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Quando i media diventano inconsapevole cassa di risonanza del terrorismo

Ieri, una serie di episodi cruenti ha fatto scatenare il "Vespismo" degli organi di stampa internazionali e nazionali. Perfino testate solitamente caute e "morigerate" come "LA7" di Mentana, hanno, nello loro "liturgia della parola", fatto intendere, almeno inizialmente, che i tre episodi cruenti, si sarebbero potuti inquadrare in un unico "teorema" destabilizzante

Ieri, una serie di episodi cruenti ha fatto scatenare il “Vespismo” degli organi di stampa internazionali e nazionali. Perfino testate solitamente caute e “morigerate” come “LA7” di Mentana, hanno, nello loro “liturgia della parola”, fatto intendere, almeno inizialmente, che i tre episodi cruenti, si sarebbero potuti inquadrare in un unico “teorema” destabilizzante. Si é fatto largo uso di termini quali Jihad e Jihadismo che, nell’accezione occidentale, vengono tradotte con le parole "guerra santa" e “terrorismo islamico”. Chissà poi perché “islamico”. Negli anni ’70, quando c’erano le Brigate Rosse, a nessuno sarebbe venuto in mente di scrivere “terrorismo cristiano”.

Letteralmente jihad significa "sforzo", o “resistenza”, ed individua lo sforzo spirituale del singolo individuo per migliorare sé stesso. Quindi, “Guerra Santa” é una traduzione non solo sbagliata ma anche fuorviante perché lascia intendere che l’obiettivo di queste azioni siano l’Occidente o i Cristiani. É vero che vi sono stati nel recente passato episodi effettivamente mirati contro comunità cristiane, ma, di solito, il problema non é da ricercarsi nella religione praticata dai diversi gruppi etnici, ma nella lotta per il potere, per l’egemonia locale.

Non dobbiamo mai perdere di vista che in gran parte del Continente Africano ed in Medioriente, non esiste, come da noi, il “concetto di Stato”; per loro, la forma usuale di governo é la tribù, formata dai clan famigliari e, talvolta, la tribù viene prima anche della religione. Gli episodi di ieri, sebbene temporalmente avvenuti lo steso giorno, hanno, a mio parere, motivazioni differenti.

Infatti, mentre l’attentato rivendicato dall’Isis contro una moschea sciita a Kuwait City - durante la preghiera del venerdì, quando il luogo sacro è pieno di fedeli - é da inquadrarsi nella secolare lotta, tutta interna all’Islam, tra Musulmani Sunniti e Musulmani Sciiti (da shi’at Alì, il Partito di Alì), l’attentato di Sousse - la terza città della Tunisia e la capitale del turismo - che ha causato 37 vittime, la maggior parte delle quali occidentali, deve invece essere inquadrato nel tentativo di indebolire e destabilizzare l’attuale governo democratico di Tunisi, minandone la credibilità e la fonte delle maggiori entrate del Paese, colpendo direttamente il turismo.

Per l’episodio alla fabbrica francese di Saint-Quentin-Fallavier, nel Dipartimento di Isère, non lontano da Lyon, infine, le dinamiche sono tutte da investigare in quanto, al di là dalle modalità esecutive piuttosto truculente,  potrebbe trattarsi di un fatto privato, della vendetta personale di un lavoratore nei confronti del suo capo reparto. In tutti i casi, il frettoloso annuncio del collegamento terroristico tra i tre episodi citati, é stato, quantomeno, prematuro.

Inoltre, se ci soffermiamo sull’etimologia della parola “terrorismo” vedremo che quasi in tutti i dizionari della lingua italiana, terrorismo viene definito come “L’uso di violenza illegittima, finalizzata a incutere terrore nei membri di una collettività organizzata e a destabilizzarne l’ordine, mediante azioni quali attentati, rapimenti, dirottamenti di aerei e simili”.

Pertanto, perché la strategia terrorista sia efficace e vincente ha bisogno che il “terrore” e l’insicurezza penetrino nelle menti delle collettività che si vogliono destabilizzare; e, questa funzione, più o meno inconsapevolmente, viene,  purtroppo, svolta dai media che,  per ragioni di audience, diffondono capillarmente le immagini degli attentati ed indicono tavole rotonde e forum sugli attentati e sul terrorismo, quando dovrebbero, invece, limitarsi ad informare gli utenti, gli ascoltatori ed i lettori sulle notizie e sugli eventi, astenendosi da ulteriori commenti; non minimizzando l’importanza intrinseca dei singoli fatti, ma limitandone l’ossessiva e morbosa diffusione.  

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