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Politica estera: la grande assente della campagna elettorale

Nei programmi elettorali raramente si guarda oltre i confini italiani. Ritrovandosi a governare le conseguenze senza mai agire sulle cause dei fenomeni

La Farnesina, sede del ministero degli Esteri

Un fantasma si aggira per la campagna elettorale: la politica estera n’assenza eccellente nella quasi totalità dei discorsi da salotto televisivo, fatti salvi sporadici slogan poco dettagliati, e spesso poco convinti, che si ritrovano però sommersi dai fiumi di parole sui soliti temi interni. Ma la politica italiana, specie in tempi come questi, è più che strettamente connessa con l’estero: ne è dipendente.

Il ruolo della Nato

Si parla poco, per esempio, del ruolo della Nato, diventata sempre più, dopo il crollo del blocco sovietico, un mezzo di “esportazione della democrazia” in aree calde del pianeta. L’Italia, membro fondatore, ha tutto il diritto di far sentire la propria voce in merito; specie perché a dettare le regole sono ormai, insieme agli Stati Uniti, i membri di più recente acquisizione: paesi baltici e Polonia. Su questo argomento, i nostri politici sembrano non andare al di là di qualche frase di circostanza.

I rapporti con la Russia

L’argomento consequenziale è il rapporto con la Russia. Nell’arco costituzionale c’è chi considera Vladimir Putin un nemico da abbattere e chi, al contrario, vorrebbe eliminare le sanzioni esistenti e ricostruire un rapporto di amicizia col Cremlino. E spesso entrambe le posizioni si ritrovano all’interno della medesima coalizione. Stesso discorso per la Cina: come rapportarsi con i piani commerciali di Xi Jinping e col crescente peso specifico cinese nello scenario internazionale? In un mondo multipolare, chiarire i rapporti con questi Paesi, in un senso o nell’altro, dovrebbe essere una priorità: eppure anche questo argomento viene solo accennato.

Facile da qui giungere ad un altro tema spinoso: lo scenario mediorientale. La guerra in Siria si avvia ad una complicata conclusione, con il progetto americano di creare uno Stato curdo nel nord del Paese fortemente avversato non solo, ovviamente, dal governo di Damasco, ma anche da altri attori regionali, Erdogan in primis. La Turchia, peraltro, è un membro della Nato: non converrebbe a tutti maggiore chiarezza, per evitare di prolungare inutilmente il massacro siriano?

La questione libica

E chiarezza ci vorrebbe anche nei rapporti con la Libia, con cui l’Italia ha da sempre uno strettissimo rapporto su svariati fronti. I bombardamenti del 2011 hanno causato la perdita di commesse storiche per le nostre aziende, oltre a lasciare mano libera a trafficanti di uomini che alimentano il più grave fenomeno di schiavismo degli ultimi decenni. Cosa fare? I nostri politici rispondono, perlopiù, con vaghi slogan. E, quel che è peggio, l’intera questione viene affrontata in modo ideologico, senza il naturale pragmatismo che servirebbe per riguadagnare il posto che ci spetta al tavolo delle trattative. Quel pragmatismo mostrato invece da Emmanuel Macron, che portando a Parigi sia Haftar che Serraj ha confermato come la Francia sia il Paese che, dal caos libico, ha guadagnato di più.

Come comportarsi invece nell’Africa subsahariana, da cui proviene buona parte degli immigrati irregolari che finiscono nelle grinfie degli schiavisti? Il centrodestra, ad esempio, propone un laconico “piano Marshall per l’Africa”. Che vuol dire? Quali sarebbero le condizioni di un eventuale finanziamento, quali garanzie richiedere in cambio, e quali i Paesi interessati? Anche qui, sarebbe necessario avere le idee chiare. E intavolare un dialogo con lo stesso Macron, che sull’argomento ha dimostrato di averle chiarissime.

I rapporti con l'Ue

Infine, l’Unione Europea. Un tema in realtà molto presente nei discorsi pre-elettorali, ma sempre in maniera piuttosto vaga. O più vaga di quanto sarebbe opportuno. Il Partito Democratico vuole “gli Stati Uniti d’Europa”, la Lega voleva uscirne ma poi ha cambiato idea. Tutti, comunque, vogliono “ridiscutere i trattati europei”. In che modo? Di quali trattati si parla, nello specifico?

Con le elezioni alle porte, mettere chiaramente le carte in tavola su questi argomenti potrebbe servire a strappare qualche punto percentuale all’astensionismo, oltre a dare un tono più serio al dibattito. Altrimenti continueremo a gestire le conseguenze di fenomeni che vengono decisi altrove, da leader più capaci e lungimiranti dei nostri.

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