Domenica, 19 Settembre 2021
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Redazione BrindisiReport

Il porto di Brindisi: quand’era un modello da imitare

Nazareno Valente risale allo spirito autentico di un proverbio latino che nel corso dei secoli ha avuto interpretazioni persino grottesche: "Tre sono i porti al mondo: Giunio, Giulio e Brindisi" 

Il porto di Brindisi in un'illustrazione dell''800

Sarà per il fatto che viviamo in una stagione di diffusa deculturazione oppure perché le notizie in odore di fake news hanno un sapore particolare, non saprei proprio dire; di sicuro traspare un ingiustificato gioco al ribasso con cui la cronachistica cittadina racconta le nostre antichità, relegandole di fatto al ruolo di sagra paesana neppure di livello. Un tipico esempio lo si può trarre da un proverbio giunto a noi grazie ad Antonio de Ferrariis — un letterato salentino vissuto tra il XV e XVI secolo, meglio noto come il Galateo — che nel suo “De situ Iapygiae” annotava in latino: «tres esse in orbe portus: Iunii, Iulii et Brundusii». Letteralmente: «tre sono i porti al mondo: Giunio, Giulio e Brindisi». 

Di origine sconosciuta, il proverbio gode tuttora di buona salute se è vero che è stato proposto in un recente godibile video satirico del bravissimo duo Tindilo, rintracciabile su YouTube. Alla gustosa scenetta del simpatico duo partecipa anche Cesare Ottaviano Augusto o, per meglio dire, la statua che lo rappresenta in piazza del Popolo, con il compito di spiegare il passo del Galateo: «tre sono i porti al mondo: giugno, luglio e Brindisi», ci fa sapere. Perché «giugno e luglio è estate ed i porti vanno bene; Brindisi va bene tutto l’anno»; che non è altro se non la versione che riscalda i cuori dei cronisti locali sin dal lontano XVII secolo. Come dire la forza delle tradizioni.

La statua di Ottaviano-2

L'interpretazione del Moricino

Fu infatti il Moricino (XVI-XVII secolo), nella sua opera rimasta manoscritta “Dell’antichità e vicissitudine della città di Brindisi”, ad ipotizzare per primo che con «Iunii» e «Iulii» il Galateo non voleva indicare dei porti ma dei mesi, appunto giugno e luglio, e che l’adagio intendeva evidenziare in maniera allegorica l’assoluta sicurezza del nostro porto: «quasi che a dispetto della natura del mare tale sia quel Porto in ogni stagione, quale suol essere in tutto nelle Bonaccie di quei mesi di Giugno e, Luglio». Sulla stessa lunghezza d’onda si allineò il Della Monaca (XVII secolo), antesignano della tradizionale figura di studioso tutto dedito al copia ed incolla indiscriminato, e nessuna — il cielo non voglia mai — consultazione delle fonti, e, in questo solco, altri storici locali succedutisi nel tempo. 

In definitiva, l’interpretazione ricorrente è che il proverbio non elenchi approdi celebri ma si proponga di confrontare i periodi più favorevoli per navigare con un luogo, appunto il nostro porto, dove simili condizioni erano assicurate per tutto l’anno. Peccato, però, che l’esegesi proposta trascuri il mese più propizio per eccellenza, vale a dire agosto, e che, soprattutto, non tenga conto di altri dati inoppugnabili sui metodi di navigazione e di approdo del tempo, che concorrono a renderla improponibile e pure un po’ ridicola nella formulazione escogitata. Esamineremo meglio queste questioni in seguito, per adesso occorre premettere che in antichità il porto di Brindisi era considerato qualcosa di straordinario che andava molto al di là della semplice particolarità di avere acque come «nelle Bonaccie dei mesi di Giugno e, Luglio». E che è quindi in un qualche modo riduttivo il mettere in evidenza quella che era una qualità di rilievo, ma per certi versi secondaria, se si considera che era prerogativa comune a tutte le località annoverate tra i «portus». Di conseguenza di tutte quelle strutture portuali, anche di modesta fama, in grado di concedere un buon ricovero mediante «uno specchio d’acqua chiuso naturalmente o artificialmente, accessibile dal mare, dove le navi possano rimanere sicure in caso di traversia». Quindi una proprietà non tanto eccezionale da far meritare la specifica dedica d’un proverbio. In sintesi, caratterizzare il porto di Brindisi con una virtù poco più che ordinaria, sarebbe come esaltare un fuoriclasse, non per i suoi colpi ad affetto, ma per quelli dozzinali alla portata di tutti.

Il porto di Brindisi nelle digressioni di Erodoto

Il porto di Brindisi era senza dubbio degno di ben altra stima, e basterebbe notare come già nel V secolo a.C. Erodoto, il cosiddetto padre della storia, lo adoperasse a livello di semplificazione in una delle sue famose digressioni («parenthéche»), usate nelle agorà per interloquire con chi l’ascoltava declamare le sue “Storie”, per comprenderne la sua diffusa notorietà. Ed è proprio in un inciso di Erodoto che la terra salentina fa per la prima volta capolino sui grandi scenari della storiografia, appunto quando lo storico la rappresenta geograficamente come penisola limitata dall’istmo che va «dal porto di Brindisi a Taranto». Quindi, sebbene entrambe le cittadine avessero un porto rinomato, la sola Brindisi ne viene con esso individuata, quasi che il porto fosse un’entità distinta e ben più importante della stessa città.

Questa circostanza fa capire perché, per il mondo antico, quello di Brindisi non era un semplice porto («limèn») ma un porto di grande prestigio («eulìmenon»), e, non a caso, i Romani lo attrezzarono di tutto punto facendone la porta privilegiata per l’Oriente. In definitiva un porto d’eccellenza sin dal periodo classico e che acquisì ancor più prestigio quando, a seguito della conquista romana nella seconda metà del III secolo a.C., Brindisi divenne colonia di diritto latino. Una fama che rivivrà negli scritti successivi pure nelle fasi di declino della città, così come riscontrabile nel “De situ Iapygiae” del Galateo.

Il Galateo: "Brindisi città insigne"

Siamo all’inizio del XVI secolo, negli anni in cui l’impero ottomano, pur rivolgendo le sue attenzioni ad oriente, fa comunque sentire la propria nefasta presenza ad occidente, con rapide e feroci scorrerie che mettono in uno stato di continua soggezione le città costiere. In assenza d’un governo forte, per i porti del basso adriatico l’unica difesa possibile è quella di precludere gli accessi alle rade, ed è per questo che il canale di collegamento al porto interno di Brindisi viene più volte ostruito, tanto che gli storici discutendo tra di loro lo qualificano «volgarmente... ciccato». Eppure il Galateo giudica Brindisi città insigne («inclyta urbs») ed il suo porto famosissimo in tutto il mondo («toto terrarum orbe notissimus») tant’è che dà per coniato il proverbio di cui la cronachistica brindisina fornisce quasi compatta l’estemporanea traduzione di cui parliamo.

Ebbene, sarebbe bastato una lontana infarinatura delle consuetudini sulla navigazione — in ogni tempo per forza coerenti con le possibilità tecniche dell’epoca — per sapere che in antichità non si navigava in tutti i mesi dell’anno. Tranne rare eccezioni, si prendeva il mare solo nelle belle stagioni mentre in quelle cattive si trovava un buon approdo dove ricoverare le navi. Le difese naturali o artificiali dell’ormeggio erano infatti essenziali per proteggere i navigli da eventuali mareggiate che potevano avere effetti devastanti su imbarcazioni la cui stazza era contenuta. A scanso di equivoci, esse venivano tirate a secco ed a volte protette pure da palizzate e fossati, per cui la bonaccia o la buona stagione non erano condizioni strettamente essenziali per la loro salvaguardia. Al contrario erano proprio le burrasche dei mesi estivi ad essere potenzialmente pericolose in quanto, sopraggiungendo improvvise e inaspettate, potevano comportare effetti disastrosi sulle galee ferme pure in rade sufficientemente protette. 

Lo attesta Svetonio (I secolo d.C. – II secolo d.C.) nel narrare come la flotta di Augusto fosse stata distrutta per ben due volte dalla tempesta, e non durante la brutta stagione ma per l’appunto nel bel mezzo dell’estate. In definitiva erano più i mesi — quelli invernali e delle stagioni fredde — in cui le navi riposavano per lo più tirate a secco e protette da ripari di ogni tipo, di quelli in cui esse navigavano. In pratica, salvo non si volesse compiere un’impresa rischiosa, si prendeva il mare nei periodi primaverili ed estivi, ma solo se si presumeva che il vento ed il mare potessero essere favorevoli. In definitiva quando la “bonaccia” era la condizione più probabile.  L’ingegnoso collegamento tra mesi dell’anno e porti fornisce perciò una chiave di lettura suggestiva, magari sufficiente a stimolare la fantasia e le approssimative conoscenze di chi si affida esclusivamente a Wikipedia, ma che — come altre bufale — non trova alcun degno conforto, oltre al ristretto ambito della cronachistica locale in genere assuefatta a scontati cliché d’antan.  Quasi certamente il Moricino e Della Monaca furono depistati dalla circostanza che ai loro tempi non c’erano strutture portuali i cui nomi ricordassero neppure alla lontana i porti «Iunius» e «Iulius» citati dal Galateo, né avevano conoscenza che ve ne fossero mai stati di simili in passato. Per questo si videro costretti a ripiegare sui mesi, anche se in realtà, a differenza di quanto ritenevano, tali porti erano esistiti in antichità. Ed avevano pure goduto d’una notevole fama.

Il porto Giulio

Il Galateo scrisse il “De situ Iapygiae” in un periodo imprecisato tra il 1508 ed il 1511 ma non era più in vita quando il suo manoscritto fu stampato nel 1558, grazie al marchese di Oria, Giovanni Bernardino Bonifacio che se ne accollò le spese. A quell’epoca non c’erano porti con il nome di «Iunius» (Giunio) e di «Iulius» (Giulio) però, a chi aveva qualche cognizione appena superficiale di antichità romane, quest’ultimo toponimo avrebbe potuto dire qualcosa. Del porto Giulio aveva infatti riferito Svetonio (I secolo d.C. – II secolo d.C.), nella parte dedicata a Cesare Ottaviano Augusto della sua “Vita dei Cesari”, quando menziona l’inaugurazione presso Baia di un «portum Iulium» creato artificialmente facendo penetrare il mare nei laghi Lucrino e Averno («inmisso in Lucrinum et Avernum lacum mari»). La struttura portuale aveva infatti reso comunicanti tra loro i predetti laghi d’Averno e Lucrino, e quest’ultimo lago con il mare, previo taglio del cordone di sabbia che li separava. 

Voluto da Vipsanio Agrippa, amico e fedele collaboratore di Augusto, per contrastare le scorrerie sul Tirreno della flotta di Sesto Pompeo, il portus Iulius (o portus Iulii) iniziò ad operare nel 37 a.C. nei pressi del vecchio e rinomato porto di Puteoli, situato nell’ampia area dei Campi Flegrei, che venne così soppiantato da questo nuovo doppio bacino portuale. Si ipotizza che inizialmente avesse prevalenti funzioni militari, essendo stato preventivato l’allestimento d’un arsenale e di strutture idonee per addestrare gli schiavi liberati per inquadrarli tra i rematori, ma che in seguito divenne però scalo commerciale d’una certa importanza. In ogni caso, ricoprì un ruolo strategico di rilievo, se Agrippa decise di intitolarlo al futuro Augusto che, come conseguenza dell’adozione da parte di Cesare, aveva appunto modificato il proprio nome da Octavius a Iulius, e se altri storici lo citarono diffusamente nei loro scritti. Il porto meritò infatti anche una menzione poetica da parte di Virgilio (I secolo a.C.) che l’elenca («Iulia... unda») tra le laboriose opere («operumque laborem») compiute dalla mano dell’uomo. 

Iulio porto-2

Come il porto di Brindisi, anche quello Giulio visse i suoi anni di gloria in concomitanza con l’impero romano e declinò con esso; solo che non si riprese mai più. Anzi scomparve addirittura dalla faccia della terra, a causa dei fenomeni naturali che investirono la regione flegrea modificandone la struttura morfologica. Dapprima, tra l’VIII ed il X secolo, fenomeni bradisismici fecero sì che il mare sommergesse il Lucrino che poi finì quasi per sparire nel 1538, a seguito dei movimenti tellurici che crearono in quel sito il Monte Nuovo.

Al tempo di Moricino e Della Monaca, il porto Giulio non esisteva pertanto più, e non ne era rimasta traccia, se non nelle fonti letterarie d’epoca romana. Solo i ritrovamenti archeologici del secolo scorso lo posero nuovamente in luce. In ogni caso, non c’è dubbio alcuno che lo “Iulii” del Galateo designi il porto Giulio, e non il mese di luglio come ipotizzato dai cronisti brindisini; di conseguenza anche “Iunii” non può che essere un porto, e non un mese del nostro calendario. Il problema però in questo caso è che non c’è indizio, né possibile accenno nelle fonti, che consentano di individuare una città portuale con un tale nome. Il che appare strano, se esso era così famoso da diventare proverbiale.

Il porto di Luna

Come già detto, il Galateo non era in vita quando il manoscritto del suo “De situ Iapygiae” fu dato finalmente alle stampe, per cui non poté seguirne la stesura finale. Tale circostanza ha comportato la presenza nella sua opera di non pochi errori che misero in imbarazzo i curatori delle successive edizioni che infatti manifestavano in maniera esplicita «ai lettori le grandissime difficoltà» incontrate nella traduzione «per la scorrezione dei testi». Lamentela che riguardava pure l’adagio di cui si parla, che, pertanto, si reputa in parte corrotto dando modo di ritenere che «Iunii» sia derivato da una scorretta trascrizione del copista che ha male inteso il nome del porto effettivamente elencato dal Galateo. L’unico approdo del passato — d’una certa consistenza e che possa avere una qualche assonanza con l’interpretazione data dal copista al termine del Galateo — è verosimilmente l’antico «portus Lunae» (porto di Luna) che, tenendosi alla sinistra dell’allora ampia foce del fiume Magra, si affacciava  ad est dell’attuale golfo di La Spezia, e che,in antichità aveva goduto di buona fama meritando pure le attenzioni del grande Ennio (III secolo a.C. – II secolo a.C.) che invitava a visitarlo perché ne valeva la pena («Lunai portus, est operae. cognoscite, cives»). 

Naturale come quello brindisino, il porto di Luna fu probabilmente motivo di contesa tra gli Etruschi ed i Liguri, prima di giustificare le mire dei romani che, con questo scalo, intendevano controllare le rotte dell’alto Tirreno che creavano pure aspre contese con la potente Cartagine.

Porto di Luna-2

La deduzione nel 177 a.C. d’una colonia di diritto romano («civium romanorum») nella città di Luna fu perciò un passo del tutto conseguente. Tuttavia, il contemporaneo declino della potenza cartaginese creò una situazione di diffusa tranquillità nella zona, che finì per limitare l’importanza della base militare lunense. Solo in periodo augusteo il porto riacquistò rinomanza, quando fu potenziato e trasformato a scalo commerciale per sfruttare appieno le potenzialità delle vicine cave di marmo il cui candore affascinava Roma e tutte le città italiane. Ed è proprio di questo periodo la descrizione più particolareggiata che le fonti letterarie ci hanno conservato. Strabone (I secolo a.C. – I secolo d.C.) ci informa infatti che la città di Luna non è grande mentre il porto lo è parecchio ed anche assai bello, comprendendo più rade, tutte profonde («ὁ δὲ λιμὴν μέγιστός τε καὶ κάλλιστος, ἐν αὑτῷ περιέχων πλείους λιμένας ἀγχιβαθεῖς πάντας»), circondate da alte montagne dove ci sono cave di marmo bianco («μέταλλα δὲ λίθου λευκοῦ») utilizzato per gli edifici più insigni costruiti a Roma e nelle altre città. 

Durante la stesura del “De situ Iapygiae”, il porto di Luna era però da secoli scomparso: il graduale interrimento, causato dai frammenti depositati dal Magra, l’avevano infatti reso paludoso e malarico, sino a costringere i suoi abitanti ad abbandonarlo per spostarsi nell’entroterra. Così non c’è da stupirsi troppo se, nella copia del passo implicato, la del tutto sconosciuta «Lunae» possa essere stata sostituita da «Iunii», magari proprio perché termine ritenuto più in armonia con «Iulii», visto che in entrambi i vocaboli il copista non riconoscevano scali portuali.

Lo spirito autentico del proverbio

In definitiva, la stesura originale del proverbio doveva essere la seguente: «tres esse in orbe portus: Lunae, Iulii et Brundusii» stabilendo in definitiva che i porti di Luna, di Giulio e di Brindisi erano gli unici al mondo degni d’essere considerati tali. Questo almeno nella forma; nella sostanza il messaggio che si voleva veicolare era però ben diverso.

La citazione del prezioso marmo bianco lunense riportata da Strabone fa infatti venire alla mente il noto passo in cui Svetonio riferisce che Augusto si vantava senza sottintesi d’aver rivestito di pregiato marmo la città di Roma che, prima di lui, era invece stata costruita con umili mattoni («marmoream se relinquere, quam latericiam accepisset»), facendoci così comprendere che la riorganizzazione del porto di Luna, e la conseguente notevole attività commerciale che vi era confluita, rientrava a pieno titolo nelle politiche economiche di ampio respiro che il «princeps» andava attuando. Lo stesso può dirsi a maggior ragione per il porto Giulio, creato praticamente dal nulla e che, come già riferito, Agrippa gli aveva persino intitolato perché ne rimanesse perenne memoria. Queste due imponenti iniziative rientravano pertanto, a dirla come il già citato verso di Virgilio, tra le «operumque laborem», cioè a dire tra le opere esemplari che Augusto aveva compiuto per creare consenso. Il che fa sorgere la più che fondata ipotesi che il proverbio facesse parte della minuziosa propaganda avviata da Mecenate, una specie di ministro della cultura e dell’informazione del governo augusteo, per valorizzare i progetti portuali avviati in quel periodo. E che sia stato coniato per tale esplicita finalità.

In questa ottica anche la presenza nell’adagio del porto di Brindisi assume un significato speciale e ben più caratterizzante della sua ovvia notorietà. Va infatti ricordato che il «portus Brundusii» rappresentava soprattutto una mirabile dimostrazione di opera compiuta dalla natura, e quindi dotato, senza necessità di ulteriori lavori, di tutte quelle caratteristiche che un porto ideale doveva possedere. In sintesi: sicurezza, presenza di isolotti che fungessero da frangiflutti, disponibilità di risorse idriche, varietà di scali. Lo attestavano geografi, come Strabone, ma anche poeti, come Lucano (I secolo d.C.): se quello lo qualifica porto naturale di grande pregio e di gran lunga superiore a quello pure rinomato di Taranto («Καὶ εὐλίμενον δὲ μᾶλλον τὸ Βρεντέσιον»); questo lo descrive dotato di tutte quelle caratteristiche genuine che lo rendevano approdo talmente sicuro che le imbarcazioni potevano essere assicurate anche con una semplice tremula fune («ut tremulo starent contentae fune carinae»). 

In conclusione, nel proverbio, il porto brindisino non compare solo in forza della sua fama quanto piuttosto perché rappresentava un modello naturale cui confrontare i porti realizzati dall’uomo. A questo punto sembra evidente che, se nella forma il testo dell’adagio stabiliva una semplice elencazione di porti importanti, nella sostanza intendeva far percepire che le attività promosse da Augusto sugli approdi portuali erano equiparabili alle migliori opere create dalla natura. In pratica, gli interventi compiuti sul porto Giulio e su quello di Luna erano confrontati con l’approdo brindisino, perché quest’ultimo era appunto giudicato il termine di paragone più appropriato.  Nella realtà, quindi, un riconoscimento di gran lunga superiore al banale e grottesco accostamento alle «Bonaccie di quei mesi di Giugno e, Luglio», contrabbandato senza nessun respiro della storia da parte dei nostri cronisti.

Bibliografia

Opere cui si fa riferimento nel testo, elencate in ordine di citazione degli autori:

GALATEO, “De Situ Iapygiae”, per Petrum Pernam, Basileae, 1558. 

G. M. MORICINO, “Dell’antichità e vicissitudine della città di Brindisi”, manoscritto ms_D12, Biblioteca pubblica arcivescovile “A. De Leo”, Brindisi.

A. DELLA MONACA,  “Memoria historica dell’antichissima e fedelissima città di Brindisi”, Pietro Micheli, Lecce, 1674.

G. UGGERI, “La terminologia portuale e la documentazione dell’itinerarium Antonini”, in  Studi Italiani di Filologia Classica, N.S. XL, 1-2, Felice Le Monnier, Firenze, 1968.

ERODOTO (V secolo a.C.), “Storie”.

G. ANTONINI,  “La Lucania”, Forni Editore, Sala Bolognese, 1984, ristampa dell’edizione Tomberli, 1794.

SVETONIO (I secolo d.C. – II secolo d.C.), “Vita dei Cesari - Augusto”.

VIRGILIO (I secolo a.C.), “Georgiche”.

(A cura di S. GRANDE), “La Iapigia e varii opuscoli di Antonio de Ferrariis detto il Galateo”, Tipografia Garibaldi, Lecce 1867, vol. I.

ENNIO (III secolo a.C. – II secolo a.C.), “Annali I”, in PERSIO (I secolo d.C.), “Satire”.

STRABONE (I secolo a.C. – I secolo d.C.), “Geografia”.

LUCANO (I secolo d.C.), “Farsaglia”.

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