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Il presidente di Left, Carmine Dipietrangelo

Il presidente di Left, Carmine Dipietrangelo

Opportunismo e caccia alle tessere: un Pd così non serve all'Italia

Penso e spero ancora che il congresso del PD possa essere l'occasione, l'appuntamento per rigenerare e definire la sua identità, per ritrovare la sua funzione nazionale di cambiamento, per costruire il suo rapporto con una società cambiata e con le nuove generazioni. Certamente esso non sarà risolutivo delle difficoltà, e delle contraddizioni in cui si dibatte dalla sua nascita.

Penso e spero ancora che il congresso del PD possa essere l'occasione, l'appuntamento per rigenerare e definire la sua identità, per ritrovare la sua funzione nazionale di cambiamento, per costruire il suo rapporto con una società cambiata e con le nuove generazioni. Certamente esso non sarà risolutivo delle difficoltà, e delle contraddizioni in cui si dibatte dalla sua nascita. Gli ultimi risultati elettorali stanno tutti lì e non possono essere rimossi. Il congresso deve essere l'avvio per fare chiarezza su coerenza, struttura, funzione e visione. Tutto questo anche a prescindere da chi sarà il segretario.

Che partito deve essere e per quale società si impegna a realizzare i suoi programmi. Non si può rinviare più questa discussione. Non ho mai creduto ad una mistica congressuale, nè a congressi risolutori di tutti i problemi, ma sono convinto della necessità di una discussione vera, libera, autonoma che in questa fase è quantomai indispensabile non solo per il futuro del PD , ma per la democrazia e per l'Italia. L'avvio, però, non sembra corrispondere a questa ineludibile esigenza di confronto congressuale. Al di là delle posizioni e delle volontà dei candidati segretari, il rischio di una ennesima conta interna costruita con una spasmodica corsa ad un tesseramento inconsapevole di iscritti ignari, è molto forte e prevalente.

Si potrà assistere a congressi ai cui dibattiti parteciperanno pochi iscritti e alle votazioni finali centinaia di tesserati dell'ultima ora, ignari e trascinati da capi bastoni locali con il solo intento di marcare il proprio predominio. Il PD non può diventare il coacervo delle peggiori esperienze organizzative dei vecchi partiti di governo del passato, nè legare il suo futuro all'uomo solo al comando di turno. Il PD era nato per cambiare e aveva suscitato speranze, entusiasmi, illusioni; aveva l'ambizione di unire i riformisti italiani, le varie sinistre, amalgamandoli in un processo virtuoso in cui visioni, programmi, proposte di cambiamento radicale,s arebbero dovuti essere il collante unificante e solidificante di questo partito.

Il PD non è stato all'altezza delle ambizioni e delle attese suscitate. I passaggi decisivi,gli obiettivi, sono stati mancati. E lo affermano sia Renzi che Cuperlo. E' apparso più che un luogo e uno strumento di coesione e di condivisione, un luogo di litigiosità, di correntismo senza idee, di sfrenato carrierismo, di esasperati personalismi che ha fatto emergere gruppi dirigenti senza preparazione, mediocri, cinici. Si sono consolidate strutture formate da eletti e nominati impegnati prevalentemente a sostituire o a cooptare altri eletti e nominati. E' stata così condizionata la sua stessa immagine, il suo profilo di cambiamento, la sua credibilità e affidabilità. L'amalgama non c'è stato,il partito e' stato ridotto ad una federazione, questa sì leggera, una specie di patto di sindacato, di correnti rigide.

La democrazia interna si è piegata alle piccole logiche di spartizione degli incarichi, con la solidarietà verticale di corrente come via prevalente di partecipazione e di affermazione nella vita di partito. Le correnti, le affiliazioni sono diventati pesanti, veri e propri partitini personali dentro un partito leggero, un non partito. Nel PDe in molti dei suoi gruppi dirigenti ha prevalso l'idea del partito proiettato sulla scalata delle istituzioni piuttosto che sul servizio delle istituzioni e come tale ridotto sempre più a strumento elettorale, a semplice contenitore da utilizzare per soddisfare esagerate ambizioni personali o per esercitare potere politico e di governo, in alcuni dei casi in puro conflitto di interesse.

I segnali di questa degenerazione sono molto evidenti nel Mezzogiorno e in Puglia in particolare dove il confine tra innovatori e conservatori (rottamatori e rottamati o rottamandi) è stato già annullato dal trasformismo e dall'opportunismo di un ceto politico che è cresciuto attorno al potente di turno. Si vuole cambiare questo PD? E' sull'idea di partito che dovrà scavare e decidere il prossimo congresso. Per quanto mi riguarda il partito del XXI secolo non può che essere una comunità, un luogo in cui si promuovono e si discutono le idee, si elaborano proposte politiche, si ascoltano le istanze dei cittadini, si accoglie e si valorizza la voglia di partecipazione, si fanno crescere capacità , responsabilità, passioni al servizio del bene comune.

In questi anni in cui bisognava costruire il PD e dovevano essere formati nuovi gruppi dirigenti, nessuno ha pensato al partito. Anzi, si è assecondata la logica del "con chi stai?", "se vieni con me ti garantisco.....". Fino adesso nel PD ognuno ha detto e ha fatto quello che ha voluto. In Puglia poi questo è ormai diventata prassi quotidiana. Non c'è spazio per chi pensa e vuole essere intellettualmente autonomo e libero! Chi volete allora che si avvicini ad un partito così se non solo coloro che sanno manovrare meccanismi perversi di affiliazione e di cordata? Se non ceti politici alla ricerca di carriera? Se non i prepotenti della politica? Molti di questi in Puglia li ho visti impegnati a riciclarsi attorno a Renzi.

Oggi tutti dicono di volere un partito forte, aperto, rinnovato, ma per fare cosa? Non puo' essere certamente quella per spianare la carriera a qualcuno o per continuare a garantire posizioni a chi farebbe bene a mettersi da parte da funzioni dirigenti di questa fase. Un partito forte, aperto, rinnovato che sa guardare al mondo, che sappia mettere la persona e non l'individuo al centro delle proprie idee e proposte, che sa coniugare in termini attuali i valori dell'uguaglianza, della fraternità, della libertà consapevole e responsabile,della giustizia sociale, della partecipazione.

Per questo al PD sono necessari un segretario e dei gruppi dirigenti che si curino innanzitutto del partito e del suo radicamento sociale e culturale come condizione per avere la forza e per essere all'altezza di quel cambiamento e trasformazione di cui l'Italia ha bisogno. Per lo stato in cui si trova il PD, di tutto si ha bisogno tranne che di un segretario con "la testa altrove" e di gruppi dirigenti emuli del peggior gattopardismo italiano. Ho più volte ricordato,in questi mesi, Alfredo Reichlin, un dirigente di oltre 80 anni che, come Giorgio Napolitano, proviene dalle fila del PCI, che in un recente articolo ha affermato che il nodo più importante per il PD resta quello della "rappresentanza e della funzione nazionale", della qualità e del senso del suo rapporto con i processi sociali, la sua vocazione a rappresentare le forze vive della società e del cambiamento.

Il compito allora del congresso dovrebbe essere innanzitutto questo: ridare credibilità alla politica e al PD, capacità di rappresentanza, passione per le idee, voglia di stare vicino alla gente e alla parte più debole della società, curiosità intellettuale e culturale verso il nuovo e il progresso della società. Per questo il congresso deve essere l'occasione per dotare il PD e i gruppi dirigenti che lo vogliono rappresentare di una nuova cultura politica senza la quale a mala pena si è in grado di fare la ordinaria amministrazione per conservare l'esistente, ma non sufficiente per affrontare le sfide del futuro.

Senza una solida cultura politica non si riescono neppure a comprendere i propri limiti e i propri errori. Il congresso quindi non può essere vissuto affidandosi a tifoserie pelose e interessate più che a quanti intendono ancora essere appassionati e coinvolti da idee e da visioni condivise. Deve essere invece l'occasione per un confronto sulle scelte da fare riconoscendosi in un progetto comune. Il congresso va fatto non solo per contarsi, ma per discutere e definire un progetto condiviso oltreché il segretario e il gruppo dirigente che coerentemente deve portarlo avanti.

Il futuro dell'Italia ha bisogno, a destra come a sinistra, di partiti solidi, autonomi, dotati di visioni chiare e alternative, di posizioni programmatiche tanto radicali quanto comprensibili. L'Italia non ha bisogno di partiti unici fondati sulle ovvietà e sui luoghi comuni che appaiono suscitare facili consensi o sulla forza della tecnica, ma sulla politica, sulla consapevolezza di rappresentare parti che si fanno carico dell'intera società e capaci di fare scelte chiare. L'Italia non ha bisogno di partiti onnicomprensivi e indistinti in cui convivono posizioni di destra, di centro, di sinistra, accomunate dalle tecniche ineluttabili e dalle compatibilità di governo e che in questi anni sono state le uniche risposte al berlusconismo e all'antiberlusconismo.

Il PD non può definirsi solo come partito di governo o essere il partito di amministratori e di parlamentari. Il PD è chiamato a dare il suo contributo a questo necessario processo di chiarificazione politica e culturale e alla ridefinizione di un sistema politico basato su partiti che, al di là delle persone che li dirigono, siano chiaramente alternativi dal punto di vista programmatico e di visione ma che si rispettino e si riconoscano in principi fondamentali e fondanti di una democrazia moderna, basata sulla rappresentanza, sulla partecipazione e ben lontana da scorciatoie populistiche o da interessate tecniche mediatiche ed elettorali di consenso.

Rispetto alla dimensione delle questioni da affrontar

e si capisce meglio la dimensione dell'impegno e del lavoro per costruire un partito nuovo, radicato, rinnovato nelle idee e negli uomini, un partito, come afferma uno dei candidati alla segreteria, Gianni Cuperlo,".... non solo di sinistra, ma che senza la sinistra il PD non è". Un partito capace di ricollocare i valori di una sinistra, ben più ampia di quella conosciuta e affermatasi nel secolo scorso, nella società di oggi, mutata per orientamenti e aspettative.

Per questo mi sembrano fuori tema e francamente mi fanno un po' pena le posizioni, lette in questi giorni sui giornali locali, di quanti, vecchi navigatori delle forze del centrosinistra pugliese, cercano in Puglia, in prossimità del congresso e delle scadenze elettorali, di giustificare le loro attuali collocazioni. Ancora una volta si definiscono a prescindere. Non c'è un minimo di analisi sul passato, sul presente, sul futuro sociale e politico della Puglia e sulle loro responsabilità di questi anni. E' difficile trovare un minimo di sforzo comune di proposta, ne' tantomeno una condivisione se non quella di ritrovarsi più o meno opportunisticamente a sostenere Renzi.

Politicismo e opportunismo la fanno da padroni! Ceti politici di provenienza DS o Margherita si stanno ricollocando per continuare ad esistere e sopravvivere. Ma di idee e di pensieri politici non si vede neanche l'ombra. Costoro non sono e non diventeranno mai autonome classi dirigenti pugliesi, ma solo ascari o amici dei potenti del momento. "Siamo nati per dare forza alla passione della sinistra non per correggere la destra". Con queste parole Gianni Cuperlo ha presentato l'altro giorno ai giovani la propria campagna congressuale. Il PD o fa questo o non serve all'Italia.

 

 

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