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Vita sempre più dura per i giornalisti nella Turchia di Erdogan

In Turchia non è di certo un periodo di vacche grasse per la democrazia. Le recenti cronache internazionali raccontano chiaramente l'opera, che è in pieno corso, di sistematica demolizione dello Stato di diritto

ROMA - In Turchia non è di certo un periodo di vacche grasse per la democrazia. Le recenti cronache internazionali raccontano chiaramente l’opera, che è in pieno corso, di sistematica demolizione dello Stato di diritto. Una precisa azione devastante che il presidente Erdogan sta compiendo, ormai da anni, in tutta la nazione. E continua senza sosta anche l’azione di delegittimazione della stampa da parte del nuovo “sultano” di Ankara, dato che in questi giorni ha fatto sapere che non intende, in alcun modo, restituire la libertà ai giornalisti sbattuti in prigione dopo le sistematiche purghe fatte nel settore dell’informazione. 

Già nel 2016, prima del tentato golpe del 14 luglio, erano stati arrestati in tutto 27 giornalisti. Tra di loro anche il direttore del quotidiano Zaman, il più letto in tutto il Paese, che in breve tempo era stato letteralmente “ripulito” nella sua linea editoriale e ridotto ad organo di propaganda di Erdogan. Una vertiginosa metamorfosi di quello che era sempre stato culturalmente Zaman, che ha fatto crollare le sue vendite e ha provocato la sua inevitabile totale chiusura. 

La vera ecatombe per la libertà di informazione in Turchia si è avuta dopo il 14 luglio scorso, con l’arresto di 47 giornalisti e la chiusura di ben 45 redazioni, 3 agenzie di stampa, 16 reti televisive, 23 radio, 15 riviste settimanali. Tutto eseguito con la scusa di essere organi di informazione o al servizio di Fatulah Gulem, oppositore rifugiatosi negli Stati Uniti, o di essere sostenitori delle azioni terroristiche del Pkk. La censura non ha neanche risparmiato i vignettisti, tra cui il notissimo Musa Kart, anche lui finito dietro le sbarre. 

Già lo scorso anno Erdogan aveva imposto delle pesanti limitazioni all’accesso ad Internet su tutto il territorio nazionale, provocando anche delle timide reazioni da parte dell’Unione Europea che era stata invitata, testualmente, a “farsi gli affari propri”. Insomma, l’emergenza democratica in Turchia continua a crescere sempre di più, in un momento molto delicato in cui gli interessi internazionali sul Paese della mezzaluna sono giganteschi e gli attacchi terroristici da parte di alcune cellule legate all’ Isis sono sempre più frequenti.

Di sicuro in tutto questo gioca un ruolo importantissimo la sua collocazione geografica. Confina con la Siria e ha di conseguenza un ruolo importante nella guerra civile siriana. E’ anche parecchio bagnata dal Mar Nero, il quale è di strategica importanza per gli interessi russi nella regione. E da sempre il suolo turco è il vero anello di congiunzione tra l’Europa ed il Medio Oriente. In un momento cosi difficile, è ovvio che chi la governa ha tutto l’interesse nel far fuori le voci scomode che possano dargli fastidio. 

Non dimentichiamo, però, che la Turchia chiede da tempo anche di entrare nell’Unione Europea. Una richiesta che a queste condizioni, in una nazione che sta facendo letteralmente man bassa anche dei diritti civili più elementari, sarà davvero difficile da accettare. Ma Erdogan pare infischiarsene, dato che il 12 gennaio ha fatto approvare alcuni nuovi articoli della riforma costituzionale che consegnano nella mani del presidente, in maniera concreta, ancora maggiori poteri, cosa che ha scatenato anche una rissa in parlamento. 

Il provvedimento dovrebbe essere sottoposto ad un referendum in primavera. Staremo a vedere se sarà una vera consultazione popolare o solo un’ennesima sceneggiata messa in piedi dal nuovo “presidente-padrone” della Turchia.

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