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Quegli stralci di riforma agraria che lasciarono l'amaro in bocca

Secondo articolo sulla storia del lavoro agricolo nel Brindisino, intrecciata con la storia delle vitivinicoltura

Nella foto di apertura, una manifestazione per le terre a San Pietro Vernotico. Sotto, un comizio in piazza Cairoli a Brindisi del 1962, per la previdenza in agricoltura

Pubblichiamo il secondo di tre articoli scritti da Cosimo Zullo, già dirigente della Federbraccianti Cgil brindisina, con l’obiettivo di raccontare lo sviluppo della viticoltura nel Brindisino e le lotte contrattuali di coloni, compartecipanti e mezzadri. Dopo il primo, incentrato sul periodo tra i due conflitti mondiali (leggi qui), il secondo ricostruisce i fatti compresi tra la seconda metà degli anni Quaranta e gli anni Sessanta, con le lotte – spesso bagnate di sangue - per le terre e gli stralci di riforma agraria.

Finita la Guerra, tra le rovine di un’economia in dissesto, esplose la mobilitazione del movimento dei lavoratori e del sindacato, attraverso l’imponibile di manodopera, gli scioperi alla rovescia e le occupazioni di terre incolte e mal coltivate. Anche il Salento, dove il latifondo era molto esteso, fu terra di rivendicazioni.

Con il ministro Scelba agli Interni il movimento di lotta si trovò a subire repressioni, denunce e arresti, in particolare tra il 1947 e il 1954, ma nonostante ciò riuscì a ottenere risultati importanti. In quest’ottica, decisivi risultarono l’adozione dei decreti Gullo, del lodo De Gasperi e della Riforma agraria stralcio.

I primi stralci di riforma agraria

Con i Decreti Gullo, durante il primo governo di unità nazionale, fu disciplinata la concessione dei terreni incolti a contadini e braccianti nullatenenti. Fu garantito ai mezzadri almeno il 50 per cento delle terre da dividere con il concedente e la proroga dei patti agrari nel caso in cui coincidessero con la fine dell’annata, per impedire che coloni e mezzadri fossero cacciati dalle terre.

Con il Lodo De Gasperi del 1946 fu introdotto il risarcimento dei danni subiti dai contadini durante la Guerra, imponendo ai proprietari delle erogazioni economiche a titolo di compenso, nonché l’obbligo di accantonamento allo scopo di realizzare lavori di ricostruzione e miglioria.

La Riforma agraria stralcio (Legge 841, 21 ottobre 1950) affidò a Enti e Sezioni di riforma agraria il compito dell’assegnazione dei terreni a braccianti e contadini poveri e in quello stesso periodo nacque l’Associazione degli assegnatari dell'Ente Riforma. Le assegnazioni avvenivano con la discrezionalità delle commissioni e senza il coinvolgimento del sindacato, per tale ragione iniziò una battaglia per rivendicare il diritto di consultazione di quest’ultimo.

I limiti delle nuove leggi

Nel libro “L’Italia dimezzata” di Gerardo Chiaromonte e Giuseppe Galasso vengono evidenziati tre limiti della legge stralcio. In particolare, il primo elemento di delusione viene individuato nella limitazione della riforma agraria (stralcio) senza però che ci fosse stato un governo dell’agricoltura né nelle zone interne del Mezzogiorno (osso) né in quelle esterne (polpa).

Il secondo elemento è quello relativo alla gestione della riforma sulla base di forti elementi clientelari e di potere. Sul punto il professor Galasso ricorda «le assegnazioni di terre a sarti, barbieri, falegnami e non ai contadini; e si può immaginare con quali criteri fossero poi scelti i sarti i barbieri e i falegnami: esercenti tutti di mestieri degnissimi e indispensabili al vivere civile, ma che certamente non potevano essere i titolari da preferire nelle assegnazioni».

Il terzo elemento di delusione consisteva nel fatto che le leggi di riforma agraria erano tutte leggi per uno stralcio, senza che ci fosse una riforma generale che infatti poi non fu realizzata mai. Un ulteriore elemento di riflessione sulla Legge 841 si può trovare nel libro-intervista “Antonio Somma - La storia di un protagonista del Sud”.

brindisi 1962 - manifestazione per la previdenza agricola-2

La lotta per l'assegnazione delle terre

«Ingaggiammo una dura lotta per attuare la Legge 841, costituimmo il comitato provinciale per l’assegnazione delle terre. Le domande presentate per l’assegnazione delle terre espropriate furono complessivamente 5.353; 2.244 da braccianti nullatenenti, 1.740 da affittuari e mezzadri sempre nullatenenti e 1.469 da piccoli proprietari. Furono effettuate 3.314 assegnazioni ma di queste solo 419 furono le unità produttive nuove destinate a braccianti nullatenenti. In questa grande battaglia furono espropriati 10.274 ettari. Ottenemmo un grande risultato».

Nello stesso periodo un argomento molto dibattuto fu quello relativo al pagamento dei contributi unificati da parte dei concedenti. I proprietari non intendevano pagare la parte spettante dei contributi e ciò causò momenti di tensione sociale che sfociarono negli assedi dei palazzi dei nobili salentini (Basalù, Candido, Tamburini, Reale, Dentice di Frasso).

Nel Brindisino le zone interessate furono in particolare quelle della fascia costiera della provincia: Carovigno, San Vito dei Normanni, Cellino, Brindisi fino a San Pietro, in cui vi era la società Bonifiche Ferraresi. Sempre nell’agro di Brindisi nell’ottobre 1950 vi fu la lotta dei braccianti mesagnesi in contrada Casignano.

Le terre di Casignano che si estendevano per circa 500 ettari, erano di proprietà di Enzo Crotti che da terre seminative le aveva trasformate in vigneti. Crotti, originario di Reggio Emilia, possedeva uno stabilimento vitivinicolo a Brindisi e pertanto aveva impiantato una grande distesa di vigneto. Aveva gestito direttamente il feudo fino all’ottobre 1950, per poi rendersi conto che la conduzione diretta era antieconomica e decise di concedere i 500 ettari di terreni a mezzadria, assegnando un ettaro ad ogni mezzadro.

La Cgil si oppose a tale decisione e propose di dare la terra ai braccianti nullatenenti. Crotti, invece, assegnò i terreni a piccoli proprietari e ad amici incaricati di cercare “bravi coltivatori”. In conseguenza di ciò la Cgil, insieme alla Lega braccianti, decise di occupare l’azienda.

Centinaia di braccianti occuparono con i propri mezzi i punti strategici di accesso all’azienda e impedirono agli assegnatari di eseguire le coltivazioni e i dirigenti sindacali si prodigavano per convincere l’azienda ad accettare l’assegnazione della terra ai braccianti poveri.

Dopo diciotto giorni di lotta, la stanchezza cominciava a farsi sentire, ma indipendentemente dalle direttive sindacali gli occupanti erano decisi ad andare avanti, magari attuando forme di lotta più radicali. I dirigenti sindacali decisero di interrompere l'occupazione. Si temevano conseguenze gravi, considerata la politica repressiva attuata dal Ministro degli Interni Scelba nei confronti del movimento dei lavoratori.

Già l’anno precedente, nell’ottobre 1949, vi erano stati tre morti durante una manifestazione a Montescaglioso e tra il Capodanno e il 3 gennaio del 1951 – a seguito dell’occupazione simbolica delle terre dell’Arneo (comuni di Nardò, Copertino, Veglie) da parte di 2.500 contadini insieme alla Cgil e alle Leghe braccianti – furono lanciati lacrimogeni contro i contadini. Giorni dopo, il 7 gennaio 1951, in seguito a una retata furono arrestati centinaia di manifestanti.

Le terre dell’Arneo furono inserite dal Governo nel progetto di riforma della Legge stralcio. In quel periodo due sentenze della Cassazione, contradditorie tra loro, crearono ulteriore confusione in riferimento alle regole relative al pagamento dei contributi e molte aziende concedenti cominciarono a pretenderne il pagamento da parte dei coloni.

I coloni e la valorizzazione della vite ad alberello

Negli stessi anni si affermò con successo la coltivazione dell’alberello pugliese, scelta dovuta soprattutto alla mancanza di acqua e alla scarsa meccanizzazione nella coltivazione. Furono anni importanti per l’affermazione del vigneto come coltura dominante.

Negli anni ‘57-‘58 riprese con vigore in tutto il Salento l’iniziativa colonica per il superamento del   contratto di mezzadria e la sua trasformazione in affitto, oltre che il riconoscimento dei riparti e delle spese di conduzione e di un contratto provinciale.

Agli inizi degli anni ‘60 ci furono delle flebili risposte da parte del Parlamento: la legge 327 del 1963 riconobbe le migliorie apportate da coloni e mezzadri e l’anno seguente, con la legge 756, fu riconosciuto il pagamento delle spese di conduzione a metà tra concedente e colono, ma soprattutto venne riconosciuto il ruolo di primo piano del colono nella conduzione dell’azienda.

Furono quelli gli anni nei quali i coloni, probabilmente nel pieno delle proprie forze, condussero i vigneti con maestria riuscendo ad ottenere rese molto alte in rapporto alla dimensione aziendale. Furono inoltre gli anni durante i quali venne affrontata la questione degli elenchi anagrafici.

La registrazione del lavoro agricolo

La legge 322 del 5 marzo 1963 (Norme per l’accertamento dei lavoratori agricoli aventi diritto alle prestazioni previdenziali), che sarebbe rimasta in vigore fino al dicembre 1969, divise il Paese tra provincie in cui era in atto un effettivo impiego (il Nord) e provincie in cui permaneva l’impiego presumibile (il Sud).

Con la stessa Legge furono istituiti gli elenchi bloccati. In tali elenchi rimasero iscritti con le giornate di ultima registrazione i lavoratori agricoli, compresi i coloni e i mezzadri.  In virtù di quanto previsto dalla legge, i coloni e i mezzadri potevano fare cumulare le giornate di iscrizione negli elenchi anagrafici bloccati con quelle della conduzione dei fondi a colonia e a mezzadria. Tali interventi consentirono dunque un miglioramento delle prestazioni previdenziali e della futura pensione dei lavoratori.

Per tale ragione la questione del riconoscimento delle giornate divenne fondamentale per il movimento colonico. Vi furono momenti di forte tensione che culminarono negli anni ‘60 e che avevano come oggetto anche le regole relative ai riparti e alle spese di conduzione. Nonostante vi fossero sentenze, leggi e norme che disciplinavano tali aspetti le aziende concedenti continuavano a rimanere ferme sulle proprie posizioni.

Si consideri che dalla fine degli anni ‘50 la provincia di Brindisi aveva subito un’importante mutazione. Tale mutazione fu causata in particolare da tre elementi fondamentali: uno, l’arrivo di molti imprenditori del vino (tra gli altri, Pozzi, Silvestrini) che costruirono i loro impianti vitivinicoli e al contempo la costruzione delle prime cantine sociali.

Poi, l’insediamento della Montecatini a Brindisi, nel 1958- 59, che sconvolse il mercato del lavoro della provincia: furono assunti in modo diretto e indiretto (attraverso le aziende appaltatrici) oltre 10 mila lavoratori, moltissimi dei quali in precedenza erano lavoratori della terra; e, terzo, il boom delle emigrazioni, in un periodo in cui tutte le nostre famiglie videro padri, madri, fratelli, sorelle partire per il nord Italia – prevalentemente verso Torino e Milano – o all’estero, verso la Svizzera e la Germania. I padri-coloni e i padri-mezzadri, che intanto avanzavano con l’età, spesso restarono soli nella conduzione dei vigneti.

Per la redazione di questo articolo sono stati utilizzati i seguenti riferimenti bigliografici:

A. Rodia, Antonio Somma - La Storia di un Protagonista del Sud, Editore Locorotondo, 2013

D. Franco, E. Poci, L'Unione dei lavoratori, Società di Mutuo Soccorso nella storia di Mesagne, 2012

G. Chiaromonte, G. Galasso, L’Italia dimezzata, Laterza, 1980

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P. Villani, N. Marrone, Riforma Agraria e Questione Meridionale. Antol0gia critica 1943-1980, Editore De Donato, 1981  

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