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Sudafrica, tensioni razziali rischiano di sfociare in un conflitto sociale

Una mozione approvata dal Parlamento prevede l’esproprio senza indennizzo delle terre dei bianchi. Che però reggono le fila dell’economia. Il Sudafrica potrà espropriare le terre dei bianchi per darle ai neri, senza alcun tipo di compensazione

Una mozione approvata dal Parlamento prevede l’esproprio senza indennizzo delle terre dei bianchi. Che però reggono le fila dell’economia. Il Sudafrica potrà espropriare le terre dei bianchi per darle ai neri, senza alcun tipo di compensazione. È questa la finalità della mozione approvata dal parlamento sudafricano ed entusiasticamente appoggiata dall’African National Congress (ANC), il partito guidato dal presidente Cyril Ramaphosa e, ai suoi tempi, da Nelson Mandela.

Lo stesso Mandela aveva affermato, dopo la fine dell’Apartheid, la necessità degli espropri, ma aveva anche previsto un congruo indennizzo. Secondo l’opposizione, questo scenario evoca “conseguenze irreparabili per l’economia sudafricana”, e c’è chi dice che “non si può pensare che l’eguaglianza e la pace sociale si raggiungano con la dominazione sui bianchi”.

Stando alle parole di Thandeka Mbabama, la portavoce del Democratic Alliance Party, questa legge servirebbe all’ANC per “sviare l’attenzione dal proprio fallimento legato alla corruzione e alla cattiva politica”, e inoltre “l’esproprio senza indennizzo minerebbe gravemente l’economia nazionale, danneggiando ancora di più i neri poveri”. Il presidente Ramaphosa è arrivato alla guida del Paese in seguito alle dimissioni di Jacob Zuma, travolto da svariati scandali legati a corruzione e violenze sessuali.

Questa riforma agraria ha un precedente finito molto male: quello del presidente dello Zimbabwe, Robert Mugabe, che nel 2000 ordinò un’analoga campagna di espropriazioni a tappeto ai danni dei proprietari terrieri bianchi, che vennero espulsi dal Paese su base razziale. Qualche anno dopo, lo stesso Mugabe fu costretto a ritornare sui suoi passi, pregando i bianchi di fare ritorno e riprendere possesso dei vecchi possedimenti.

Il problema, che oggi rischia di ripresentarsi anche in Sudafrica, fu che la frantumazione del latifondo intaccò pesantemente l’industria agricola nazionale, e la totale impreparazione degli agricoltori improvvisati a cui era stato affidato un terreno completò il disastroso quadro.

La mozione è stata presentata nel parlamento sudafricano dai comunisti dell’EFF (Economic Freedom Fighters), un partito formatosi con la fuoriuscita dell’ala estremista dall’ANC. Julius Malema, colui che guidò la scissione del partito, ne è anche il leader – o, come dice lui, il “comandante in capo”.

Personaggio controverso, persino nel contesto della pittoresca classe politica sudafricana, a soli 37 anni Malema ha già una serie notevole di guai giudiziari alle spalle, dall’evasione fiscale al riciclaggio di denaro sporco, fino alle intimidazioni fisiche verso alcuni giornalisti che indagavano sui suoi affari.

Julius Malema è uno dei principali protagonisti dell’atmosfera incendiaria che sta montando nel Paese. Secondo lui, questa riforma agraria è solo il primo passo: “Il tempo della riconciliazione è finito. Adesso è il tempo della giustizia”, ha dichiarato. Parole che suonano inquietanti, dette da uno che è stato condannato per aver cantato, sul palco di un comizio, una canzone che inneggia allo sterminio degli agricoltori bianchi di origine olandese, i boeri.

La situazione dei boeri, peraltro, è essenziale per capire le motivazioni di questa riforma. Isolatisi nell’entroterra sin dai tempi delle guerre con gli inglesi, che li scacciarono dalle coste, i boeri da secoli coltivano le terre sudafricane tenendosi lontani dalle grandi città e continuando a parlare la propria lingua, l’afrikaner, un dialetto olandese.

La tensione razziale, specie dopo la fine dell’apartheid, li ha resi dei bersagli facili per le bande criminali che imperversano nell’area, tanto che il silenzioso sterminio dei boeri è diventato da anni uno degli argomenti più delicati del Paese. Molti di loro preferiscono emigrare nel Vecchio Continente o negli Stati Uniti.

Il Sudafrica è una polveriera di tensioni razziali. E non solo tra bianchi e neri. Il Sudafrica si è trovato spesso in crisi diplomatiche con altri Stati africani, specie la Nigeria, per via degli omicidi a sfondo razziale consumati da neri sudafricani verso neri di altri Paesi. L’apartheid è finita nel 1991, ma le vecchie ferite tardano a cicatrizzarsi.

Dal 1994 il governo del Paese è saldamente retto dai neri, ma l’economia è in larga parte nelle mani dei bianchi. La criminalità è completamente fuori controllo, e le classi più agiate, in prevalenza bianche, vivono in vere e proprie colonie fortificate e sorvegliate da guardie armate fino ai denti.

Dall’altro lato c’è un’enorme massa di nullatenenti che vive in estrema povertà: non solo neri, ma anche i numerosissimi bianchi che hanno perso il lavoro dopo le riforme dell’amministrazione pubblica degli ultimi anni, che, introducendo rigide quote su base razziale, hanno provocato il licenziamento di molti impiegati pubblici di ascendenza europea. Probabilmente non era questo lo scenario che aveva in mente Nelson Mandela quando preannunciò una “nuova era per il Sudafrica”.

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