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A cura di Blog Collettivo

Abbattere l'idea di Nazione e costruire Unioni per una vera pace

Da tempo leggo sui giornali e sui social, ascolto alle radio e alle TV e sento parlare persone e anche amici carissimi con i quali vengo in contatto della guerra in atto in Ucraina scatenata da Putin. La superficialità negli interventi regna sovrana,

Riceviamo e pubblichiamo un intervento del professor Mario Carolla, già dirigente solastico

Da tempo leggo sui giornali e sui social, ascolto alle radio e alle TV e sento parlare persone e anche amici carissimi con i quali vengo in contatto della guerra in atto in Ucraina scatenata da Putin. La superficialità negli interventi regna sovrana, perciò, mi è venuto in mente di fare un po’ di chiarezza a me stesso e, per il grande rispetto e amore che ho per il prossimo, voglio renderlo partecipe di questi miei pensieri.

Comincerei da come l’uomo della preistoria è pervenuto all’idea di guerra. Quest’essere comparso circa due milioni e mezzo di anni fa, spaventato dalle manifestazioni avverse della natura, ha cominciato a vedere nel suo simile un pericolo e quindi ha cominciato a combatterlo per avere lui la supremazia su di esso. Come già regnava nel mondo animale si è venuta così a stabilire anche nel genere homo una legge fondamentale: “La legge del più forte”. Poi sul nostro pianeta, nel resto della preistoria e nelle epoche storiche successive, dall’età antica, al medioevo, da questo all’età moderna e a quella contemporanea, questa legge si è tramandata come fatto naturale tra le generazioni che si sono succedute.

Non voglio ripercorrere qui le guerre del mondo greco, raccontate da Erodoto, Tucidide, Senofonte e altri e quelle del mondo romano, raccontate da Tacito, Cesare, Sallustio, Livio e altri, né quelle in età medioevale dell’Occidente latino contro i longobardi prima, e contro slavi, ungari e normanni poi, né quelle dall’XI al XIII secolo, condotte ad opera della Cristianità (le Crociate) per fini di espansione ai danni del mondo islamico e di quello greco, né quelle dei due secoli successivi che videro l’Occidente impegnato ad affrontare la nuova minaccia militare da parte dei turchi ottomani, né le altre che hanno caratterizzato l’età moderna. Voglio solo ricordare il parziale progresso dell’uomo avvenuto quando ha cominciato a prendere coscienza di sé, liberandosi dell’alone di massa indistinta al servizio dei potenti condottieri, dei sovrani e degli imperatori. Ciò accadeva nel Settecento, ad opera della grande corrente di pensiero che fu l’Illuminismo, quando nacque “l’opinione pubblica”, per dirla con le parole del grande filosofo della contemporaneità Habermas. Osservo, però, che nonostante questo indubbio progresso, continuando di guerra in guerra, l’umanità è pervenuta al secolo scorso, il cosiddetto “secolo breve”, pensando sempre alle guerre come eventi inevitabili, ancorché dettate da ideali di indipendenza, di liberazione e di emancipazione. Ho volutamente saltato a piedi pari di far riferimento al pensiero, molto lucido, di Immanuel Kant, che si evince dalla sua pubblicazione del 1795 “Per la pace perpetua”, e a quello di Georg Wilhelm Friedrich Hegel, da me non condiviso, che sottolinea la differenza tra sfera “interna” e sfera “esterna” allo Stato con quest’ultima che ammette le guerre. 

Non posso però nascondere che a questo punto mi corre l’obbligo di inserire una notazione sulla posizione della Chiesa nei confronti della guerra. Essa da tempo aveva sposato il concetto di “guerra giusta” cioè di una guerra giustificabile purché dettata da ideali giusti. Con il Concilio Vaticano II (v. l’Enciclica “Pacem in terris”) la Chiesa ha adottato la dottrina della pace, per opera di Papa Giovanni XXIII e di Paolo IV, limitando la giustificazione della guerra solo alla legittima difesa. Nei tempi che viviamo con Papa Francesco sembra caduta ormai anche per la Chiesa questo elemento giustificativo perché la guerra è considerata un male assoluto ed è necessario che l‘uomo si sforzi di evitarla in tutti i modi. 

Tornando al “secolo breve”, in seguito alla Convenzione dell’Aia del 1907 e dopo la disastrosa I guerra mondiale, che ha provocato decine di milioni di morti (non mi azzardo a dare neppure una cifra indicativa perché con la contemporanea causa pandemica della “spagnola” non è stato possibile mai calcolare il numero con attendibilità), alcune nazioni, sedicenti più civilizzate, fondarono il 28 giugno 1919, con la firma del trattato di Versilles, la Società delle Nazioni. Essa aveva lo scopo, non solo di accrescere il benessere e la qualità di vita degli esseri umani, ma anche e soprattutto quello di prevenire le guerre e risolvere le controversie internazionali per via diplomatica. Il risultato fu catastrofico se pensiamo che la fase che seguì vide la nascita del fascismo e del nazismo, uno dei periodi più bui della storia umana in cui la violenza di ogni genere diventò regola, fece toccare con mano la sua incapacità ad impedire l’aggressione delle potenze dell’Asse (Germania, Regno d’Italia e Giappone) che scatenarono la II guerra mondiale e assistette inerme all’infuriare della stessa, catastrofe nella catastrofe. La Società delle Nazioni, propugnata dall’Impero britannico, dalla Francia, dalla Spagna e da altre nazioni compresi gli Stati Uniti, con Wilson che ne fu uno dei principali ispiratori, chiude i battenti il 19 aprile del 1946. Ciò anche per la nascita delle Nazioni Unite, l’Onu, avvenuta il 24 ottobre del 1945, che ebbe come scopo, quello di raggiungere obiettivi simili e, comunque, intesi ad evitare le guerre.

Insufficiente ad evitare le guerre la Società delle Nazioni, sostanzialmente pensata e portata avanti quasi soltanto dai vincitori della I guerra mondiale che avevano sconfitto i grandi imperi autoritari di Germania, Francia, Russia e ottomano; insufficiente si è rivelato e continua a rivelarsi l‘Onu a farlo, perché entrambe hanno un peccato originario che nel caso dell’Onu è apparso grave agli osservatori più attenti sin dalla sua nascita. Tale peccato originario è da attribuire principalmente al tipo di organizzazione che sul nascere si sono data. La Società delle Nazioni era composta da un Segretariato, da un Consiglio e da un’Assemblea. Il Consiglio aveva quattro membri permanenti: Impero britannico, Francia, Italia e Giappone e altri quattro membri eletti dal Consiglio con carica triennale. L’Onu è composto: dall’Assemblea generale, dal Consiglio economico e sociale, (Ecosoc), dal Consiglio di amministrazione fiduciaria, dalla Corte internazionale di giustizia, dal Segretariato e da tante agenzie specializzate in vari campi. Il Consiglio di sicurezza è composto da quindici Stati membri, di cui cinque sono i membri permanenti: Cina, Francia, Russia, Regno Unito e Stati Uniti con diritto di veto, e i restanti dieci non permanenti vengono eletti a rotazione ogni due anni dall'Assemblea generale. I cinque membri permanenti possono così impedire ogni applicazione delle risoluzioni.

Come ho osservato sopra, a mio avviso, è proprio in questo tipo di organizzazione delle due strutture sovranazionali che c’è il peccato originale. Esso consiste nel fatto che i vincitori delle due guerre in questi Organismi si sono riservati i ruoli più determinanti nell’applicazione delle decisioni, con la divisione in membri permanenti e membri temporanei e, addirittura nel caso dell’Onu, con la riserva del diritto di veto per alcune nazioni. È facile individuare in tali strutture quanto di più antidemocratico possa esserci, peraltro, ciò comporta una inefficacia della loro azione deterrente delle guerre con la palese conseguenza che lo stesso nome di Organismi sovranazionali sia del tutto inappropriato. A meglio comprendere una tale insufficienza può essere di aiuto anche il nostro articolo 11 della nostra meravigliosa Costituzione. Esso, infatti, fa sostanzialmente due affermazioni: la prima che bisogna ripudiare la guerra come strumento di aggressione, pur riconoscendone l’ammissibilità come guerra difensiva; la seconda che l’Italia può consentire “alla limitazione di sovranità necessarie ad un ordinamento che assicuri la pace e la giustizia tra le Nazioni” promuovendo e favorendo “le organizzazioni internazionali rivolte a tale scopo”. 

Osservo che la Carta delle Nazioni Unite è del 1945 mentre la nostra Costituzione è stata approvata a dicembre del 1947, pertanto, i nostri Padri costituenti erano perfettamente consci del contenuto delle regole dell’Onu, quindi, anche del diritto di veto per i famosi cinque, ma non hanno indicato l’Onu esplicitamente nell’articolo 11 preferendo parlare di “organizzazioni internazionali” rivolte alla pace. Ovviamente, ritengo che vi siano tanti dubbi costituzionali su come questo articolo successivamente sia stato gestito, a cominciare dall’adesione dell’Italia all’ Onu, avvenuta il 14 dicembre del 1955, ben dieci anni dopo la sua istituzione. Altresì, i dubbi costituzionali continuano ad esserci per come continua ad essere gestito l’articolo 11, per esempio, per gli interventi armati a fini di tipo umanitario e per operazioni di polizia internazionale negli altri paesi, oltreché per l’invio di armi a Nazioni belligeranti ritenute alleate, come sta accadendo sotto i nostri occhi in questi nostri giorni.
Infuria di nuovo una guerra di aggressione disastrosa, dopo le 33 dimenticate dei nostri tempi sparse nel mondo, e, dalle immagini che quotidianamente vediamo, infuria una guerra animalesca, senza avere alcuna intenzione con questo aggettivo, di offendere questi nostri contemporanei esseri viventi. Allora, le persone del mondo si chiedono: “che fare?”.
Tante sono le proposte avanzate dai più svariati pulpiti; tra le più disparate, io provo a dire la mia.

Posto che in questo terzo millennio d.C. il mondo è radicalmente diviso in due aree: in un’area regnano sovrani i regimi totalitari e in un’altra prevalgono invece regimi che apprezzano la democrazia, sia pure in forme diverse. Parto, perciò, da questa metafora: due fiere (i due sistemi) si contendono una gazzella (i popoli inermi appartenenti alle due aree). In queste condizioni la pace tra le due fiere non può esistere; le due fiere lottano fra loro e la più scaltra e veloce azzanna la gazzella. Tornando alla realtà del nostro tempo, qualcosa di simile accade. Le due aree d’influenza sono in lizza a contendersi i mercati e anche i territori e la globalizzazione ci ha messo del suo. La pace in queste condizioni è un optional abbastanza incerto. 

Vengo al “dunque”: a mio avviso per traguardare la pace nel senso vero della parola occorre lavorare per fasi, peraltro estremamente lunghe. In una prima fase occorre puntare ad equilibrare le forze in campo e per farlo è necessario cominciare ad abbattere l’idea di Nazione nell’area nella quale viviamo e al contempo costruire Unioni sempre più consistenti, a cominciare dall’Europa. Essa deve trovare l’unità politica, di difesa e di valori costituzionali condivisi; dopodiché, occorre con le altre democrazie trovare un sistema di difesa comune che superi l’organizzazione della Nato con regole nuove e vincolanti. Tutto ciò non basta ad evitare le guerre, ma bisogna iniziare, da subito, a cercare con ogni strategia ad elevare la cultura dei popoli, dall’interno di quei Paesi che non praticano la democrazia inserendone in tutti i modi i germi, ma anche dall’esterno con le armi del convincimento, senza cercare di esportarla con la forza. Ovviamente, la cultura deve diffondersi anche in quei Paesi che già da tempo hanno esperienza di democrazia perché la Democrazia (quella con la D maiuscola) non può essere data per acquisita una volta per tutte, ma Essa è un processo che va portato avanti con dedizione, attenzione e sacrificio. 

Dopo questa difficile e travagliata fase, il cui successo non può essere dato per scontato anche in termini di decenni, in una seconda fase sarà necessario convincere i Paesi dell’altra area a sposare l’Idea Democratica al fine di allargare sempre più le Unioni possibili perché si affermi una sorta di Unione globale dell’umanità.  Tenendo presente ciò che i latini dicevano: homo homini lupus, che riflette la natura umana, la soluzione per contraddire il senso di questa frase è convincere l’umanità che la cultura sia l’unico strumento che può battere l’innata violenza e volontà di supremazia che ha l’uomo sull’altro uomo.
 

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