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Francesco Saponaro

Francesco Saponaro

Padri e figli, cattive e buone eredità. E il coraggio che manca alla sinistra

Cosa accomuna Monti, Fornero, Grillo, e Davide Serra, noto come il principale finanziatore di Matteo Renzi? Al di là della apparenze questi signori la pensano nello stesso modo su un punto fondamentale della diagnosi della crisi italiana: il rapporto generazionale tra padri e figli.

Cosa accomuna Monti, Fornero, Grillo, e Davide Serra, noto come il principale finanziatore di Matteo Renzi? Al di là della apparenze questi signori la pensano nello stesso modo su un punto fondamentale della diagnosi della crisi italiana: il rapporto generazionale tra padri e figli. Seppur con accenti e sfumature diversi essi sostengono che le difficoltà dei figli (meno lavoro, meno reddito, minori prestazioni pensionistiche) derivano dalle scelte e dalla miopia della generazione precedente, che ha assicurato a se stessa delle condizioni di vita migliori senza badare al futuro.

Questa tesi ha ottenuto un certo successo nell'opinione pubblica e capita spesso di ascoltarla anche nelle conversazioni della vita quotidiana. Vorrei avviare un confronto sul fondamento di questa tesi e sulle terapie che derivano da una diagnosi di questo tipo, auspicando l'intervento dei lettori di BrindisiReport. Dico subito che la tesi mi sembra piuttosto fondata per quanto riguarda la questione previdenziale.

Le vecchie normative degli anni Settanta e Ottanta sganciavano le prestazioni pensionistiche dalla storia contributiva degli individui, ovvero dai versamenti previdenziali effettivi, e le legavano alle retribuzioni degli ultimi anni. Inoltre queste stesse leggi erano troppo generose sul punto della età di pensionamento, permettendo di anticipare la cosiddetta quiescenza in età inimmaginabili in altri paesi europei. Di queste norme hanno fruito soprattutto alcune categorie del pubblico impiego (in particolare insegnanti e militari) e i dipendenti di grandi aziende private e pubbliche con norme ad hoc, i cosiddetti prepensionamenti incentivati.

Nel primo caso le giovani generazioni hanno beneficiato di un veloce ricambio, occupando i posti resi vacanti dai pensionamenti anticipati. Nel secondo caso le prestazioni pensionistiche hanno di fatto sostituito gli ammortizzatori sociali fiscalizzati. Per comprendere l'accaduto è poi utile richiamare l'incremento delle prestazioni sociali, cioè delle pensioni non coperte da alcun versamento, e delle compensazioni che hanno permesso di erogare prestazioni previdenziali a categorie che avevano una storia contributiva minimale come i braccianti agricoli.

Per non parlare di alcune categorie beneficiarie di condizioni privilegiate, tra cui la più nota è forse quella dei parlamentari e dei piloti di aereo. Chi conosce bene il sistema previdenziale sa inoltre che esso ha coperto anche una redistribuzione non palese tra le varie categorie sociali, penalizzando il fondo dei dipendenti privati che, essendo in attivo grazie alle aliquote molto alte pagate soprattutto dalle aziende, ha finito per compensare i deficit del fondo degli autonomi, del pubblico impiego, dei dirigenti, etc.

L'introduzione del sistema contributivo a regime ha risolto gli aspetti di iniquità intergenerazionale ma ha anche ridotto le prestazioni che i lavoratori più giovani possono attendersi nel futuro. Quindi in questo caso la valutazione critica dello squilibrio tra generazioni è sicuramente fondata, e non riguarda solo il rapporto padri-figli. Nella stessa classe anagrafica le necessarie riforme hanno creato delle disparità vistose: vi sono tanti italiani nati nello stesso anno ma di questi alcuni sono andati in pensione a 55 anni, altri a 57, altri ancora dovranno aspettare i 64 o 66 anni.

Chiarito il garbuglio della questione previdenziale è il caso di aggiungere che per altri aspetti dello Stato sociale italiano valgono considerazioni molto differenti. Si pensi alla sanità pubblica con diritto universale varata nel 1980 o alla scuola pubblica o agli ammortizzatori sociali come la cassa integrazione guadagni. In questi settori decisivi per la qualità della vita i benefici delle riforme sono già fruiti nella stessa misura e per un periodo di analoga durata dalle vecchie generazioni che hanno deliberato queste riforme e dalle nuove generazioni nate a partire dal 1980.

Il punto ora è un altro: mentre la prudenza nella amministrazione della cosa pubblica per evitare di scaricare debiti e problemi sulle generazioni future è un ingrediente fondamentale della etica pubblica, la campagna politica e mediatica volta a creare una frattura tra le generazioni è molto pericolosa per la coesione sociale perché alimenta la morale del risentimento e copre politiche sbagliate.

Se Grillo batte questo tasto presentando la società italiana divisa in due blocchi, quello dei giovani e non garantiti contro quello dei pensionati e dei dipendenti pubblici garantiti, dovrebbe poi spiegare se condivide le soluzioni del governo Monti, ovvero il blocco delle pensioni e la riduzione di fatto dei salari del pubblico impiego. Ovviamente lui non vuole rispondere e, non a caso, non vuole governare.

Vi sarebbe anche un'altro modo per declinare il tema delle colpe dei padri in soluzioni politiche: quello di chiamare i titolari di alti redditi, anche pensionistici, e di grandi ricchezze a contribuire più degli altri ed in modo straordinario al risanamento finanziario. Ma la timidezza della sinistra è tale che il titolare di questa proposta, Giuliano Amato, è stato presentato come un estremista giacobino.

Invece reperire risorse straordinarie da finalizzare alla riduzione dell'indebitamento totale e ridurre strutturalmente la spesa globale tagliando quella non indispensabile è uno dei pochi modi per finanziare provvedimenti di sostegno allo sviluppo e non prendere in giro le giovani generazioni.

Visto che abbondano i retori della emergenza messa a fondamento di un governo da fare subito e con assunzione di responsabilità delle principali forze politiche, questa potrebbe essere una buona base programmatica. Del resto anche i dieci saggi di Napolitano, dopo un buon elenco di proposte già note ma generalmente di buon senso, hanno lasciato alle forze politiche le opzioni più impegnative su fisco e sviluppo.

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