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Se vogliamo uscire dalla zona rossa dobbiamo fidarci dei vaccini anti-Covid

L'unico nesso tra decessi e somministrazione è quello temporale, non quello causale. Perché abbiamo paura? L'errore di valutazione è insito nelle nostre distorsioni cognitive

Il ritiro del lotto “ABV2856” disposto dall'Aifa ha destato preoccupazione in alcune fasce della popolazione, anche alla luce delle notizie riguardanti la morte di alcune persone che avevano ricevuto il vaccino. Le prime analisi ricondurrebbero la morte a embolia o trombosi, ma ogni correlazione con l’assunzione del siero Astrazeneca è da dimostrare. E’ bene chiarire sin da subito che l’iter dei vaccini segue protocolli di sicurezza per cui davanti al minimo seppur trascurabile dubbio di rischio si blocca l’intera catena di produzione, distribuzione e somministrazione, in attesa di tutti gli approfondimenti del caso.

La produzione di un vaccino è qualcosa di incredibilmente complesso e solo negli ultimi anni in seguito ai clamori no-vax e approfondimenti sul Covid, abbiamo iniziato a prestare orecchio su metodologie e creazione di questi incredibili difensori della nostra salute. Una complessità che non è alla portata di tutti e che richiede misure preventive adeguate a livelli altissimi di sicurezza, data la responsabilità di una somministrazione indirizzata a decine di milioni di persone. Quindi come dobbiamo interpretare le ultime notizie che vengono da alcuni paesi dell’Europa e dal nostro paese?

E’ bene sapere che nel primo trimestre del 2021, solo in Italia saranno somministrate in totale 5 milioni di dosi, un numero incredibilmente vasto, a fronte delle limitate e tristi notizie di vittime che i giornali riportano. Il rischio attuale è che si inneschi lo stesso collegamento psicologico effettuato da alcuni tra i vaccini trivalenti ed autismo, ovvero di forzare un nesso causale a danno del solo elemento che abbiamo oggi: il nesso temporale. Inoltre, le informazioni finora a disposizione riguardo le vaccinazioni Covid indicano che il numero di eventi tromboembolici nelle persone vaccinate non è superiore a quello osservato nella popolazione generale. Ma cosa si innesca nella nostra mente davanti queste notizie?

L’errore di valutazione, che porta a emozioni spropositate, è insito nelle nostre distorsioni cognitive: la percezione dei rischi viene amplificata dal fatto che siamo responsabili attivi di una possibilità, anche remota, di avere effetti collaterali per una minaccia che al momento della vaccinazione non ha ancora aggredito il nostro corpo, e quindi assente. Creiamo film drammatici su rari effetti collaterali di un vaccino a fronte di una sistematica sottostima degli effetti di una patologia. E’ la conseguenza dei bias cognitivi (costrutti di pensiero automatici e irrazionali) sviluppati nella mente dei nostri antenati perché utili alla sopravvivenza. Nella vita di tutti i giorni si rivelano spesso ancora utili, ma in una società tecnologica complessa come quella in cui viviamo oggi ci possono indurre a commettere errori anche molto gravi. 

Tanto per fare un esempio, il bias della disponibilità ci fa temere soprattutto i rischi che sono tenuti ben presenti per via dei ricordi, motivo per cui una notizia drammatica lanciata sul telegiornale viene estesa come probabile esito davanti a ogni somministrazione del siero anti covid. Questi processi portano i professori ad avere paura e, seppur è comprensibile capire la causa di una morte, consideriamo che ogni giorno in Italia vengono meno 2.000 persone senza motivazioni prevedibili, e quindi può accadere che alcune di esse si sottopongano alla vaccinazione.

Inoltre è giusto considerare che la sospensione di alcuni lotti di vaccino è un’eventualità attesa e non improbabile in quanto è sempre attivo il sistema di farmacovigilanza pronto ad agire in via cautelativa. Quindi, con buona pace nei nostri processi associativi primitivi, lasciamo perdere il pensiero emotivo e fidiamoci attivamente delle pratiche vaccinatorie, alleate preziose della nostra vita e per il superamento di questa nuova zona rossa.
 

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