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Phubbing: la fuga nella realtà virtuale non è una soluzione

Alzi la mano chi non ha mai smarrito momentaneamente il proprio smartphone senza provare un sottile velo d'angoscia al sol pensiero di aver perso dati, numeri di telefono, fotografie e contenuti delle chat

Alzi la mano chi non ha mai smarrito momentaneamente il proprio smartphone senza provare un sottile velo d’angoscia al sol pensiero di aver perso dati, numeri di telefono, fotografie e contenuti delle chat. In effetti nel giro di 20 anni abbiamo assistito allo sconvolgimento del nostro modo di comunicare: se negli anni '90 le cartoline e i telefoni pubblici erano gli unici strumenti per scambiare informazioni generiche con un conoscente mentre eravamo fuori casa, adesso, superati anche gli antiquati sms, in pochi secondi possiamo far conoscere un nostro pensiero, messaggio vocale o foto a più persone contemporaneamente.

E’ facile intuire come questa possibilità abbia cambiato anche i nostri comportamenti. Non siamo più esseri umani dotati di quattro arti ma possediamo un’estensione quasi onnipresente, caratterizzata da uno smartphone capace di accogliere, e influenzare, tutto ciò che ci passa per la mente. Abbiamo la sensazione di sentirci meno soli, costantemente connessi agli altri e suddivisi in decine di chat che accompagnano le nostre giornate. L’altra faccia della medaglia consiste però nell’esser sempre più attenti a cosa accade sul display rispetto a quello che ci accade intorno: il cosiddetto “phubbing”.

Il fenomeno viene attualmente studiato da molti esperti, vista l’enorme diffusione di questo comportamento, ed hanno scoperto come il nostro dispositivo ipertecnologico venga umanizzato ed arricchito da cover dai contenuti più improbabili. Inconsciamente sembrerebbe che la maggior parte degli utilizzatori di smartphone e chat vedano il cellulare come il proprio migliore amico, l’unico che conosce appieno  le nostre debolezze e pulsioni. Da qui al phubbing il passo è breve: quando le relazioni sociali reali ci inviano segnali ambigui o negativi quali l’imbarazzo o la noia, ecco il ricorso alla realtà virtuale, quella dove siamo a noi a decidere cosa valorizzare e cosa ignorare.

Nelle persone particolarmente timide questo processo è ancora più invadente. Tantissimi giovani e adulti, che temono i rapporti con gli altri, utilizzano in modo esclusivo le chat nascondendosi dietro un profilo proteggendosi così da eventuali “sconfitte comunicative”. Così capita di imbattersi in chat che nascono esclusivamente per accogliere e raccogliere persone che si riconoscono esplicitamente come tristi e depresse, che non vogliono stress e forzature da una società diversa.

Queste realtà tipiche del paese del Sol Levante, hanno attraversato anche i nostri confini ed una parte non trascurabile della popolazione, che avverte un forte disagio nelle relazioni reali, rifugiandosi in modo assoluto nella realtà virtuale. In adolescenti e giovani adulti questi processi non fanno altro che aumentare ancor di più il distacco dalla vita reale, rafforzando l’etichetta del diverso ed impoverendo ulteriormente le proprie capacità relazionali. Quest’ultima caratteristica si intravede però anche nelle persone coinvolte dal phubbing, esposte al rischio di isolamento sociale solitudine dovuto all’eccessivo utilizzo delle nuove tecnologie e alle costanti interazioni online.

Per limitare questi rischi basta un po’ di buon senso e concentrare le proprie risorse cognitive più sulla sostanza che sull’apparenza. D’altronde il cervello è una macchina costantemente in moto ed ha bisogno di elementi su cui poter esplicare i suoi funzionamenti, sia che si tratti di selfie, condivisione d’immagini, sia che si tratti di processi più impegnativi, ed utili, basati sulla realtà anziché sul virtuale. Siamo noi i fautori delle nostri successi e dei nostri ostacoli, quindi tanto vale approcciarsi ai nuovi mezzi tecnologici ricordando che sono solo oggetti tenuti in vita da una batteria dalla durata di 15 ore al contrario della nostra vita ed interessi, decisamente più interessanti di una chat virtuale.  

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