Giovedì, 28 Ottobre 2021
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Tomaselli: «Una idea di Paese e un congresso "fondativo” per il PD»

Darsi finalmente una "idea di Paese”, celebrare un congresso che sia realmente "fondativo” e coinvolgere "il popolo delle primarie”, che finora è stato solo chiamato a votare, e non a discutere. Il senatore Salvatore Tomaselli interviene nel dibattito sul nuovo Pd.

Non so se la ormai prossima tornata congressuale del Partito Democratico, di cui si é occupato nei giorni scorsi BrindisiReport, darà le risposte che i nostri militanti ed elettori si aspettano dopo questi ultimi mesi così difficili e, in alcuni tratti, drammatici.

Non so, nemmeno, se tali risposte riusciremo a darle all'Italia e al bisogno ormai vitale di riforme vere e solide, dalla politica alle istituzioni, dall'economia alla dimensione europea dei nostri problemi.

Fuori da noi c'è, infatti, un paese che vive una sofferenza straordinaria che ogni giorno si manifesta in numeri e fotografie sempre più pesanti: dalle imprese che chiudono ai lavoratori che perdono il posto di lavoro, dalle masse sempre più grandi di giovani che il lavoro non lo hanno mai conosciuto alla crescente quota di famiglie che arretra sotto la soglia di povertà, a migliaia di comuni che non riescono a garantire i livelli minimi di solidarietà ed assistenza e così via.

Insomma, un paese che comincia ad intravedere l'uscita dal lungo tunnel della recessione ma che ci arriva più povero e sempre più debole! Le divisioni storiche che per decenni hanno contraddistinto l'Italia usciranno da questa crisi del tutto aggravate: il dualismo territoriale tra il Mezzogiorno ed il centro-nord, la marginalità delle giovani generazioni rispetto ai "garantiti", la penalizzazione delle donne nell'accesso alle opportunità, la fragilità delle piccole imprese rispetto alle poche grandi imprese o a settori economici ancora "protetti" da regole di mercato spesso su misura, solo per citare alcuni temi.

Siamo, peraltro, dentro una fase storica della politica italiana del tutto diversa finanche rispetto solo a qualche mese fa: l'astensionismo crescente come scelta esplicita oltre i livelli fisiologici tipici degli ultimi decenni; il consenso inaspettato, per quanto già fortemente in calo, di un movimento del tutto originale come M5S; le tradizionali coalizioni di centrodestra e centrosinistra deboli elettoralmente e in pieno travaglio identitario.

E, in questa fase, la nascita di un Governo del tutto "eccezionale" per base parlamentare e composizione, la cui origine é nell'assenza di vincitori nelle ultime elezioni e nella necessità di affrontare la gravissima vicenda economica del paese.

Un Governo, guidato dal PD, la cui vita é legata in modo indissolubile alla capacità di fare uscire il paese da tale crisi e di favorire la realizzazione di quelle riforme istituzionali, largamente condivise ed attese eppure così irraggiungibili. Una esperienza di governo "senza appello" e che solo la stupidità di alcuni commenti (dentro e fuori del PD) può immaginare, anche solo per un momento, come una prospettiva di lungo periodo. Un Governo ed una coalizione "innaturali" che tanta parte del popolo democratico, bisogna dirlo con onestà, fatica a comprendere e a sostenere.

In tale contesto il PD deve ritrovare la sua funzione nazionale. Vorrei un partito che avesse "una idea" del nostro paese e proposte precise e riconoscibili per realizzarla: superando il balbettio e i "ma anche" che hanno contraddistinto in questi anni il PD su troppe questioni decisive, dal fisco al lavoro, dalle istituzioni ai diritti, dall'Europa alle alleanze.

Una sfida che ha il valore di un passaggio "storico" non solo per il nostro "campo" politico ma per l'intero paese dopo l'esito drammatico del lungo ventennio dell'epopea berlusconiana, dal fallimento della rivoluzione liberale alla caduta rovinosa del leader che ha impersonificato la destra italiana in questo lungo periodo.

Per queste ragioni, penso anch'io che il prossimo congresso del PD dovrebbe avere carattere "fondativo", ritrovando le ragioni smarrite del suo atto di nascita.

Devo dire, con onestà, che il confronto che si é finora svolto e lo stillicidio di "(ri)posizionamenti", alcuni dei quali degni delle più ardite e spregiudicate acrobazie politiche e culturali, a me continuano a trasmettere l'idea che non vi sia la consapevolezza della sfida che abbiamo dinnanzi e di ciò che il paese ci chieda e si aspetti dal PD.

Appaiono spesso delle vere e proprie scorciatoie, utili, forse, a "proteggere e riprodurre" un ceto politico di professione ma del tutto incomprensibili a militanti ed elettori sempre più esclusi dalla vita democratica del partito, ridotto ad essere più una somma di comitati elettorali che un luogo collettivo di discussione, confronto, elaborazione, selezione di classe dirigente.

È vero o no, salvo lodevoli e positive eccezioni, che oggi i nostri circoli rischiano di apparire sempre più residuali? In essi si discute sempre meno, si elabora e si produce "politica" con sempre maggiore difficoltà, il processo dialettico tra militanti e gruppi dirigenti si è impoverito. É vero o no che il cosiddetto popolo delle primarie viene coinvolto ogni qualvolta c'è da votare "qualcuno" in una ricerca ossessiva e muscolare della conta e poi del tutto trascurato tra un gazebo e l'altro? La sfida originaria delle primarie - se la memoria non mi inganna - era quella di allargare la partecipazione, certamente, in occasione della scelta dei candidati a questa o a quella postazione di partito o nelle istituzioni, ma, soprattutto, alla vita quotidiana del partito e comunque alle sue scelte più significative, costruendo una nuova modalità di protagonismo diffuso dei cittadini alla vita politica. Si continua a chiamare elettori e militanti a "votare" ma non a discutere e decidere sulle "politiche", prerogativa questa riservata a cerchie sempre più ristrette e rinchiuse nei fortini istituzionali.

Ora, so bene che non possono tornare modelli "organizzativi" dei partiti così come li abbiamo conosciuti nel secolo scorso e che non vi é alcuna nostalgia per esperienze ormai consegnate alla storia.

Del resto, non vi sono più i pilastri su cui i grandi partiti di massa del secolo scorso (DC e PCI, innanzitutto) ebbero a costruire la loro forza elettorale e il loro radicamento nella società.

Furono grandi partiti "popolari" perché seppero incarnare e rappresentare la spinta emancipatrice di grandi pezzi di società, incanalandola verso la partecipazione democratica e la presenza nelle istituzioni.

Furono, altresì, grandi partiti "nazionali" perché poterono utilizzare largamente (anche in modi sbagliati e corruttivi, come si é visto) la leva della "spesa pubblica" quale strumento di ricostruzione del paese e di avanzamento delle condizioni di vita di vaste aree.

In questo tempo nuovo il primo fattore é superato dalla moltiplicazione delle sedi della partecipazione, a cominciare dalla rete. Il secondo non é più disponibile alla luce dei vincoli di bilancio interni ed europei a cui siamo legati.

É qui il nodo vero su cui ragionare: è ancora possibile non solo immaginare ma costruire un partito che possa continuare a svolgere una funzione "nazionale" avendo al centro del suo agire l'interesse generale del paese e articolarsi come organizzazione "popolare" promuovendo e attraendo partecipazione e declinando queste caratteristiche in forme innovative e moderne?

Questa a me pare la sfida su cui dovrebbe concentrarsi il prossimo congresso del PD.

Abbiamo bisogno, perciò, di nutrire i mesi che verranno di idee e contenuti utili a rilanciare la funzione storica del PD e di scegliere un leader che sappia rappresentare tale orizzonte con autorevolezza e forza, senza cedimenti verso distorsioni culturali e mediatiche che vorrebbero ridurre la funzione del partito al compimento di una leadership: una prospettiva del tutto legittima, ma che rischia di inficiare fortemente questo passaggio, per molti aspetti epocale, nella vita democratica e delle forze di sinistra (si può ancora pronunciare questa parola?) del nostro paese.

Identità programmatica, visione del paese, cultura politica, insediamento sociale, organizzazione del partito, leadership, alleanze: sono i temi decisivi e da troppi anni irrisolti, che vanno tenuti insieme e portati a sintesi, per fare davvero del PD un moderno partito riformista, popolare e nazionale di cui ha bisogno, innanzitutto, l'Italia.

Salvatore Tomaselli

Parlamentare del PD

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