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Quell'esplosione dimenticata: ma da allora Brindisi è diventata periferia

La tragedia del P2T del dicembre 1977 segnò una svolta economica e politica per la città

La manifestazione degli operai nel dicembre del 1977 dopo lo scoppio del P2T. Sotto, l'impianto di cracking devastato, e il petrolchimico oggi

La sera del 28 novembre 1977, a Bari, un gruppo di fascisti uccise un giovane di 18 anni della Federazione giovanile comunista italiana, Benedetto Petrone. Dieci giorni dopo, a Brindisi, in uno dei più grandi petrolchimici d’Europa, esplose un impianto, il P2T, che provocò la morte di tre operai, 57 rimasero feriti, e una intera città corse il pericolo di saltare in aria.

Quarant’anni dopo il Comune di Bari ricorda Benedetto Petrone con una serie di eventi (mostre, convegni, dibattiti etc.) per far conoscere, soprattutto alle giovani generazioni, il clima di violenta contrapposizione politica in quegli anni nelle nostre città, e a Brindisi invece la tragedia del P2T passa nel più totale silenzio, quasi rimossa dalla memoria.

Passi il silenzio del Comune, retto da un commissario prefettizio, che per altro è pure siciliano e sicuramente non conosce niente della nostra storia, ma come interpretare invece, al momento, la totale assenza di iniziative da parte di sindacati, mondo culturale, istituzioni scolastiche (solo l’associazione “Vite inquinate” ha organizzato un incontro per la mattina del 7 dicembre)?

Il cracker P2T del petrolchimico Montedison di Brindisi dopo l'esplosione

Possibile che quella tragedia, i tre morti e le decine di feriti, ed il rischio che l’intero stabilimento esplodesse con conseguenze per la città, che al solo pensarci fa venire i brividi, non interessi più nessuno? Quella notte ad aggirarsi nello stabilimento, mentre vigili del fuoco e squadre di soccorso erano impegnate a spegnere le fiamme e isolare la fuoriuscita di sostanze altamente tossiche, ero l’unico giornalista.

Ho ancora negli occhi l’immagine del direttore dello stabilimento seduto dietro la scrivania del suo ufficio nella palazzina della direzione, dove tutti i muri divisori erano crollati, immobile, silenzioso con la testa nelle mani, come inebetito, forse dalla consapevolezza di ciò che sarebbe potuto accadere, e che per fortuna non accadde.

Anche se, ma di ciò non si ebbe mai contezza, enormi quantitativi di sostanze chimiche si riversarono nell’aria, le cui conseguenze sui brindisini nessuno ha mai considerato. Forse perché Brindisi non era Seveso, come sempre nel Mezzogiorno, il ricatto del lavoro prevaleva su ogni altro diritto. Sudditanza dalla quale ancora oggi non riusciamo a liberarci.

Il petrolchimico visto dalla Isole Pedagne-2

Per stimolare la curiosità di chi un giorno deciderà finalmente di interessarsi anche di storia contemporanea della nostra città, è mia convinzione, da testimone attivo, che la data ufficiale in cui Brindisi “diventò periferia” coincide con l’esplosione del P2T. Sino agli anni Settanta, Brindisi era rappresentata politicamente e nelle istituzioni, da una forte classe dirigente. Basti pensare che i capilista alle elezioni politiche di quasi tutti i più importanti partiti dell’epoca, nel collegio Brindisi-Lecce-Taranto, erano brindisini, un potere che durava da trent’anni.

Ed anche nella nascente Europa e nella nuova esperienza regionale, la nostra presenza era forte e rispettata. Anche allora le decisioni importanti venivano prese nei luoghi dove risiedeva il potere, ma i nostri rappresentanti quanto meno erano interpellati. Quella classe dirigente, tra il 1976 e il 1979, concluse il suo trentennale ciclo.

Tante le ragioni: innanzitutto il suo logoramento, poi le degenerazioni del voto di preferenza che favorirono nuovi protagonismi estranei alla nostra città, fecero il resto. Né ci fu un ricambio dello stesso livello di quello che si era concluso. Fu così che diventammo eterodiretti, e ridotti in periferia. Ecco che il tragico scoppio del P2T assume un significato emblematico per la storia della nostra città.

Petrolchimico, ingresso Eni Versalis

Il petrolchimico che all’epoca occupava, tra diretti e indiretti, 11mila operai, non fu più lo stesso, l’impianto di cracking fu ricostruito solo molti anni dopo, e lo stabilimento perse progressivamente il suo ruolo strategico; per fronteggiare la crescente crisi occupazionale il governo ci fece ingoiare una grande centrale a carbone oltre la già esistente termoelettrica a gasolio – e poi anch’essa a carbone - di Costa Morena, che, oltre ai polmoni, inquinarono anche, con il sistema dei sub appalti e sub sub appalti, la qualità dei rapporti tra politica ed affari.

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La perdita di autonomia, il disfacimento del tessuto economico e sociale, la marginalità culturale ne sono stati la logica conseguenza. “Una città senza memoria è una città senza futuro”, commentava domenica scorsa l’architetto Claudio De Gennaro (che opera con significativi successi da più di quarant’anni al Nord), tornato a Brindisi anche per vedere come è stato restaurato un pannello, di cui fu autore suo padre Nino, pittore brindisino a suo tempo tra i più noti, e ignominiosamente sconosciuto alla sua città.      

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