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Domenica, 5 Dicembre 2021
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Redazione BrindisiReport

L’assalto alle mura di Brindisi e “l’enigma” della Dea Pales

Il 7 luglio 267 a.C. le truppe Romane al comando di Attilio Regolo conquistarono la città. In questa vicenda si innesta una sorta di giallo storico risolto da Nazareno Valente

Se buona parte dei cronisti è di bocca buona, nel senso che basta poco per renderli felici e per convincerli che pure la leggenda più leggendaria fa parte della storia, gli storici, al contrario, hanno per lo più la puzza al naso e la critica facile. Ne sa qualcosa Floro, un retore e storico vissuto tra il I ed il II secolo, la cui opera, “Bellorum omnium annorum septingentorum libri duo”, passa spesso per un semplice riassunto della storia romana approntato per un pubblico dozzinale, quando invece contiene parti talmente vaghe ed allusive da far presumere che solo un lettore in possesso d’una previa conoscenza dell’argomento possa cavarsela con profitto. Ne è un chiaro esempio proprio il brano dedicato alla nostra città: in sole quattro righe, Floro caratterizza tre importanti aspetti della storia brindisina, rimasti però lettera morta, non essendo stati da nessuno analizzati a fondo, in modo da cogliere il loro effettivo significato.

In questa occasione, limiteremo il nostro esame alla circostanza più eclatante che vede coinvolta addirittura una dea, lasciando le rimanenti questioni per altri eventuali incontri.  Floro si sofferma infatti sul conflitto che vide impegnati i Brindisini contro i Romani, riassumendo i due anni di guerra necessari alle truppe dell’Urbe per vincere la resistenza delle genti salentine, nel conciso passo in cui narra la presa della nostra città: “Alla sottomissione dei Picenti, si aggiunse quella, compiuta da Attilio Regolo, dei Salentini e della capitale della regione, vale a dire Brindisi insieme con il suo famoso porto” («Sallentini Picentibus additi caputque regionis Brundisium cum inclito portu M. Atilio duce»). Poi testualmente soggiunge: “E in questa battaglia, quale prezzo della vittoria,  Pales, dea dei pastori, reclamò inoltre per sé un tempio” («Et in hoc certamine victoriae pretium templum sibi pastoria Pales ultro poposcit»). In altre parole, Attilio Regolo, per la conquista di Brindisi e del suo porto, promise ad una certa dea Pales la dedica d’un tempio.

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Un brano in apparenza di facile lettura che, tuttavia, pone grossi problemi a livello interpretativo. Non si capisce infatti cosa c’entri Pales, una dea che proteggeva i pastori e le loro greggi, con un evento bellico. E, a maggior ragione, restano oscuri i motivi che indussero il console romano a farle voto d’un tempio. Non sapendo trovare una risposta precisa, i critici hanno inserito l’episodio in un ambito più ampio, giungendo così ad una conclusione generica: la presenza di Pales fa parte degli espedienti scenici cui Floro era solito ricorrere per drammatizzare il suo racconto. E, a supporto di questo parere, elencano una lunga lista di forme retoriche utilizzate dallo storico per gonfiare in un qualche modo i fatti narrati. In definitiva, a loro giudizio, l’entrata in scena della dea agreste non è che un trucco dozzinale per dare enfasi alla conquista di Brindisi. Un giudizio così netto che, di fatto, ha finito per condizionare il parere degli studiosi. 

Per quel che si sa, l’unico tentativo scientifico non allineato con la critica è quello di Grelle e Silvestrini che considerano il riferimento divino «un’indicazione suggestiva della vocazione naturale riconosciuta alle campagne brindisine» osservando in conclusione che, attraverso il prodigio, la dea «ribadiva la connotazione agricola e pastorale delle terre annesse e confermava la destinazione che la maggioranza senatoria intendeva dare ad esse». Come dire che la richiesta della dea rappresenta una suggestiva caratterizzazione del territorio brindisino e, al tempo stesso, un presagio sulla sua futura destinazione economica, ma con nessun effettivo aggancio con l’evento bellico in sé.  

Per il resto la vicenda interessa al più i blog, che la dipingono in maniera alquanto folcloristica: in uno, ad esempio, si afferma che Pales deve essere stata anche dea della guerra; in altri, si dà la soluzione più scontata, vale a dire che la dea abbia offerto il divino appoggio alle armi romane, come facevano gli dèi omerici. 

Morale della favola, per pregiudizio, per fantasticherie assortite o per questioni simboliche, il racconto di Floro non è mai stato valutato di per sé, in quanto si è in sostanza certi che egli abbia, in un qualche modo, alterato i fatti. Proprio per questo ho esaminato il passo, adottando l’approccio radicalmente opposto: ho dato per scontato che Floro fosse stato veritiero. Ho potuto così constatare che l’evento in sé non era né simbolico, né artificioso ma in fondo abituale quando un console romano si apprestava ad ordinare l’assalto finale ad una città assediata. Tutto ciò mi ha permesso di scoprire un prezioso frammento di storia cittadina, sinora del tutto sconosciuto. 

I romani e il rapporto con le divinità

Per chiarire la questione, lasciamo per un momento Attilio Regolo di fronte alle mura brindisine, impegnato a mettere in campo tutti i mezzi possibili per fiaccare la resistenza dei nostri concittadini, in quella lontana estate del 267 a.C. e cerchiamo, innanzitutto, di inquadrare i fatti nel giusto contesto. Il che presuppone una necessaria premessa sui meccanismi formali adottati dai Romani in simili circostanze e, soprattutto, sugli atteggiamenti assunti nei confronti delle divinità. 

A differenza di approcci religiosi più convenzionali, i Romani non consideravano le proprie divinità degli esempi di moralità da imitare, quanto piuttosto delle entità dotate degli stessi pregi e, al tempo stesso, afflitte dagli stessi difetti degli esseri umani, sicché anch’esse spesso alla mercé di poco nobili e commendevoli sentimenti. Al pari degli uomini, gli dèi erano pertanto suscettibili, irritabili, vendicativi, con l’aggravante che, essendo dotati di poteri sovrumani, erano potenzialmente dei nemici temibilissimi, capaci quindi di sconvolgere la vita di chi osava mettersi contro. Era perciò molto più conveniente tenerseli buoni e stabilire con essi un regime di pace e di benevolenza. Questa situazione di concordia e, appunto, di pace è racchiusa nella famosa espressione «pax deorum», concetto di contenuto religioso che riguardava soprattutto la comunità dei cittadini nel loro insieme e non solo il singolo cittadino. Era pertanto vitale preservare questa situazione di pace e far sì che non fosse mai turbata da atti riprovevoli che potessero urtare gli dèi. Per ogni evenienza, soprattutto se pubblica, i Romani s’erano pertanto dotati di protocolli comportamentali che, all’occorrenza, utilizzavano in maniera quasi meccanica, proprio per non incorrere in errori o imprecisioni che, pure se compiuti in buona fede, avrebbero potuto sovvertire questo stato d’intesa che garantiva al singolo ed allo stato romano nel suo complesso la benevolenza divina. 

Dal concetto di pax deorum discende quello di «bellum iustum ac pium» («guerra conforme al diritto e alle regole divine») in base al quale le guerre andavano dichiarate e condotte seguendo le regole previste dal diritto e dalle divinità, e nei soli casi in cui era stato il nemico ad arrecare un danno o un’offesa. Ogni evento o atto ostile era infatti potenzialmente un’azione sacrilega che rischiava di provocare la reazione degli dèi e di far perdere il loro favore, se non veniva affrontata entro i dettami giuridici e religiosi. 

L’assalto alle mura brindisine

Riannodiamo il nastro del racconto e ritorniamo ad Attilio Regolo, impegnato a vincere la resistenza dei Brindisini che rappresentavano l’ostacolo più consistente dello schieramento salentino. C’erano voluti mesi ma infine il console, dopo un’accanita lotta, aveva preso il sopravvento sui nostri concittadini. Giungiamo così al momento in cui Brindisi è da giorni sotto assedio e la capitolazione ormai prossima. Regolo si appresta a dare il definitivo assalto alle mura della città tuttavia, prima di farlo, si rivolge a Pales promettendole appunto la dedica d’un tempio. 

Perché questo voto fatto proprio a Pales? che nulla aveva a che fare con la guerra? Un fatto inspiegabile per la nostra mentalità ma coerente con le abitudini religiose dei Romani. Per noi Pales è un’illustre sconosciuta; duemila e passa anni fa era, invece, una dea di prima grandezza. Allora la ricchezza si valutava in base alle terre ed al bestiame posseduti, e l’aristocrazia del tempo era perciò composta dai proprietari terrieri e dai pastori padroni di greggi. Pales, che di questi ultimi era la dea protettrice, aveva quindi un grande rilievo, tanto è vero che la sua festa si svolgeva il 21 aprile, in coincidenza con il giorno della fondazione di Roma. Il che mette in luce il ruolo sociale degli allevatori nel contesto cittadino arcaico e l’importanza della loro patrona, ma non dà risposta ai quesiti che ci siamo posti. Per poterlo fare, dobbiamo ritornare al menzionato timore dei Romani di suscitare la collera degli dèi. Timore che non riguardava solo le divinità del proprio pantheon, ma pure quelle venerate dagli altri popoli. 

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Il pericolo di irritare gli dèi degli avversari era particolarmente elevato proprio nel momento in cui si era sul punto di conquistarne la città; per questo, poco prima di sferrare l’attacco finale, quando ormai era certa la vittoria, i Romani compivano uno specifico rito, chiamato «evocatio», per farseli amici. Con questo rituale si invitava la divinità protettrice della città assediata ad abbandonare i luoghi protetti trasferendosi a Roma. Senza questo preliminare tentativo di accordo, non si poteva prendere la città perché c’era il rischio di fare prigionieri anche degli dèi. Rappresentava quindi la maniera più appropriata per guadagnarsi la neutralità del nume protettore e, al tempo stesso, per ottenere l’implicito permesso a conquistare la città nemica. Abbandonato dalla protezione del dio tutelare, il luogo assediato era di fatto dissacrato e poteva essere saccheggiato anche nei suoi luoghi in precedenza sacri, senza incappare in possibili ritorsioni divine.

I Romani erano però consapevoli che le sole preghiere non sarebbero state di per sé sufficienti allo scopo; per questo, per essere più convincenti, promettevano qualcosa di concreto: la consacrazione d’un tempio e l’istituzione d’un apposito culto. A questo punto, fosse stata Pales la divinità protettrice di Brindisi,  avremmo trovato la soluzione giusta al nostro problema. Peccato però che, come più volte ricordato, Pales era una dea romana e non faceva neppure parte della cerchia divina venerata dai nostri concittadini. Pertanto, sia pure in forma diversa, la questione si ripropone: quale motivo aveva Attilio Regolo di evocarla e di chiederle di trasferirsi a Roma, quando già vi risiedeva e vi riceveva il dovuto ossequio?

Ancora una volta, a sconvolgere ogni apparenza, ci pensa un’altra strana consuetudine dei Romani, quella che Tacito menziona utilizzando per primo l’espressione, poi divenuta nota, di «interpretatio romana». In base a quest’altro protocollo, ogni dio forestiero veniva assimilato alla divinità, già facente parte della tradizione romano, che più le era simile. In pratica, ad ogni divinità straniera veniva attribuito il nome d’un dio romano identificato in base a specifiche somiglianze logiche, funzionali o di culto, secondo discrezionale valutazione dei pontefici romani. Pertanto, il nume che proteggeva la città assediata non veniva evocato con il proprio nome ma con quello dell’entità romana ritenuta più affine. 

La risoluzione dell’enigma

Ecco così svelato il mistero contenuto nel passo di Floro: non era alla dea Pales che Regolo aveva fatto voto di edificare un tempio, ma alla dea tutrice di Brindisi — per l’occasione evocata ed invitata a trasferirsi a Roma — alla quale i pontefici avevano assegnato quel nome in base alla “interpretatio”. In definitiva, lo storico non s’era avvalso di nessun trucco teatrale per abbellire la presa di Brindisi, né aveva fatto uso di fantasie o di simboli: aveva narrato, sia pur succintamente, il rito cui i Romani si affidavano per espugnare una città assediata, senza rischiare nel contempo di turbare la situazione di pace instaurata con gli dèi. Appare inoltre significativo che, per una guerra durata un biennio, l’autore si sia soffermato proprio su questo episodio più prettamente religioso. Pur riassumendo al massimo, aveva in ogni caso offerto le coordinate essenziali per mettere il lettore del suo tempo nelle condizioni di capire che si trattava di una evocatio, perché, così facendo, metteva in risalto l’importanza dell’impresa in sé e, più in generale, della conquista ottenuta. 

Come il testo di Floro, anche il conflitto, che vide coinvolti i Brindisini nell’inutile tentativo di mantenere la propria indipendenza, non stimola se non modesti interessi. Conclusione inevitabile, pure la presa di Brindisi suscita scarse attenzioni, persino da parte dei cronisti locali, quasi si trattasse d’un episodio marginale, mentre il racconto di Floro evidenzia che in antichità l’avvenimento aveva meritato ben diverso rilievo. In effetti, il rituale dell’evocatio non era una pratica abituale. Al contrario, come tutte le armi segrete, veniva usata con parsimonia, quasi sempre per le grandi occasioni, tanto è vero che viene esplicitamente citata per due soli scontri, quelli che impegnarono Roma con rinomate potenze dell’epoca: Veio e Cartagine. Senza contare poi che lo strapotere dell’Urbe era tale che, di solito, gli avversari deponevano le armi ben prima, proprio per evitare di dover subire un inutile e sanguinoso assedio.    

Tornando alla nostra divinità, c’è da evidenziare che Pales, con una così estesa propensione pastorale, è perfettamente in grado di rappresentare una credibile dea protettrice della comunità brindisina. Come già in altri interventi ho avuto modo di ricordare, i nostri antichi concittadini chiamavano la penisola salentina Calabria (Kalabrìa) e sé stessi Calabri (Kalabroì). Basandosi su questi termini i coloni lacedemoni, sbarcati a Taranto e loro acerrimi nemici, coniarono tutta una serie di locuzioni offensive che toccavano anche gli aspetti di vita quotidiana. Poiché i colonizzatori tarantini consideravano disdicevole una qualsivoglia attività lavorativa, s’inventarono tutta una serie di vocaboli che utilizzavano la radice del nostro etnico per indicare chi era dedito alla pastorizia. Nacquero così vocaboli tipo «kolabrόs» («kολαβρός») (porcellino) e «kalábrops» («καλάβροψ») (bastone del pastore) con cui si irrideva chi era dedito all’allevamento del bestiame. Il che costituisce una prova evidente che la società arcaica brindisina si fondava sulla pastorizia e che la classe dirigente era allora composta da pastori. Nulla di strano, in definitiva, che una comunità così strutturata avesse eletto a nume tutelare una dea che proteggeva le mandrie, le greggi e chi ne era possessore. 

Tutto porta pertanto a concludere che la Pales menzionata da Floro non è altri che l’interpretazione romana della divinità tutelare brindisina, chiamata fuori da Attilio Regolo per poter mettere con tranquillità a ferro e fuoco la città assediata. Peccato che la scarsa conoscenza delle divinità salentine precluda la possibilità di risalire al nome originario della nostra antica dea, anche se qualcosa è ricavabile, sempre scandagliando le abitudini dei Romani. Si sa infatti che, nel corso della cerimonia, il nome della divinità romana, in cui s’identificava quella straniera, era seguito da un epiteto che aveva funzioni distintive. Con il trascorrere del tempo, l’attributo (o come si dice più propriamente, l’epiclesi) subiva delle modifiche, sino anche a sparire del tutto, sicché alla fine le due divinità finivano per identificarsi. Non a caso, Floro ci fornisce il nome della dea senza accompagnarlo con nessuna epiclesi. Quando egli scrive, sono passati quasi quattro secoli dai fatti raccontati e la romanizzazione della divinità brindisina doveva essersi ormai completata. Fortuna vuole che, almeno in questo caso, c’è la possibilità di rintracciare l’’attributo assegnatole. Ce lo consentono gli “Scholia Vergilii Veronensia”, una raccolta di commenti (o come dicono gli specialisti, di “scoli”) alle opere di Virgilio. 

In apertura del terzo libro delle Georgiche, Virgilio si rivolge infatti alla Pales romana e preannuncia ossequioso: «Anche te, grande Pales, canteremo» («Te quoque, Magna Pales... canemus»). A margine del manoscritto, il commentatore (lo scoliasta) analizza le epiclesi utilizzate per Pales e ci fa sapere che, oltre all’epiteto di “Magna”, Virgilio usa, in altra parte delle Georgiche, quello di “Veneranda” e che c’è poi un altro attributo, mai da altri autori adoperato, quello di «Matuta». Infine così conclude: «E Pales Matuta alla quale Attilio Regolo dedicò un tempio distinto» («et Pales Matuta, cuius templum Atilius Regulus vovit antidiastéllon...»). E con il termine greco «antidiastéllon» (distinto) lascia chiaramente intendere che c’erano due templi diversi intitolati a Pales, perché due erano le dee con quel nome: la Pales Matuta, alla quale Regolo aveva votato un tempio, e la Pales Magna e Veneranda cantata da Virgilio. In definitiva, quella brindisina, il cui epiteto era appunto Matuta, e quella romana, chiamata Magna e Veneranda. Dall’epiclesi ricaviamo così che la nostra principale divinità era una dea del Mattino e dell’Aurora, vale a dire del periodo del giorno in cui appare la luce, quindi con ogni probabilità associata alle nascite degli animali da pascolo.

Già questo ci regala qualcosa di sinora sconosciuto delle nostre lontane origini, ma non è tutto. Indagando sempre su questo versante, le fonti epigrafiche consentono di ricavare un altro indizio rilevante costituito da un’annotazione contenuta nei Fasti Anziati, il calendario romano più antico giunto fino a noi, antecedente pure alla riforma giuliana. Questo calendario, basato su tredici mesi, riporta tra le altre informazioni le festività dedicate alle divinità («sacra») e le ricorrenze («dies natalis») dei templi. Ebbene, in corrispondenza del 7 luglio, è indicata la commemorazione d’un tempio votato a Pales, che è proprio quello promesso da Regolo alla dea protettrice della nostra città.

Per curiosità va detto che l’esatta scritta indicata nel calendario è «PALIBUS II», che potrebbe essere resa con “alla seconda delle Pales”, il che rafforza l’idea che le Pales erano due: quella romana arcaica e quella brindisina trasferitasi dalla nostra città. 

Riassumendo, tutti gli indizi portano a concludere che i pontefici romani, nel compiere il rituale, ritennero di assimilare il nume tutelare brindisino alla dea Pales, la quale fu pertanto evocata da Regolo con l’epiclesi Matuta, con la promessa di dedicarle un tempio la cui ricorrenza venne fissata al 7 luglio. 

L’evocatio aveva come inevitabile conseguenza l’assalto finale ed il saccheggio, che aveva in genere tragiche conseguenze, come accadde a Veio e Cartagine. Nel caso di Brindisi la razzia non assunse forme estreme di distruzione, considerato che le ricerche archeologiche non rivelano segni traumatici di strappi e di discontinuità negli insediamenti della zona. La stessa continuità si riscontra nondimeno nel susseguirsi degli avvenimenti, che vedono il coinvolgimento fattivo dei Brindisini nelle scelte istituzionali sin dalle fasi appena successive alla conquista romana. Lo raccontano pochi ma significativi esempi: un frammento di «elogium», la cui iscrizione attesta che fu un brindisino a procedere alla prima «lectio» (scelta) del senato locale ed all’avvio della prima elezione popolare della colonia latina; la presenza, durante la guerra annibalica, di un «Dasio Brundusino» addirittura al comando del presidio di Clastidium. 

L’aristocrazia brindisina era stata pertanto accolta a pieno titolo nella classe dirigente chiamata a guidare la neonata colonia latina, dedotta dopo la conquista della città, e ne era parte integrante. Poiché i Romani non erano soliti fare concessioni senza chiedere nulla in cambio, ciò m’induce a credere che, in quella circostanza, sia intervenuto un qualche accomodamento con il patriziato brindisino. Cosa questa che però fa parte di un’altra storia, magari da raccontare in un prossimo futuro. Per ciò che riguarda invece quella qui narrata, era l’estate del 267 a.C. quando Brindisi, dopo aver opposto un’accanita resistenza, fu presa e saccheggiata. Per la nostra città finiva in quel momento un mondo e se ne apriva un altro. E, se si volesse scegliere un giorno con cui tracciare un confine, il 7 luglio 267 a.C. parrebbe il più indicato.  È infatti solo una suggestiva ipotesi, e nulla più, tuttavia non è detto che la data scelta per il tempio dedicato alla Pales brindisina non coincidesse proprio con quella in cui Brindisi fu preda delle armi romane.

Opere cui si fa riferimento nel testo, elencate in ordine di citazione:

Floro (I secolo d.C. – II secolo d.C.), “Bellorum omnium annorum septingentorum libri duo”. 

F. Grelle – M. Silvestrini, “La Puglia nel mondo romano. Storia di una periferia dalle guerre sannitiche alla guerra sociale”, Edipuglia, Bari 2013.

G. Nenci, “Kolabrίzesthai (Vet. Test., Job, 5, 4)”, in «Annuari della Scuola Normale Superiore di Pisa», XII 1, 1982, pp. 1-6.

N. Valente, “La penisola salentina nelle fonti narrative antiche”, in «Il delfino e la mezzaluna. Periodico della Fondazione Terra d’Otranto », a. V, n. 6-7, Nardò 2018. Edizione digitale https://www.academia.edu/35875669/La_penisola_salentina_nelle_fonti_narrative_antiche

M. Celestino, “El aniversario de la fundación de Roma y la fiesta de Pales”, Signifer Libros, Madrid.

“Scholia Vergilii Veronensia”, Georgiche, III 1.

Marziano Capella (IV secolo – V secolo), “De nuptiis Philologiae et Mercurii”.

Questo articolo è una rielaborazione parziale di N. Valente “Il bellum sallentinum ed il mistero della dea Pales”, in «Il delfino e la mezzaluna. Periodico della Fondazione Terra d’Otranto», a. VI, n. 8, Nardò 2018. Edizione digitale dell’articolo originario:

https://www.academia.edu/39339837/Il_bellum_sallentinum_ed_il_mistero_della_dea_Pales 

In una versione in parte diversa è stato pubblicato a puntate sui numeri 93 e 94 de “Il7 Magazine”, Brindisi 2019.

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L’assalto alle mura di Brindisi e “l’enigma” della Dea Pales

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