Giovedì, 13 Maggio 2021
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A cura di Blog Collettivo

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Le nuove dittature mediorientali e gli errori politici di Usa ed Europa

Era il 1974 quando la Turchia invase la parte nord dell’isola di Cipro e, di fatto, se ne annesse il 40% circa. Una invasione, per capirci, con i carri armati, i soldati, i paracadutisti. Arrivarono nottetempo, fecero fuori le debolissime difese cipriote e dissero: tutto questo è territorio turco

Era il 1974 quando la Turchia invase la parte nord dell’isola di Cipro e, di fatto, se ne annesse il 40% circa. Una invasione, per capirci, con i carri armati, i soldati, i paracadutisti. Arrivarono nottetempo, fecero fuori le debolissime difese cipriote e dissero: tutto questo è territorio turco. Nulla poterono nè i ciprioti ne i Greci, allora nemici giurati dei Turchi e che di Cipro vantavano, a ragione, una specie di diritto di rappresentanza politica in virtù di affinità culturale, economica e di lingua. I Greci, a quel tempo, avevano a che fare con la giunta militare dei colonnelli, che aveva preso il potere con un colpo di stato.

Greci e Turchi mostrarono i muscoli. Finì con i due Paesi che si guardarono in cagnesco per un po’ di tempo. I Paesi occidentali, che annoveravano anche Cipro tra quelli sotto la propria area di influenza, si comportarono nella stessa maniera come si è comportata la comunità Europea ieri l’altro, nel caso Regeni: voce grossa nei primi giorni, un sussurro privo di sostanza nel prosieguo.

Sia allora, sia oggi, l’Occidente in generale e la Comunità europea in particolare, non hanno saputo fare altro che alzare la voce per poi riabbassarla dopo solo qualche giorno presi dalla paura di dover trattare in maniera conflittuale con Paesi, o la cui potenza militare è di tutto rispetto, diretta in maniera dittatoriale da un signore che in questi giorni ed in queste ore sta mostrando tutta la propria indole autoritaria, come nel caso della Turchia, o come l’Egitto che ha come grande arma di ricatto, la gestione di immensi flussi migratori dal centro e dal nord Africa.  Per quel che concerne Egitto e Turchia, parliamo di Paesi dove non solo lo Stato ma il diritto è solo un optional.

Era il 1981 quando andai per la prima volta a Cipro su invito di un mio carissimo amico. Da Limassol a Nicosia era come trovarsi in un porto ed in una città greca. Stessa cultura, stesso modo di vivere, stesso calore. Poi Mike, il mio amico, mi portò a fare un giro nella capitale Nicosia, e lì mi fece vedere il secondo muro eretto in una città europea. Dopo quello di Berlino, a Nicosia il muro era rappresentato sia da una costruzione che tagliava case e palazzi in una linea immaginaria retta, sia da filo spinato. Ricordo una strada nella città vecchia di Nicosia, non più larga di 6 metri, tagliata al centro dal filo spinato, con un marciapiede nella zona greco-cipriota e l’altra nella zona occupata dai turchi. Da una parte i soldati greco-ciprioti, dall’altra i soldati turchi.  

Mike mi diceva che ogni tanto si scambiavano qualche colpo di fucile, qualche soldato ci rimaneva secco ma tutto sommato si rispettava lo status quo. Poi Mike mi portò a veder una città che mai avrei potuto vedere se non in un film di fantascienza o dell’orrore. Famagosta. Una città costruita dai veneziani e già distrutta ed occupata dai Turchi nel 1571, occupata dagli stessi turchi nel 1974, abbandonata dai suoi abitanti fatti fuggire per aver salva la vita ed abbandonata dagli stessi turchi che la lasciarono al suo destino, completamente disabitata. Dal 1974 all’81 erano passati 7 anni e con il binocolo si poteva vedere la vegetazione spontanea che aveva attaccato palazzi e mura.   

Nel 1978, Alan Parker, regista americano “impegnato”, figlio di quella cultura politica da sempre vicino all’area “democratica”, registra la nomination per la migliore regia e miglior film per i premi Oscar, con il film “Fuga di mezzanotte-Midnight express”, ritratto reale e veritiero, per un caso realmente avvenuto, della società turca e delle sue carceri. Quel film mi turbò moltissimo. Giurai di non farmi passare mai per la mente l’idea di andare in Turchia. Ad Istanbul ci sono stato solo per due giorni nel 2014 e camminare nelle stradine strette del Grand Bazar non mi dava serenità ma un leggero senso di angoscia. Registravo la sensazione di essere avvertito come un corpo estraneo ospitato solo perché potessi spendere un po’ di soldini in fretta per poi riprendere la strada del ritorno.  

Nel 2014 sono ritornato a Cipro. Mentre il muro di Berlino era crollato nel 1989 grazie alla liquefazione dell’impero sovietico, a Nicosia il filo spinato c’era ancora. Si poteva però passare attraverso una piccola porta-frontiera dalla parte greco-cipriota a quella turca e viceversa ma solo se non di nazionalità cipriota.  C’erano ancora i soldati turchi a sorvegliare la linea di demarcazione tra i due Paesi. Famagosta, rivista sempre con il binocolo, lì, con i suoi alberi i cui rami spuntavano dalle finestre delle case, sempre desolatamente disabitata, con la vegetazione in procinto, dopo poco meno di 40 anni, di fare scempio di una città costruita dai veneziani, le cui mura maestose a mala pena si intravedevano. Ancora lì, in metà Cipro, ci sono e ci vivono comunità di profughi spostati dai governi turchi del dopo 1974, a popolare una regione turca (sic) di nuova acquisizione.

Nel 2016, ieri l’altro, un tentativo di colpo di Stato ha cercato di sostituire il presidente Erdogan alla testa della Turchia. Il tentativo è fallito ed i militari golpisti si sono arresi.  Occorre però capire chi è oggi Erdogan, cosa è la Turchia, quali ruoli ha o vorrebbe ritagliarsi. Erdogan è un politico che ha deciso di modificare in maniera radicale la società e lo Stato turco, superare il concetto della laicità dello Stato voluto e realizzato da Kemal Atatürk, considerato padre della patria e fautore della occidentalizzazione della Turchia.

Erdogan vuole riportare il paese nel solco dell’islamismo ufficiale, vuole giocare un ruolo di primo piano nella regione mediorientale, soprattutto in funzione anti siriana ed anti Assad, proponendosi come pseudo alleato dell’Occidente, chiedendo di entrare nella Comunità europea, minacciando, in caso contrario, un rapporto sempre più stretto con la Russia di Putin. Con la Comunità europea il ricatto è palese. Nelle maglie larghe della frontiera turca con la Grecia ti faccio arrivare profughi e disperati da tutta l’area mediorientale, poi tu Comunità me li rimandi indietro in cambio di 3 miliardi di euro perché io Turchia li possa piazzare in qualche campo profughi all’interno dei confini.  

Sul fronte della guerra nell’area mediorientale, la Turchia dice di essere contro lo Stato islamico ed i suoi tagliagole, ma lascia aperti varchi e forniture militari a tutti coloro i quali siano in grado di colpire la sua formazione di opposizione più importante, quella curda. Tra coloro che combattono i curdi, guarda caso, ci sono quelli dell’IS quindi…

Erdogan ha gioco favorevole. Con gli Usa vuole essere unico interlocutore dell’area, bypassando financo Israele, rimanendo però libero di poter continuare a fare affari con la Russia di Putin. Gli Usa corteggiando la Turchia in funzione anti Putin, continua a mettere tappeti rossi al passaggio del presidente turco.   Non a caso all’indomani del tentativo di golpe, il presidente Obama non ha perso un minuto per esprimere  tutta la sua solidarietà al presidente Turco.

Con l’Europa, Erdogan ci manda a dire di essere in grado di invaderci con un esercito di profughi e disperati provenienti dall’intera area e di metterci in questa maniera completamente in braghe di tela. Per non farlo vuole soldi, ne vuole tanti e vuole entrare nella Comunità. Vuole entrarci da Stato musulmano poco propenso però a rispettare gli obblighi ma ben felice di accedere al salotto buono dell’economia e della finanza.

Il tentativo di colpo di stato si è consumato la notte del 15 luglio, solo qualche giorno fa. Dopo appena qualche ora tutto era rientrato. Il presidente Erdogan era vivo e pronto per un’altra battaglia: quella di consolidare il suo già vasto potere. Circa 300 i morti, un militare golpista sgozzato in piazza come nella migliore tradizione dell’IS, 10mila persone tra militari, giudici, insegnanti, amministratori pubblici incarcerati o licenziati, lo stato d’emergenza con i poteri d’emergenza al presidente, stabiliti per tre mesi e poi rinnovabili per altri tre e rinnovabili ancora ad oltranza con il beneplacito del Parlamento composto nella stragrande maggioranza da uomini al Presidente fedeli.

Le minoranze costrette al silenzio ed alla quasi clandestinità. Abbiamo visto le fotografie dei militari golpisti, nudi ed ammanettati, rannicchiati per terra. Il ricordo corre alla dittatura cilena ed al suo aguzzino Pinochet. Ed i diritti umani? Ed il rispetto per lo sconfitto o se vogliamo, l’umana misericordia? Ovviamente cose che non esistono nella mente e nella cultura di Erdogan.  E noi Italiani, noi Europei?  Al momento gli diciamo: signor Erdogan, se non ti comporti bene, non ti facciamo entrare in Europa.

Dovremmo prima di tutto dire, gridare, urlare, che la Comunità Europea è una comunità di Stati, tutti rigorosamente laici, dove tutte le religioni vengono garantite, promosse e protette, dove non c’è posto per chi ritiene appartenenti a religioni diverse, soggetti “infedeli” meritevoli di eliminazione fisica e culturale. Dovremmo ancora dire che vanno disincentivati tutti quei commerci dove il prodotto viene costruito con il lavoro e lo sfruttamento dei minori. Dovremmo dire che i “diritti umani” non è merce contrattabile, ne si può pensare di rispettarli a mesi alterni. Dovremmo dire che siamo disponibili alla presenza ancora più massiccia di fedeli musulmani ma che mai potrà essere possibile una islamizzazione dell’Italia o dell’Europa.

Sul piano culturale siamo più forti e per questo capaci di tolleranza, accoglienza, solidarietà e misericordia ma signor Erdogan non ci tratti da fessi. Al nostro governo ed alla Comunità Europea, che parlino una sola lingua, che mostrino coesione, che comincino ad adottare provvedimenti chiari contro chi non mostra rispetto per i propri cittadini, arroganza verso le regole democratiche. L’Università di Bologna ha interrotto il Protocollo Erasmus con la Turchia. Più che una piccola goccia, un esempio da prendere in considerazione. Le questioni sono legate.

Giulio Regeni era un brillante studente italiano europeo, giovane, bravo ed intelligente. È stato sequestrato, barbaramente torturato, ucciso in Egitto. Si è saputo che gli autori appartenevano a forze militari di quello Stato, poco importa se deviate, parallele, segrete o con aggettivi simili. E’ mai possibile che ci si faccia deridere con le banalità comunicate dalle autorità egiziane sul caso, come se fossimo una comunità di Stati simili a quello rappresentato nel film “il grande dittatore” di Chaplin?   

Certo tutto ciò è il frutto di 20 anni di politica estera tremendamente sbagliata da parte degli Usa e della Comunità Europea. Dalla seconda guerra del Golfo in poi gli errori non si contano. Li stiamo pagando a caro prezzo in termini di terrorismo e soprattutto in serenità quotidiana.  Aspettiamo che la Comunità Europea batta un colpo.   

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