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Due o tre cose che mi piace ricordare di Benito Piccigallo

Dalla crisi della sua elezione in consiglio regionale, che lasciò un segno, ai mesi insieme nella giunta del "ribaltone"

Due tre cose di Benito Piccigallo mi piace ricordare. Fu un militante comunista impegnato in mille battaglie, ma non perse mai il suo spirito critico, a tratti inquieto e, per come si poteva essere in quell’epoca nel Pci, poco incline alla disciplina e a suo modo anche libertario (che i vecchi comunisti vedevano come fumo negli occhi). Forse a causa delle sue giovanili esperienze socialiste prima, e “psiuppine” dopo (l’ennesima scissione del Psi nel 1963 aveva portato alla creazione del Psiup) rappresentò sempre, ora si direbbe così, l’ala movimentista dei comunisti brindisini.

Lo si sarebbe capito nel 1975 quando – lo ha raccontato bene Marcello Orlandini- candidato al Consiglio Regionale sovvertendo le rigide indicazioni del partito,venne eletto al posto di colui che la dirigenza aveva deciso negli organi statutari. Non si trattò del solito mercato delle preferenze, all’epoca pratica sconosciuta ai “soldatini” della “falce&martello”, ma dell’esito felice di una antica guerra di posizione tra il Pci della città e quello della provincia. Che era poi la ragione del ritardo   culturale e rappresentativo – discorso che meriterebbe un ben più ampio approfondimento - del Pci in città, a cui nel 1985 cercò di porre fine facendo arrivare a Brindisi il più brindisino dei mesagnesi,

Benito Piccigallo 2-2-2La causa era remota e sicuramente era da ricercare alla fine della Guerra di Liberazione, al ripristino delle regole democratiche e al ritorno dei partiti dopo gli anni bui della dittatura fascista. Le circostanze vollero che a rappresentare il Pci tornato dalla clandestinità, fosse in quei mesi una classe dirigente formatasi o all’estero, o nelle cellule comuniste clandestine di Mesagne, Latiano, Francavilla Fontana, Ceglie Messapica e via dicendo.

Di Mesagne erano il segretario provinciale del partito e il primo deputato eletto nel 1948, di Latiano quello che gli successe due legislature dopo e per le tre successive. Di Ceglie Messapica era il segretario della Camera del Lavoro e di Francavilla Fontana il leader del potentissimo sindacato dei braccianti della Cgil. Se gli storici locali dedicassero un po’ più di attenzione a queste vicende forse capiremmo un po’ meglio le ragioni di ciò che ci circonda. Torniamo a Piccigallo.

Bolliva forte quindi dentro il Pci l’atmosfera. Benito Piccigallo nel 1975 diventò l’interprete di quella voglia di rappresentanza sempre sconfitta dalle sfavorevoli condizioni di partenza dell’ala brindisina. E le urne le diedero ragione. Il gruppo dirigente comunista dell’epoca non apprezzò molto quel risultato e cercò di far rispettare le decisioni iniziali, ma il partito della città tenne duro e si rischiò la scissione. Ai comunisti di Ostuni sarebbe andato l’anno dopo, alle Politiche del 1976, il risarcimento con l’elezione di un deputato al Parlamento. Piccigallo venne sempre riconfermato in Consiglio Regionale alle altre due elezioni successive, ma sempre in un clima di malcelata sopportazione reciproca con l’apparato ufficiale del partito.

Divertente, a testimonianza del clima politico di quegli anni, ciò che accadde nel 1980 alle elezioni comunali. Il caso volle che nel palazzo di via Sant’Angelo 2 avessero casa Benito Piccigallo, Mimmo Albano, esponente del Psi, e il democristiano Franco Loparco, ex sindaco. Tutti e tre candidati numeri due nelle liste dei rispettivi partiti. “Si, ma io per ordine alfabetico”, sottolineava perfidamente Mimmo Albano.

Nella seconda metà degli anni Novanta profonda fu la crisi di Benito Piccigallo con il suo partito, tenuta, per quanto si potesse, sottotraccia. Di quel disagio fui diretto testimone nei tanti incontri con Benito. Egli forse cercava, anche attraverso la nostra amicizia, l’attivazione di un collegamento virtuoso con quegli ambienti della sinistra socialista miei affini. Ahimè non aveva capito ancora che il Psi di Craxi stava vivendo il suo mortale crepuscolo.

Ci reincontrammo nel 2001. Per una di quelle occasioni che ogni tanto ti capitano nella vita e alle quali mai avresti pensato, ai primi del 2001 Giovanni Antonino tentò di riqualificare politicamente la “giunta del ribaltone” aprendola anche agli ambientalisti e ai socialisti. Benito Piccigallo fu chiamato per gli ambientalisti, Franco Stasi per i socialisti e chi scrive indicato da indipendente dai Democratici di Sinistra. Sembravamo dei clandestini a bordo.

Facemmo subito gruppo e al tavolo della giunta eravamo seduti uno affianco all’altro, io mi trovavo prima di Stasi e Piccigallo, e le delibere circolavano per la sigla in senso orario arrivavano prima a me, l’accordo era che se saltava la mia, saltava anche la loro firma. Mi piace sottolineare che non risulti finito alla Corte dei Conti, o a giudizio, alcun atto da noi sottoscritto in quei mesi di partecipazione alla giunta municipale.

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