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Traguardi più ambiziosi per i vini del Salento

Rappresenta motivo di compiacimento lo stato di salute delle case vinicole locali, per il significativo contributo che esse forniscono alla crescita dell’economia e dell’occupazione

Dopo la devastante infezione di Xylella fastidiosa, che ha distrutto la quasi totalità degli oliveti nel Salento, facendo venir meno il più importante dei pilastri economici dell’agricoltura salentina, rappresenta motivo di compiacimento, anche se ciò non consola, lo stato di salute delle case vinicole locali, per il significativo contributo che esse forniscono alla crescita dell’economia e dell’occupazione. La loro affermazione, determinata da un consistente numero di protagonisti del settore, rispetto al passato, è ancora più importante in considerazione del fatto che sia avvenuta in assenza di alcune condizioni che hanno reso più faticoso il percorso.

Più volte ho evidenziato come la creazione nella seconda metà del secolo scorso di numerosissime Doc, con delimitazione delle rispettive aree, per definire i vini prodotti nel Salento, sia stata una errata partenza, dato che tutti quei vini hanno composizioni simili, provenienti prevalentemente da un unico vitigno dominante, il Negroamaro. Fino a tutto il ‘900, il Salento è stato considerato territorio idoneo alla produzione di vini grezzi, anonimi, ottima base per migliorare le caratteristiche dei vini di altre regioni, destinati al consumo diretto. Tantomeno, le poche eccellenze salentine in campo vinicolo, che operano già da tempo con grande merito nel settore dei vini in bottiglia di qualità, sono riuscite a sfatare quella falsa credenza del vino meridionale e salentino che lo classificava come prodotto di serie B. 

Partire mezzo secolo fa con l’illusione di conquistare i mercati nazionali ed esteri, con una nutrita lista di differenti vini Doc, ma similari tra loro, senza una strategia condivisa a livello territoriale ed in assenza di esperienze e tradizioni consolidate nel campo dei vini di qualità da destinare al pronto consumo, è stata una debolezza non trascurabile. Le limitate circoscrizioni territoriali dove produrre vini di alta gamma è prerogativa esclusiva dei marchi già affermati e riconosciuti da lungo tempo come simboli dell’eccellenza del “made in Italy” (esempio più volte citato del “Brunello di Montalcino”), ma non dei vini che si affacciano alla ribalta nazionale ed estera per la prima volta, come i numerosi Doc salentini privi di un noto ed ampio riferimento territoriale. Con tutto il rispetto per la graziosa ed accogliente cittadina di Copertino e per la bontà dei suoi vini prodotti in zona, ma un consumatore ignaro che ha a disposizione una bottiglia di vino Doc Copertino, deve ricorrere ad una lente di ingrandimento per individuare sulla carta geografica il territorio di produzione di quel comune, da non confondere con la più famosa città di Cupertino, ubicata nientemeno che in California, nella Silicon Valley, sede del gigante dell’informatica Apple Inc., gemellata ed omonima della precedente, per essere stata fondata a suo tempo in onore di S. Giuseppe da Copertino. 

Si obietta che la penisola salentina comprenda un territorio molto diversificato per pretendere di uniformarlo ad un’unica denominazione d’origine, così trascurando le condizioni di variabilità di alcuni fattori della produzione, come la natura dei terreni. A prescindere che la variabilità di tali fattori è riscontrabile anche in più limitate circoscrizioni, ma volendo dare fondamento alla obiezione citata, sarebbe sufficiente far diventare le delimitazioni delle attuali Doc salentine parti e sottozone di una unica Doc Salento con un solo disciplinare di produzione ed il problema sarebbe risolto. In verità vi è sempre stata contrarietà a tale soluzione da parte di alcune famose case vinicole, nel timore infondato che le buone posizioni di merito e di mercato, dalle stesse faticosamente conquistate, potessero essere compromesse dalla identificazione in un'unica Doc Salento.

Senza contare che nell’ambito di una stessa denominazione sarebbero il valore e la garanzia, con il proprio marchio, della singola Casa Vinicola a fare la differenza e ad affermare sui mercati delle specialità il proprio brand. Nella vasta zona del Chianti moltissime sono le imprese produttrici di vino, ma poche sono quelle che eccellono in campo internazionale, occupando i primi posti nelle classifiche redatte dalle riviste specializzate. La particolarità, tuttavia, è che tutte le imprese vinicole della vasta area del Chianti, vengono a beneficiare di un valore aggiunto, rispetto alle altre prive di tale condizione, in quanto è il gran numero di imprese produttrici e non di poche volenterose a dare notorietà e prestigio a un distretto vinicolo, analogamente a quanto avvenuto più recentemente nel distretto del “Prosecco” nel Veneto.

Altro errore di comunicazione è stato compiuto, a mio parere, nel definire la Doc ottenuta nel 2011 per il vino “Negroamaro” in purezza, come Doc - Negroamaro di Terra d’Otranto, quasi a significare che quel vitigno sia specialità esclusiva del territorio di Otranto. Pochi sanno che Terra d’Otranto era la vecchia denominazione della provincia di Lecce che in passato comprendeva l’intera penisola salentina e che il fascismo, circa un secolo fa, con la istituzione delle altre due province di Brindisi e Taranto, suddivise in tre parti. Tanto rilevato, sembra inspiegabile ed ingiustificabile come sia nel primo caso con la creazione di tante Doc per i vini a base di Negroamaro, sia nel secondo caso con la specificazione Terra d’Otranto, per il vino Doc Negroamaro in purezza, invece di procedere a incomprensibili ripartizioni del territorio e ad inventarsi nuovi appellativi per il vitigno principe dell’area, non sia stata utilizzata la denominazione Salento per i casi citati. 

La penisola salentina gode da tempo di grande notorietà e prestigio nazionale ed internazionale per alcune marcate caratteristiche, l’acqua cristallina delle sue coste, bagnate da due mari, l’alto valore artistico dei suoi monumenti, sacri e profani, scolpiti nel ‘carparo’, la calda pietra locale, ma è anche conosciuta ed apprezzata per l’animato folklore e la varia e gustosa gastronomia. Se quanto precisato risulta un dato di fatto acclarato, perché non sfruttare il marchio Salento, già affermato, per definire i vini tipici di qualità prodotti in zona? Le posizioni qui espresse potrebbero sembrare astrattamente nominalistiche e di scarsa incidenza nella realtà: invece, esse trovano fondamento nell’uso corrente, che si fa delle tecniche pubblicitarie. Siamo continuamente subissati da campagne pubblicitarie martellanti intese a proporre marchi esclusivi per favorire con immagini suggestive la penetrazione commerciale e diffusione dei più svariati prodotti. Quale migliore termine della parola Salento, ben evidenziata sulla etichetta impressa sulla bottiglia, per dare risalto alle specificità dei vini dell’area salentina?

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Commenti (3)

  • Visto che gli Enti Province ancora esistono, i presidenti delle tre provincie salentine potrebbero misurarsi in questo progetto

  • A conferma della nuova tendenza che si va sviluppando, informo che i produttori delle varie denominazioni del Lambrusco, vino emiliano - dal Grasparossa al Salamino di Santa Croce, dal reggiano a quello di Sorbara - hanno deciso di unire le forze in un unico Consorzio, che sarà operativo dal primo gennaio 2021. E' una notizia fresca che fornisce Ettore Livini su La Repubblica di oggi, 16.11.2020.

  • Esatto e corretto il paragone con le zone del Chianti e del Prosecco. Allora, cosa si aspetta a fare lo stesso con il Salento? Dobbiamo sempre fare la parte dei fessi ?

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