Opinioni

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Salvare un mondo: la storia del questore Giovanni Palatucci

Saggio sulla vita di Giovanni Palatucci, Medaglia d’oro al  merito civile, “Servo di Dio", “Giusto tra le nazioni"

Giovanni Palatucci

         Il 10 febbraio 1945, nel Konzentrantionslager[1] di Dachau, a circa 15 chilometri dalla città di Monaco, in Baviera, perse la vita -a soli 36 anni- il dr. Giovanni Palatucci il quale, al momento della cattura avvenuta il 13 settembre 1944 ad opera delle SS al comando del Tenente Colonnello SS Kappler, rivestiva il ruolo di Questore reggente della Questura di Fiume (all’epoca italiana, oggi Rijeka, in Croazia).

         Mancavano appena due mesi e mezzo alla fine della guerra in Italia.

         Il giovane dirigente di Pubblica Sicurezza, dopo l’arresto, era stato temporaneamente detenuto a Trieste e poi, il 22 ottobre 1944, trasferito a Dachau, dove gli fu tatuato sul braccio il numero 117826 ed assegnato alla baracca 25. Gli venne fatta indossare una casacca su cui era cucito un triangolo rosso (identificabile come “prigioniero politico”) con la lettera “I” (“italiano”) al centro.

         Pochi anni dopo, il 17 aprile 1955, l’Unione delle Comunità Israelitiche d’Italia (oggi Unione delle Comunità Ebraiche Italiane, U.C.E.I.) concesse la Medaglia d’Oro alla memoria, la cui motivazione è la seguente: “Commissario all’Ufficio stranieri della Questura di Fiume, tanto operò in favore degli ebrei e di altri perseguitati, che venne arrestato dai nazisti nel settembre 1944 e deportato in Germania. Le sevizie e le privazioni del campo di sterminio, a Dachau, ne troncarono, alla vigilia della liberazione, la mirabile esistenza. Se al suo nome nello Stato di Israele sono state dedicate una via ed una foresta, gli ebrei d’Italia vogliono anch’essi onorarne il ricordo”.

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         Il 12 settembre 1990 lo Yad Vashem (lett.: un memoriale ed un nome[2], in ebraico), cioè l’Ente nazionale della Shoah, istituito dal Parlamento israeliano nel 1953, ha riconosciuto Giovanni Palatucci “Giusto tra le nazioni[3]”.

         Successivamente, il 15 maggio 1995, alla memoria del Palatucci è stata conferita dalla Repubblica Italiana la Medaglia d’oro al  merito civile con la seguente motivazione: “Funzionario di Polizia, reggente la Questura di Fiume, si prodigava in aiuto di  migliaia di ebrei e di cittadini perseguitati, riuscendo ad impedire l’arresto e la deportazione. Fedele all’impegno assunto e pur consapevole dei gravissimi rischi personali continuava, malgrado l’occupazione tedesca e le incalzanti incursioni dei partigiani slavi, la propria opera di dirigente, di patriota e di cristiano, fino all’arresto da parte della Gestapo e alla sua deportazione in un campo di sterminio, dove sacrificava la giovane vita[4]”.

         Infine, il 9 ottobre 2002, la Chiesa cattolica ha proclamato il “Servo di Dio Giovanni Palatucci” beato, dopo un formale processo di beatificazione, apertosi il 21 marzo 2000. Da annoverare che già il 7 maggio 2000, in occasione della cerimonia ecumenica giubilare, papa Giovanni Paolo II lo aveva indicato tra i martiri del XX secolo.

         Il 29 maggio 2009, le Poste Italiane hanno emesso un francobollo commemorativo sulla figura di Palatucci.

         Oltre alla Questura di Brindisi, sono dedicati alla memoria di Palatucci (fonte: Gariwo, https://it.gariwo.net/giusti/biografie-dei-giusti/shoah-e-nazismo/giusti-tra-le-nazioni-di-yad-vashem/giovanni-palatucci-139.html) il parco pubblico della Città di Nettuno (Roma); un viale cittadino e la locale sezione dell’Associazione Nazionale Polizia di Stato a Caggiano (SA); una piazzetta nel centro storico di Padova, davanti alla locale Questura; una via a Montelupone (MC).

LE OMBRE, OLTRE LE LUCI

         Nel 2013, dopo la pubblicazione su The New York Times di alcune voci critiche provenienti dal Centro Primo Levi, s’è scatenata tra gli storici e non solo, un’accesa discussione, tutt’ora in corso, sulla figura e sull’operato di Giovanni Palatucci.

         In estrema sintesi, le critiche s’incentrano sui seguenti punti.

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QUANTI EBREI?

         Come abbiamo letto, anche la motivazione ufficiale della concessione della Medaglia d’oro alla memoria concessa dalla Repubblica Italiana nel 1995, indica in migliaia gli ebrei salvati dal Palatucci.

         Non v’è alcun dubbio che tale cifra sia esagerata!

         A Fiume, all’epoca della presenza di Palatucci nella città dalmata (1937-1944), vivevano poco più di cinquecento ebrei, il cui numero saliva a circa milleseicento, comprendendo i residenti nei dintorni. Di essi ben 412 furono deportati grazie agli elenchi redatti dalla stessa Questura.

         Inoltre, è difficile ipotizzare che addirittura “oltre 5.000” ebrei furono aiutati a fuggire in quegli anni, poiché l’intera popolazione ebraica della zona di competenza della medesima Questura di Fiume, annoverava circa 2.500 ebrei.

         Di contro, è altrettanto vero che, la particolare posizione geografica di Fiume vide transitare, prima dall’Austria, poi dalla Cecoslovacchia e poi, ancora dalla Polonia, dalla Croazia e, infine, dall’Ungheria, tantissimi (verosimilmente diverse centinaia se non migliaia) di ebrei in fuga dai territori europei dapprima annessi (come l’Austria) o “concessi” dalle potenze europee Gran Bretagna e Francia, su intercessione italiana (come la Cecoslovacchia) o occupati militarmente dai tedeschi, come la Polonia.

LO ZIO VESCOVO

         C’è chi ha sospettato, probabilmente a ragione, che i “numeri gonfiati” siano stati opera dello zio del Palatucci, Giuseppe Maria Palatucci, Vescovo di Campagna (SA).

         Il Vescovo Palatucci, a sua volta insignito della Medaglia d’oro al merito civile[5] dallo Stato italiano nel 2006, nel corso del suo operato in Campagna si prodigò per salvare molti degli ebrei inviati al Campo d’internamento per ebrei, avente sede proprio nel comune salernitano.

         Ma, sempre a proposito di ufficialità di numeri, è documentato che sono giunti al Campo d’internamento di Campagna solo una quarantina di ebrei provenienti da Fiume (non le “migliaia” inviate dal nipote Giovanni Palatucci) e, purtroppo, un terzo di essi fu addirittura inviato ad Auschwitz.

         Quindi non è sbagliato affermare ora, dopo che la polvere della storia s’è faticosamente depositata sulla carne viva della cronaca, che le cifre di ebrei salvati, attribuite al Questore Palatucci, sono state di molto esagerate. Probabilmente lo stesso discorso va fatto anche per il conteggio degli ebrei salvati dal Vescovo Palatucci.

         In definitiva, non appare strano che, sin dai primi anni ’50 del secolo scorso, il Vescovo Palatucci si sia attivato molto per far risaltare le virtù civili e religiose del nipote, sino a sollecitare l’avvio della causa di beatificazione, innanzi alle autorità ecclesiastiche.

         Sulla buona fede del Vescovo non ci si può pronunciare. Forse è stato vittima anch’egli dallo zelo di solerti collaboratori.

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LE TESTIMONIANZE DIRETTE

         Per certo possiamo tranquillamente esaminare le testimonianze dirette di coloro che sono stati salvati dal Questore reggente di Fiume.

RODOLFO GRANI, EBREO FIUMANO

         Rodolfo Grani, ebreo fiumano sopravvissuto alla furia nazista e che aveva conosciuto direttamente Giovanni Palatucci l’ha definito come “nobilissimo giovane cattolico”. Il Grani riferiva di un’azione di salvataggio di circa ottocento ebrei provenienti dall’Austria che, grazie a Palatucci che aveva immediatamente avvisato il Grani dell’imminenza della loro consegna alla Gestapo, furono nascosti ad Abbazia, sotto la protezione del Vescovo di Fiume, Isidoro Sain, nel marzo 1939.

FAMIGLIA CONFORTY, EBREI DI ZAGABRIA

         La famiglia Conforty, una coppia di ebrei provenienti da Zagabria furono, nel 1941, addirittura nascosti nella soffitta della Questura di Fiume e muniti di documenti falsi, direttamente dal Palatucci.

         Sempre la coppia Conforty, nel 1942, secondo quanto ha riferito la figlia Renata, nata proprio in quel periodo, ebbe rilasciato dal Palatucci i documenti attestanti il loro status di “internati liberi”, con i quali si rifugiarono a Modena dove poi furono raggiunti dai loro genitori.

AGENTE P.S. GUELFO PICOZZI

         L’Agente di Pubblica Sicurezza Guelfo Picozzi, fu inviato a Fiume nel maggio 1943 e vi restò in servizio sino all’ottobre dello stesso anno. Il Picozzi ha riferito di aver partecipato, nel breve periodo di permanenza presso la Questura di Fiume, a due operazioni di salvataggio di circa cento persone.

         Nessun dubbio sulla regia di Palatucci per le operazioni clandestine di salvataggio: “Lui (Giovanni Palatucci, n.d.r.) si esponeva poco, ma sapevamo che era il terminale di tutto. Con Palatucci ci si vedeva spesso per il caffè al bar Pancera, dove lui mangiava. Queste persone disperate che vedevamo arrivare le mandavamo in Questura o anche lì, al bar, dove potevano incontrare Palatucci più riservatamente”.

GIOVANNI PALATUCCI FASCISTA ZELANTE

E COLLABORAZIONISTA?

         Il dr. Giovanni Palatucci era iscritto al Partito Nazionale Fascista. Né più né meno di qualche milione di italiani, all’epoca.

         Appena giunto a Fiume, nel 1937 con il grado di Vice Commissario, gli venne affidata la responsabilità dell’Ufficio Stranieri. A seguito della pubblicazione delle Leggi Razziali del 1938, tutti gli ebrei, sudditi italiani sino a quel momento, furono dichiarati “stranieri”, pertanto al Palatucci venne affidato il compito di schedare gli ebrei, controllarne i dati anagrafici e proibirne eventuali contatti con i gentili (“ariani”, secondo la discutibile terminologia adoperata dai razzisti). A proposito degli occhiuti controlli affidati al Palatucci (del pari dei suoi omologhi in tutta Italia, colonie comprese) si annovera anche quello sui viaggi degli ebrei diretti verso altre provincie italiane (una sorta di “lockdown” ante litteram, di stampo razzista, vigente esclusivamente per gli ebrei!). Erano consentiti solo gli spostamenti comunicati in precedenza in Questura e, in definitiva, solo quelli autorizzati dal Dirigente l’Ufficio Stranieri.

         In poche parole, tutto passava dalle mani di Palatucci!

         Il dato, documentalmente e incontrovertibilmente accertato, della deportazione, innanzi ricordata, di 412 ebrei fiumani verso i campi di sterminio è attribuibile, in fine, al medesimo Palatucci?

         La cattura da parte di Kappler e la successiva detenzione (prima a Trieste e poi a Dachau) e lo stesso tipo di “divisa” (quella, come si ricorderà, con il triangolo rosso cucito) farebbe deporre per un arresto motivato da altro che non dall’accusa di aver aiutato gli ebrei. In quest’ultimo caso, qualora non si fosse deciso per l’esecuzione immediata, la deportazione del prigioniero avrebbe visto come destinazione i campi di sterminio ad est, come Auschwitz-Birkenau, tanto per intendersi.

         La cattura sembra motivata da altro, probabilmente l’accusa mossagli era di cospirazione e, soprattutto, di intelligenza con il nemico belligerante (gli Alleati, che nel frattempo erano sbarcati, prima in Sicilia nel luglio 1943, poi ad Anzio nel gennaio 1944 e nel giugno 1944 erano entrati in Roma). Si è infatti parlato del rinvenimento di un “piano relativo alla sistemazione di Fiume come città indipendente, tradotto in lingua inglese” che sarebbe stato rintracciato dai tedeschi nella disponibilità del povero Palatucci.

         Quanto sia vero detto rinvenimento o quanto sia, al contrario, un pretesto per procedere all’arresto non è dato conoscere. Anche se, paradossalmente, la ricerca e l’acquisizione di documenti, sia pur clandestini o sottratti al nemico è comunque naturale attività di ufficio da parte di un funzionario di polizia, specie di quel rango.

         Il fatto che di tale presunto documento si riporti che fosse redatto in lingua inglese, potrebbe far pensare ragionevolmente anche che tale documento, acquisito magari a seguito di un sequestro, non necessariamente fosse un documento “proprio” della persona accusata…

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DR. JEKYLL O MR. HYDE?

         La diatriba tra gli storici appare abbastanza chiara.

         Da un lato ci sono coloro che negano ogni attività di salvataggio riconducibile a Giovanni Palatucci, con alcune frange di storici e di giornalisti d’indagine che addirittura sottolineano il ruolo di “cacciatore di ebrei” che avrebbe rivestito il nostro.

         Di contro, fatte le debite proporzioni e fatti i conti con i numeri reali della presenza ebraica sui territori interessati alle attività della Questura di Fiume, ci sono fior di storici che sottolineano la veridicità delle testimonianze, espresse in tempi diversi e a volte molto distanti tra loro, oltre che dei documenti raccolti, anch’essi in un arco temporale abbastanza vasto e da varia provenienza.

         Attenuano le posizioni sopra riportate, coloro che riconducono allo zio Vescovo o ai collaboratori di quest’ultimo, l’attività di superfetazione dei dati, sino a gonfiarne in maniera poco ortodossa e per niente scientifica la documentazione, con punti di contatto, alle estreme, sia con il gruppo di “negazionisti” anti Palatucci, sia con i favorevoli all’indicazione come “Giusto tra le Nazioni”.

         Infatti, c’è chi riconduce tutto all’attività dello zio Vescovo tendente a garantire una pensione ai genitori di Palatucci e poi magari trarre qualche vantaggio dalla beatificazione del personaggio e, all’estremo opposto, c’è chi ritiene che si sia trattato solo di un gonfiamento di numeri, un arrotondamento per eccesso.

         In definitiva, il dr. Giovanni Palatucci risulta schiacciato come una moneta, da un lato l’eroe, aggredito anche da morto dalla calunnia e, dall’altro se non un mostro, un indifferente se non un complice.

         Anche gli storici ebrei si sono, com’è naturale, divisi tra loro, acquartierandosi ciascuno nell’ampio spettro di opinioni espresse.

         Di fatto, agli estremi, da un lato, il Museo dell’Olocausto di Washington ha rimosso, in attesa di una definitiva ricostruzione storica, il ritratto di Palatucci dall’esposizione tra i “Giusti tra le Nazioni”; dall’altro, lo Yad Vashem di Gerusalemme ha confermato la nomina del nostro come “Giusto tra le Nazioni”.

         A tal proposito, giovi qui ricordare il giudizio, tranchant e definitivo, del prof. David Cassuto, secondo il quale: “non c’è nessuna novità, o presunta tale, che giustifichi un processo di revisione del riconoscimento di Giusto tra le Nazioni, conferito a Giovanni Palatucci il 12 settembre 1990”.

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UNA PROSPETTIVA EBRAICA

         Quanto contano i numeri? Quanto conta una vita?

         In una prospettiva tristemente materialista i numeri contano, eccome. Restando in tema di Shoah, chi non ricorda i precisi verbali della Conferenza di Wannsee (20 gennaio 1942) nella quale si decise lo sterminio degli ebrei in Europa, meglio conosciuta, secondo la macabra definizione dei suoi ideatori ed esecutori come “Soluzione finale della questione ebraica”, meticolosamente dattiloscritti dall’Obersturmbannführer delle SS Adolf Eichmann?

         Gli agghiaccianti elenchi di persone, individuate secondo la loro residenza nazionale, destinate allo sterminio sono rappresentate in numeri (elenco dei numeri degli ebrei fatti migrare; elenco dei numeri degli ebrei presenti nei singoli stati europei; elenco numerico secondo le attività lavorative e professionali degli ebrei nella Russia occupata, ecc.).

         Anche coloro che, per distanza storica non possiamo oggi annoverare tra i carnefici, ma che -nonostante le inequivocabili ed incontestabili fonti storiche- perseverano a adoperare gli stessi pensieri degli assassini di ieri, negando del tutto o ridimensionando i fatti storici, fanno ricorso ai numeri. Molti negazionisti, per così dire “giuocano” con i numeri, come ad esempio il controverso “storico” dr. David J. Irving, condannato nel 2000 dall’Alta Corte britannica per aver falsificato i dati sulla Shoah in molte sue pubblicazioni.

         A proposito di numeri e di conteggi, vediamo cosa ci suggerisce la Torah, la Legge o, com’è conosciuta fuori dall’ebraismo, il cosiddetto “Antico Testamento”.

         Nel Libro di Bereshìt (In principio), altrimenti conosciuto, con espressione greca, come “Genesi”, possiamo leggere la Parashà (pericope, sezione) di Vaierà (Cap. 18, dal versetto 20 al 33).

         Nel testo, si legge innanzitutto della decisione divina di colpire Sedòm e Amorà (Sodoma e Gomorra) e della comunicazione fatta ad Abramo.

         Nel testo assistiamo ad un curioso patteggiamento, un vero e proprio mercanteggiare che il patriarca ingaggia con il Signore. Immediatamente dopo aver appreso della decisione divina, Abramo resta ancora “innanzi al Signore”, cioè al Suo cospetto. Anzi, si fa avanti e comincia lui a parlare a Dio.

         In poche parole, Abramo, nella sua grande bontà d’animo, si preoccupa di salvare la città di Sodoma i cui abitanti, secondo il testo erano talmente malvagi da esser privi di qualsiasi sentimento di ospitalità: accoglievano i forestieri solo per rapinarli o peggio. Avraham era del tutto consapevole che la malvagità dei sodomiti era assolutamente nota, ciò non ostante, tenta di… “salvare il salvabile”.

          Chiede al Signore (il testo che segue non è la traduzione letterale, n.d.r.): “è mai possibile che Tu (Dio) faccia morire il giusto con il malvagio?[6]”.

         Da lì, parte la trattativa.

         Incalza Avraham: “Forse vi sono cinquanta giusti entro quella città: sarebbe mai che tu facessi eccidio, e non usassi indulgenza al paese, in grazia dei cinquanta giusti che vi son dentro?

         “Lungi da te di fare simil cosa, di far morire il giusto insieme al malvagio, in guisa che ugual sorte abbiano il giusto ed il malvagio! Lungi da te! Il giudice di tutta la terra non farebbe giustizia?[7]”.

         In buona sostanza, il patriarca chiede a Dio, se può, di astenersi dal distruggere un’intera città di malvagi, solo per salvare cinquanta giusti che potrebbero essere lì presenti.

         “Il Signore disse: Se troverò in Sodoma cinquanta giusti entro la città, userò indulgenza a tutto il paese in grazia di essi[8]”.

         L’azzardo di Abramo è premiato! Il Signore promette di non compiere la distruzione di Sodoma in virtù dell’eventuale presenza di ben 50 giusti.

         Ma Avraham non demorde e incalza: “Ecco io proseguo a parlare al Signore, tutto ché io sia terra e cenere (come dire: “sono consapevole della mia minuzia”, n.d.r.).

         “Forse i cinquanta giusti mancheranno di cinque: distruggeresti a cagione dei cinque tutta la città?[9]”.

         Si punta decisamente al ribasso, ma il Signore, secondo il Midrash[10] contento di aver individuato in Abramo il capostipite di popoli (al plurale) che avrebbero in futuro “camminato sulle Sue vie”, risponde positivamente all’appello, per così dire “garantista” del patriarca: “Egli disse: Non distruggerò, se ne troverò là quarantacinque[11]”.

         Da questo momento, Abramo, incoraggiato dalle risposte di Dio, non esita a proporre altri “ribassi”, via via partendo da cinquanta probabili giusti e sottraendone dapprima cinque, poi proponendo riduzioni di decine ogni volta (prima 40, poi, 30, poi 20…).

         Il racconto biblico termina con la promessa divina di non procedere nei propositi di distruggere Sodoma, qualora vi fossero presenti solo dieci giusti tra tanti malvagi[12]. Sappiamo, dal prosieguo della lettura, che in realtà a Sodoma non v’era al momento neanche un giusto…

         Chiedendo scusa per aver forse abusato della pazienza del lettore, ci si chiede: cosa c’insegna la Sacra Scrittura?

         Innanzitutto che nella vita è necessario sempre cercare di rintracciare la più piccola parte di bene, sia pur nella vastità -a volte incommensurabile per l’uomo- del male che lo potrebbe circondare, spaventare, annichilire.

         È evidente a chiunque che un piccolo lumicino rischiara il buio pesto di una stanza chiusa. Il tentativo di cavare il bene anche dal male va comunque fatto!

         Ma, rovesciando completamente i termini della questione e decontestualizzando quella che abbiamo definito la “trattativa di Abramo”, poniamoci il quesito: se Giovanni Palatucci non ha salvato “migliaia di ebrei”, addirittura oltre cinquemila, ma molti di meno, facciamo “solo” (si fa per dire) la metà, meriterebbe l’appellativo di “Giusto tra le Nazioni”?

         Tutti (non necessariamente ebrei) risponderemmo, ragionevolmente, che sì, il povero martire meriterebbe, eccome, di essere riconosciuto come un Giusto!

         E, seguendo, all’incontrario, il “metodo” di Abramo: se Giovanni Palatucci avesse salvato ancor meno persone, facciamo “solo” mille, lo considereremmo sempre un Giusto?

         E se, anziché migliaia, fossero state “solo” centinaia le persone salvate, il nostro giudizio cambierebbe?

         E se si fosse trattato di poche centinaia?

         O “solo” di un centinaio?

         O, più modestamente, di decine?

         O “solo” di unità?

         Anche se avesse in definitiva (ma documentalmente è vero il contrario) avesse salvato solo una vita, una sola vita nel turbine devastante della Shoah e della guerra[13] nelle quali le vittime sono state milioni di esseri umani, continueremmo a considerare Giovanni Palatucci, un Giusto?

          La risposta non può che essere sempre sì! Giovanni Palatucci, in un’ottica ebraica, è definitivamente un Giusto tra le Nazioni!

         Nel paragrafo che segue, spiegheremo meglio il perché, facendo ricorso al Talmùd.

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LA DEPORTAZIONE DEI 412 EBREI FIUMANI.

PALATUCCI POTEVA NON SAPERE?

         Non vogliamo, tuttavia, eludere una dolorosa domanda che, dati alla mano, non possiamo non affrontare: cosa è successo o, meglio: quale è stato il comportamento del Palatucci di fronte alla certa deportazione di ben quattrocentododici ebrei fiumani nei Campi di sterminio?

         Cerchiamo di dare una risposta sia sotto il profilo storico, sia con l’interpretazione dei fatti con una chiave di lettura più propriamente ebraica.

LA PROSPETTIVA STORICA

         Il silenzio serbato per decenni dai sopravvissuti alla Shoah è stato interpretato in vario modo, anche facendo ricorso agli strumenti della psicoanalisi. Non è il caso, nella presente sede, di approfondire. Valga solo il recupero del dato storico.

         In molti hanno visto nella serie televisiva prodotta dalla CBS nel 1978 dal titolo “Holocaust”, ritrasmessa poco più tardi in Italia dalla RAI, con interpreti James Woods e Meryl Streep un primo momento, per così dire, “globalizzato” di conoscenza del fenomeno Shoah, molto più efficacemente di quanto non abbia fatto, in precedenza il processo (reale, non una fiction!) ad Adolf Eichmann, svoltosi nel 1961 in una Gerusalemme ancora parzialmente occupata dalle forze armate d’invasione giordane.

         All’epoca del processo Eichmann, pur seguito dalla stampa internazionale e pur registrato dalle principali televisioni del tempo, fu per così dire “vissuto” dall’opinione pubblica mondiale quasi esclusivamente attraverso le pubblicazioni a stampa, libri e giornali, poiché il mezzo televisivo, a quell’epoca -a parte gli Stati Uniti d’America- era un lusso ancora proibito ad esempio, per le masse europee, per non dire di quelle dell’Asia o dell’Africa.

         Alla fine degli anni ’70 dello scorso secolo, la televisione, ormai a colori, era un elettrodomestico come tanti a disposizione di milioni e milioni di persone sull’intero pianeta.

         Non a caso, subito dopo la serie televisiva della CBS, è iniziata una vasta quanto ormai inarrestabile produzione di film o di pièces teatrali tratti o ispirati da fatti realmente accaduti o completamente romanzati che hanno affrontato quel che sino ad allora, persino per i sopravvissuti, era una sorta di “indicibile tema”.

         È del 1982 una pellicola, casualmente sempre con l’attrice Meryl Streep che nell’occasione fu premiata con il suo primo Oscar (1983) per la migliore interpretazione femminile come protagonista, che aveva come titolo, nella versione italiana, “La scelta di Sophie”, regia di Alan J. Pakula.

         La storia narra delle vicissitudini di una donna polacca che in gioventù aveva collaborato con il padre, antisemita e simpatizzante nazista, alla diffusione di libelli razzisti ed antisemiti e che, successivamente, a seguito dell’invasione tedesca della Polonia, finisce con i suoi due figli ad Auschwitz, con il marito e con lo stesso padre.

         Nel campo di sterminio, le viene proposta una scelta disperata, cioè quella di salvare solo uno dei suoi figli. La donna, per sopravvivere, lascia la figlia nelle mani degli assassini.

         Storia terribile, non dissimile da tantissime testimonianze che hanno riferito orrori ancora più devastanti. Spesse volte veniva chiesto dagli aguzzini ai genitori di consegnare i propri figli all’immane struttura dell’annientamento!

         Perché facciamo riferimento ad un film?

         Perché attraverso la trasposizione mediatica del dramma si possono comprendere più facilmente le difficili dinamiche dei comportamenti anche delle vittime dello sterminio.

         Quanti, per un solo tozzo di pane, hanno finito per tradire il compagno di prigionia? Quanti l’hanno rubato il pezzo di pane, finendo per far morire di fame il proprio prossimo? Quanti si sono prostituiti per sopravvivere o, semplicemente, per coltivare la speranza di sopravvivere? E, purtroppo, potremmo continuare per molto…

         Quanti milioni di volte anche lo spirito dell’uomo, in quei contesti disumani si è affacciato sull’orlo dell’abisso, magari scorgendone a proprie spese la sconfinata vastità?

         Non abbiamo perso il filo del discorso, torniamo alla ferale domanda posta poc’anzi: cosa è successo, come mai ben quattrocentododici ebrei di Fiume partono definitivamente per i campi di sterminio?

         Palatucci dov’era?

         Vi ha preso parte e con che spirito? È stato solo passivo testimone? Poteva non sapere cosa accadeva sotto i suoi occhi o, almeno, sotto la sua giurisdizione?

         È certo e lo abbiamo esaminato in precedenza (vedi la testimonianza di R. Grani, sopra riportata), che il dr. Palatucci abbia partecipato, quale organizzatore e esecutore, ad un’azione di salvataggio già nel marzo 1939, addirittura sei mesi prima dello scoppio della Seconda Guerra mondiale.

         Allora, cos’è accaduto? Ha ceduto? Ha cambiato idea, rinnegando quanto aveva già fatto? Ha optato per una soluzione più comoda per la propria vita e per la propria carriera? In pratica, ha finito per comportarsi in maniera conformista come tanti?

         Non lo sappiamo e pertanto non possiamo giudicare.

         Probabilmente quella volta non è potuto intervenire e comunque non poteva salvare tutte le persone di cui avrebbe avuto contezza.

         La contabilità strizza sempre l’occhio al male degli uomini. Lo sanno tutti coloro che cercano di salvare altri esseri umani dalle catastrofi naturali: quanti terremotati si salvano, pur sepolti da giorni sotto le macerie? Ma di quanti i soccorritori finiscono solo a sentirne il lamento, sino alla fine, perché è impossibile scavare sino ad estrarli vivi dalle macerie?

         Figuriamoci quando la catastrofe è voluta, desiderata, programmata, organizzata da altri esseri umani, quando la volontà è orientata esclusivamente all’annientamento dell’altro, da quello ritenuto diverso da sé.

         Verosimilmente quelle quattrocentododici persone residenti nella piccola città di Fiume (oggi annovera circa centoventimila abitanti) Palatucci le conosceva, magari ci aveva parlato. Forse aveva persino promesso loro di interessarsene, ma comunque non ce l’ha fatta.

         Come la Sophie del film, come ai tanti componenti i Consigli delle Comunità ebraiche, come a tantissime vittime dello sterminio forse gli è stato proposto (meglio, imposto) il drammatico ruolo di scegliere chi salvare…

          E questa è la prospettiva storica.

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LA QUESTIONE

DAL PUNTO DI VISTA DEL PENSIERO EBRAICO

         Trattiamo la questione solo per mero scrupolo espositivo, giacché è provato che Giovanni Palatucci l’eroico giovane funzionario di polizia di uno Stato dittatoriale e criminale (la Repubblica Sociale Italiana) ha salvato -senza alcun dubbio- molte persone. Ma poniamoci, dunque per assurdo, a pensare che il Palatucci abbia, per un breve momento o per lungo periodo, ceduto al suo spirito malvagio (in ebraico, lo yetzèr rah, presente, con lo spirito del bene, lo yetzèr tov, nell’animo di ciascun essere umano) e si fosse abbandonato a quanto, in definitiva, gli veniva chiesto dallo Stato che serviva, possiamo ancora considerarlo un Giusto?

         Torniamo a leggere quanto ci dicono i Profeti, i servitori del Santo Benedetto. In particolare, “Dice il Signore Dio: pentitevi e fate pentire da tutti i vostri peccati e la colpa non sia per voi d’inciampo, gettate via da voi tutti i peccati che avete commesso e fatevi un cuore nuovo e uno spirito nuovo” (Ezechiele, 18, 30-31).

         Quale prodigioso atto compie chi sbaglia, se ne rende conto e fa’ marcia indietro?

         Senza scomodare la vasta letteratura ebraica sul concetto di Teshuvah (pentimento o anche ritorno, da intendersi a Dio), o alla profondità di pensiero delle opere di Rav Yonah ben Avraham di Gerona (Sha’arè Teshuvah, Le porte del Pentimento, pubblicato a Fano nel 1505; Igghèret ha-Teshuvah, Lettera sul Pentimento, pubblicato a Costantinopoli nel 1548; Yessòd ha-Teshuvah, Base del Pentimento, Salonicco 1529), citiamo solo Rabbi Nachman di Breslav che, nel Likutei Etzot[14], ammonisce che per potersi allontanare davvero dal peccato, bisogna essere coraggiosi e forti e il compianto Rav Jonathan Sacks, scomparso pochi mesi fa, secondo il quale “Teshuvah è l’affermazione ultima della libertà. Il tempo diventa allora un’arena di cambiamento in cui il futuro riscatta il passato e nasce un nuovo concetto: l’idea che chiamiamo speranza[15]”.

         Pertanto, anche nella tanto inquietante quanto remota ipotesi di un cedimento del nostro eroe, gli atti successivi, sino al martirio, depongono per un più che certo percorso di Teshuvah.

         Cosa che renderebbe Giovanni Palatucci capace di ostacolare non solo il male altrui, ma anche il proprio!

         Se pure fossero fondati gli odiosi sospetti, la sua figura sarebbe ancor più degna di menzione: più forte e più coraggioso, per dirla con Rabbi Nachman di Breslav, di un “semplice” Giusto tra le Nazioni!

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“CHI SALVA UNA VITA,

SALVA UN UNIVERSO”

         Nel più generale contesto del pensiero ebraico, non possono non trovare cittadinanza gli studi sul rapporto tra bene e male e sulla possibilità, per l’uomo, di estrarre il bene dal male stesso.

         Senza nella presente sede addentrarci molto, facciamo rapido riferimento a quanto riportato nel Talmud Babilonese, Trattato di Sanhedrin (Sinedrio), foglio 37a, in particolare all’espressione (che si riporta in forma traslitterata): “VeCol hamechaiem nefesh achàt miIsrael maaleh alav hachatuv cheilluh kiiem Olàm Malè” che, tradotto in italiano, pressappoco suona così: “E chiunque salvi un’anima di Israele è come se lui (o lei) salvasse un mondo intero, un universo[16]”.

         Frase che il grande pubblico ha sentito assistendo al celebre film di Steven Spielberg, “Schindler’s List”.

         Dalla massima sopra riportata, si deduce che: chiunque sostenga un individuo, sostiene il mondo intero e chiunque distrugge un individuo ha distrutto un mondo intero.

         Nelle allegorie ebraiche s’insegna che Dio ha creato la persona (Adàm) da sola, come fosse un Olàm Malè (un intero universo), per aver sempre presente che ciascun individuo ha, di per sé, un grande valore ed un grande significato. Inoltre Dio ha creato l’uomo (Adàm) come creazione solitaria, per ricordare a ciascun essere umano, in ogni luogo ed in ogni tempo, che discende da una fonte comune, unica: nessuno può rivendicare una “maggiore” o “migliore” discendenza o un “pedigree razziale” nei confronti di un’altra persona.

         Ma l’universo intero, l’Olàm Malè, nella concezione del tempo propria del pensiero ebraico, significa che oltre il singolo individuo ci sono le generazioni che l’hanno preceduto e, soprattutto, le generazioni successive. Chi salva una vita umana, salva anche coloro che discenderanno dalla persona salvata.

         Per questo, al contrario, l’omicidio, ogni singolo omicidio è una devastazione totale, radicale che protrae i suoi effetti dannosi anche nel futuro. Al di là della nostra capacità di immaginare la portata del danno fatto. Una portata tanto vasta da potersi assimilare solo ad un concetto, appunto, di universo intero.

         A tal proposito, s’è in precedenza citata la testimonianza di Renata Conforty e s’è riferito che ella è nata proprio negli anni della fuga dei suoi genitori da Zagabria. Il fatto che sia potuta nascere e crescere, addirittura libera dalle paure che avevano attanagliato il cuore dei suoi genitori è la prova evidente della vittoria della Vita, contro ogni oscura malvagità.

         Vittoria resasi possibile grazie al coraggio, alla forza, alla fede di Giovanni Palatucci. Basterebbe solo la vita di Renata a renderlo un Giusto!

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LA SCELTA DEL CENTRO EBRAICO DI CULTURA DI BRINDISI

         Alla luce delle riflessioni sopra, in sintesi, riportate il Centro Ebraico di Cultura “Torah veZion” di Brindisi, in occasione del settantaseiesimo anniversario della tragica morte dell’onesto Questore di Fiume, Giusto tra le Nazioni, ha voluto persino plasticamente far sentire la propria voce, qui a Brindisi, dove la locale Questura è dedicata a Giovanni Palatucci.

         Con l’omaggio di un piccolo ricordo che il Questore di Brindisi, dr. Ferdinando [17]Rossi ha voluto che fosse ben visibile, all’esterno degli uffici della Questura, presso un albero d’olivo, rinominato dal Questore “Olivo Palatucci”.

         Niente di particolarmente eclatante, ma una presenza. In pietra, quindi difficilmente cancellabile.

         Al di là delle polemiche che riguardano gli storici, come sopra ricordato e senza alcun bisogno di scrutare segni particolarmente significativi dalle parole, ad esempio, delle motivazioni con le quali la Repubblica Italiana ha concesso i riconoscimenti alla memoria di Palatucci (vedi sopra).

         Agli ebrei non interessano le motivazioni, legittime e tutto sommato non sindacabili da parte di coloro che hanno voluto omaggiare l’esempio e la memoria di un uomo, degno di esser chiamato tale.

         Così come, di tutta evidenza, non interessano le motivazioni e le prove addotte a sostegno della procedura di beatificazione del nostro eroe. La materia non ci appartiene e non v’è alcuna voglia di scrutare tra le cose altrui. Anzi.

         L’operato di Giovanni Palatucci deve essere indicato a chiunque, specie le giovani e persino le prossime generazioni come esempio di attaccamento e fedeltà ai principi di umanità e di giustizia.

         Pensiamoci. Pensiamoci atteggiandoci a certi diffusi costumi, purtroppo patrimonio di tanti: a Palatucci chi gliel’ha fatto a fare?

         Rischiare la carriera (era entrato in Polizia solo da otto anni ed aveva già raggiunto passando rapidamente dal grado di Vice Commissario di Pubblica Sicurezza a Commissario, sino alla qualifica di Questore!); rischiare la vita (ricordiamo che è morto a soli 36 anni ed il corpo, assieme a quello di tanti altri compagni di prigionia, è sepolto in una fossa comune!) per fare quello che altri, al suo posto o in posizioni simili, non solo non facevano ma si guardavano bene dal fare.

         Quanti pavidi esecutori o addirittura loschi approfittatori si sono poi bellamente riciclati negli anni successivi?

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         Ma la figura del Giusto Palatucci è assolutamente esemplare!

         Poco dopo la sua disgraziata fine, la II Guerra mondiale cessò, almeno in Europa. Da quel momento, come un’insopportabile litania, tanti criminali si sono poi difesi ripetendo sempre lo stesso concetto: “obbedivo ad ordini superiori”. Spacciando la dovuta fedeltà alle istituzioni di cui si era parte, per un’animalesca, quasi canina (se non s’avesse tema di offendere i cani) fedeltà al padrone di turno, superiore gerarchico o “capo”, duce o fuhrer, leader reale o presunto.

         Palatucci, consapevolmente disobbedisce, anzi fa’ quanto le leggi che dovrebbe applicare, impediscono di fare ai comuni cittadini.

         Rinuncia a tutto ma non rinnega mai la sua dignità di uomo e, perché no, anche di uomo di fede.

         Anzi, con il suo per così dire “particolare” modo di applicare/disapplicare la legge, fornisce agli operatori di polizia, allora come ora ed anche domani, la bussola per non smarrirsi tra ordini, leggi, circolari applicative, consegne e restare sé stessi, indicando la linea di demarcazione tra la semplice attività d’indifferente esecuzione di direttive e il sentimento di prossimità al pubblico, visto non come mero destinatario di quanto proviene dall’apparato statale ma come principale soggetto di tutela da parte dello Stato stesso. Probabilmente Giovanni Palatucci, il Giusto, avrebbe detto -con più semplicità ed efficacia- di vicinanza al prossimo.

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