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I danni collaterali del narcisismo politico di Matteo Renzi

Al di là delle coperture ideologiche manifestate dai protagonisti, gli ‘strappi’ avvenuti hanno motivazioni psicologiche profonde

Anche se in incubazione da tempo, la decisione di Renzi di uscire dal PD e dare origine ad una nuova formazione politica, ha suscitato scalpore nell’opinione pubblica in generale e disappunto tra gli iscritti e simpatizzanti del PD, che in passato avevano manifestato fiducia nella forza innovatrice della sua persona.   Fumose e poco convincenti sono state le ragioni addotte dallo stesso, nell’intervista a ‘La Repubbica’ del 17 settembre, per giustificare tale rottura: è un ossimoro, una contraddizione in termini, proclamarsi democratici e nello stesso tempo non riuscire ad accettare di essere minoranza in un partito plurale come il PD, dopo aver ricoperto incarichi della massima rilevanza istituzionale e di partito. 

Tale gesto, come a suo tempo quello di Bersani e D’Alema, nel ridurre lo spazio di azione del PD, così amputato, finisce per incidere negativamente sulle caratteristiche del partito e sulla sua capacità di essere il più ampio contenitore del riformismo italiano, mentre ne indebolisce notevolmente la forza di contrattazione nei confronti del M5S, nuovo partner di governo, e di contrasto verso la destra razzista e sovranista di Salvini. 

Al di là delle coperture ideologiche manifestate dai protagonisti, gli ‘strappi’ avvenuti hanno motivazioni psicologiche profonde: l’incapacità per chi ha svolto mansioni di primaria importanza nel governo del Paese e nell’organizzazione di partito, di svolgere un ruolo diverso, meno appariscente, ma altrettanto prezioso, quello di alimentare, come minoranza, il dibattito democratico, interno di partito, in attesa che le posizioni sostenute riescano poi a prevalere.

Invece, avvertendo come una ‘diminutio’ la funzione di oppositore nelle assemblee di partito e non riuscendo a guarire dalla ‘ferita narcisistica’ inferta dalla nuova condizione di minoranza, tali personalità scelgono, come già avvenuto, la via della defezione e della fuga, dando origine a nuove formazioni politiche. Ovviamente, si sceglie il momento opportuno per attuare lo ‘strappo’.  La primavera del 2017, nel primo caso, dopo la vittoria straripante del ‘no’ al referendum sulla riforma costituzionale di Renzi, della fine del 2016, che vide schierata a favore del ‘no’ la minoranza del PD, capeggiata da Bersani e D’Alema.

Allora, gli esponenti di LeU, il nuovo soggetto politico, nell’illusione di poter intercettare una parte consistente degli elettori del ‘no’ al referendum, attuarono la scissione dal PD, presentandosi poi con la nuova sigla alle Politiche del 2018. Risultato, dopo aver contribuito in quelle elezioni ad indebolire il polo riformista, capeggiato dal PD, nella difficile competizione con il M5S ed il centro-destra, ed aver pregiudizialmente rifiutato di allearsi con il Pd in alcune elezioni amministrative, il rischio fu la mancata qualificazione parlamentare per insufficienza di voti per la nuova lista nelle ultime elezioni politiche.                                                                                                  

La scelta di Renzi di far nascere un altro soggetto politico, dopo la secessione dal PD, getta nuova luce sui suoi comportamenti, tenuti prima dell’annuncio dello strappo, ed i suoi ‘voltafaccia’ attuati senza tanti scrupoli. Promuovere l’alleanza di governo del PD con il M5S, dopo aver definito gli appartenenti a quel movimento ‘cialtroni’ con i quali sarebbe stato impossibile collaborare in futuro, è stata indubbiamente un abile mossa di Renzi per isolare la destra di Salvini, ma risultato di uguale importanza è stato quello  di evitare le elezioni politiche anticipate ed il conseguente concreto rischio di perdere gran parte della pattuglia di deputati e senatori ,a lui fedeli ,  per attuare politiche di più ampio respiro in parlamento.  

Così manovrando, dopo aver fatto eleggere due ministri e due sottosegretari del suo giro nel governo, forte dei parlamentari suoi seguaci, intorno alle 40 unità, superiore alla rappresentanza, di LeU, egli può ora pensare di gestire direttamente, come importante componente governativa, rilevanti spazi di potere, non più come minoranza del PD.   Di conseguenza, le decisioni dell’esecutivo da ora in poi saranno prese non più dalle tre forze di governo, appena formato, (M5S, PD, LeU ), ma ad esse si aggiungerà il nuovo partito di Renzi, così da giungere ad una moltiplicazione di veti, quote,  dosaggi,  autorizzazioni tra le componenti. 

Per consolidare, infine, il risultato raggiunto Renzi pensa di affidarsi alla prevista riforma elettorale in senso proporzionale, così sconfessando la posizione in favore del maggioritario, sostenuta quando riteneva di avere il ‘vento in poppa’a seguito del successo avuto alle elezioni europee del 2014. In tale evenienza si tornerebbe ai “fasti e nefasti” della prima repubblica, quando si assisteva sconcertati di fronte alle estenuanti trattative per la formazione dei governi quadri o pentapartiti dell’epoca, con poteri di interdizione esercitati dalle piccole formazioni politiche.                                      

I partiti personali non hanno mai avuto successo nel nostro Paese ed i proclami e le promesse roboanti che hanno accompagnato la loro nascita non sono stai mai ritenuti credibili dall’opinione pubblica, che ha saputo sempre leggere in trasparenza ciò che si celava dietro le novità annunciate, decidendo di negare il sostegno a tali partiti.  Si spera che anche questa volta la tradizione del passato venga osservata e che il PD, dopo una fase di disorientamento, riprenda con nuova lena il suo cammino verso un futuro di pace e di progresso, determinato a cambiare in meglio il Paese.           

   

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