedite. C'è un grande lavoro di intelligenza e di costruzione di casematte democratiche che dovrebbe prendere il sopravvento. Il berlusconismo non è finito solo per loro. E' finito anche per noi. Nel senso che è finito il tempo in cui l'affermazione di sé era la bussola della vita civile e sta tornando il tempo in cui l'essere utile per gli altri diventa il barometro della propria credibilità.

Serve per questo un partito vero che abbia un progetto, un programma, una organizzazione, che sappia scaldare i cuori e tenere freddo il cervello. Servono anche persone che abbiano qualità umane assai più spiccate dell'abilità di tenere insieme una cordata elettorale o una filiera di partito. Serve più una chiesa laica che un suk di mercanti improvvisati.

A chi in queste ore sta macerando nella delusione di non essere fra i prescelti vorrei dire che fuori dalle assemblea c'è un mondo che ha bisogno di noi. A chi ha avuto la fortuna di essere dentro vorrei ricordare che non deve troppo affezionarsi a questo ruolo. Tutto passa. Quel che conta è sapere stare nel proprio tempo con generosità e servendo ideali più forti delle proprie legittime ambizioni.

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