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"Il dopo Covid-19? Il nostro mondo purtroppo non cambierà"

Un articolo del professore e giornalista cileno Gustavo Gonzàlez  Rodrìguez sui possibili scenari successivi alla conclusione della pandemia

Foto Ansa/Epa

Proponiamo, con il permesso dell’autore, un articolo del 10 aprile scorso comparso sul quotidiano online OtherNews dal titolo "La profezia possibile", a firma del professore Gustavo Gonzàlez  Rodrìguez, già direttore della Facoltà di Giornalismo dell'Università del Cile, scrittore, giornalista ed ex direttore dell'Ips (Inter Press Service) in Cile ed Ecuador, ex corrispondente da Roma e da San José de Costa Rica, del quale avevamo già pubblicato un articolo nell’agosto scorso sui fenomeni migratori in Cile.

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Ci sarà un "giorno dopo" il coronavirus? Non intendo in senso stretto; è ovvio che la pandemia, così come si è gradualmente diffusa, altrettanto gradualmente, magari a chiazze, sparirà dalla mappa del mondo - probabilmente ne rimarrà traccia nelle aree di maggiore povertà dell’Africa o dell'Asia sud-occidentale dove potrebbe persistere più a lungo. Ma, in ogni caso, si tratta di aree che, notoriamente, nella tempesta informativa monotematica che diuturnamente ci bombarda, “non fanno notizia”.

Mescolando i dati degli epidemiologi, potremmo prevedere che, entro marzo 2021, l'emergenza sanitaria sarà considerata superata. Nei Paesi Europei e nelle Americhe, non si registreranno più contagi. L'Organizzazione Mondiale della Sanità conterà i morti e determinerà il tasso di mortalità raggiunto dalla pandemia, in percentuale rispetto alla popolazione mondiale e al numero di infetti.

Ma quelle statistiche finali dovranno passare attraverso il setaccio della credibilità. Vi saranno certamente discussioni sull'affidabilità dei dati forniti dai governi. Alcuni saranno accusati di nascondere informazioni e di nascondere il reale bilancio delle vittime. In altri casi, si potranno notare imprecisioni, mancanza di rigore o semplicemente assenza di diagnosi sulle cause di molte morti, che, se conosciute e rivelate, potrebbero amplificare l'impatto della pandemia.

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Sarà possibile che, a quel punto, saremo in grado di assistere a una serie di dibattiti di esperti che, si spera, non si limiteranno solo alle statistiche ma includeranno considerazioni socioeconomiche e ambientali. Il Covid-19 è stato più mortale della carestia che continua a tormentare l'Africa sub-sahariana ed anche in alcune sacche di estrema povertà dei paesi ricchi, o è anche possibile che i due elementi – virus e malnutrizione - si siano combinati tra loro, incrementando il numero dei decessi. Magari ci evidenzieranno in che modo il riscaldamento globale e l'inquinamento influenzano la crescente vulnerabilità della specie umana di fronte ad infezioni polmonari come quelle provocate dal Covid.

Marzo 2021. L'espressione "ritorno alla normalità" prevarrà nel mondo. Quel desiderio di lasciarsi alle spalle l'incubo prolungato del 2020 farà girare di nuovo la ruota della storia al contrario. Probabilmente nessuno - o quasi - contraddirà i giudizi che vengono emessi oggi sul virus; giudizi e valutazioni - talvolta errati o contraddittori - che hanno portato alla luce le incoerenze del "modello" di civiltà imposto dall'egemonia del capitale finanziario.

Probabilmente i leader mondiali, nei loro discorsi ufficiali, ci diranno che ci sono priorità, urgenze che non dovrebbero essere trascurate a causa di preoccupazioni filosofiche come il riscaldamento globale, la povertà diffusa o l’inquinamento. Ci sarà un cambio di paradigma? No, non credo, non per ora.

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Quindi, la “normalità” sarà il risveglio dell'economia come la concepiamo adesso. Il Fondo monetario internazionale emetterà ricette, detterà condizioni ed eserciterà pressioni per far ripartire l’economia e recuperare la crescita. Gli obiettivi saranno focalizzati all’aumento del commercio mondiale e le banche centrali e le risorse fiscali saranno indirizzate alla rivitalizzazione dei mercati finanziari, come già stanno facendo adesso. Ci saranno operazioni di salvataggio delle banche che, a loro volta, andranno in aiuto di grandi società internazionali, a spese dei cittadini. Una sceneggiatura già tristemente vista nella crisi del 2008.

Il desiderio spasmodico di tornare a questo tipo di normalità, in aggiunta alle compiacenti autovalutazioni dei governi circa le loro azioni a contrasto della pandemia - spesso sbagliate - ridurrà l'importanza della questione fondamentale che il coronavirus ha messo in evidenza: politiche sanitarie sbagliate e la sottovalutazione dell'importanza della salute pubblica, dettate dalla “pandemia del neoliberismo" che negli ultimi decenni ha contribuito a smantellare gli ospedali pubblici e privatizzare una consistente fetta della sanità pubblica, a beneficio di cliniche e strutture sanitarie private.

Ci saranno pressanti inviti volti al sacrificio di tutti e saranno, come sempre, i più deboli a pagare. Ai piccoli risparmiatori, che hanno visto i loro depositi collassare a causa del calo delle borse, verrà detto che devono fidarsi del mercato, che un giorno li compenserà. Alle lavoratrici in età pensionabile, i cui contributi al fondo pensione sono stati svalutati, verrà chiesto di posticipare la pensione e di continuare a lavorare, per aumentare la loro pensione.

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Milioni di persone saranno infettate dal virus della disoccupazione, e verranno licenziate a causa della riduzione delle attività produttive e commerciali. È probabile che i suicidi aumenteranno. Ma non sarà che un'altra statistica che si confonderà con le tante che ci verranno proposte sul "danno collaterale" della pandemia.

La cosiddetta comunità finanziaria internazionale eserciterà ancora una volta la sua egemonia e imporrà i dogmi degli equilibri fiscali, con rigidi controlli sulla spesa pubblica e sull’inflazione, causando un’ulteriore caduta dell'occupazione. Nel frattempo, alcuni governi ed agenzie delle Nazioni Unite che si occupano di sviluppo, ambiente, diritti umani e cibo, proporranno un altro vertice mondiale per discutere il futuro dell'umanità.

Ci saranno anche molti congressi, seminari e simposi. I migliori economisti e influencer terranno conferenze ben pagate a uomini d'affari e politici, con ampia copertura sui media mainstream. Mentre gli incontri negli ambienti accademici e nelle Ong, che insisteranno ostinatamente sul cambio di paradigma, alimenteranno le pubblicazioni scientifiche ed i dibattiti sui social, ma saranno regolarmente ignorati dal grande pubblico e dalla grande stampa.

Nel frattempo, la normalità “di prima” tornerà; I tassi di inquinamento dell'aria nelle città torneranno a crescere di nuovo a causa dei gas di scarico delle migliaia di veicoli a motore che riprenderanno a circolare su strade e autostrade, per recuperare il "tempo perso" durante la pandemia.

La normalità unita alla ripresa economica farà asserire ai governanti ed ai grandi gruppi economici che sarà necessario continuare a violentare la natura con devastanti progetti minerari, agricoli e forestali. Continueremo distruggere l'habitat delle api e di tutta la fauna selvatica e continueremo con la pesca incontrollata e l'inquinamento degli oceani.

I delfini fuggiranno ancora una volta dai canali di Venezia e non salteranno gioiosi nella baia di Valparaíso, in acque di nuovo sporche di combustibili ed olio dei motori. I puma curiosi non discenderanno verso i paesini abbarbicati sulle catene montuose intorno a Santiago, un cervo non apparirà fugacemente a Linares ed i lupi non si aggireranno nelle vicinanze di Barcellona.

Forse, delle piccole comunità che credono nel ritorno alla vita naturale, riusciranno ad organizzarsi, attraverso una politica di economie di autosufficienza e sistemi di energia pulita, come testimonianze isolate di ciò che poteva essere e non è stato. È ovvio come io speri ardentemente di sbagliarmi con questa funesta profezia, ma come qualcuno ha detto: “Un ottimista è colui che non ha tutte le informazioni”.

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