Sabato, 25 Settembre 2021
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Redazione BrindisiReport

Il tradimento del clero, le saline ed una grande brindisina troppo in fretta dimenticata

Gli anni d’oro e il declino delle saline in questo nuovo excursus storico di Nazareno Valente, che fa luce anche sulla figura della “contessa” Sichelgaita

C’è un’occasione della guerra greco-gotica, che infiammò per un ventennio la nostra penisola (535-553), cui anche storici di professione si riferiscono spesso per esaltare l’eterno e stereotipato ruolo di città di frontiera assegnato in maniera generalizzata a Brindisi. Nel descrivere la nostra cittadina, Procopio di Cesarea (V secolo – VI secolo) la racconta “non cinta da mura” («ἀτείχιστον οὖσαν») e ciò viene interpretato come forma di decadenza, appunto perché un luogo di frontiera non poteva permettersi il lusso di lasciar rovinare le proprie difese. Peccato si dimentichi che Brindisi, per circa un mezzo millennio, si era trovata collocata nella pancia dell’impero e, pertanto, lontana anni luce da possibili scenari di guerra e da frontiere.

Di conseguenza non aveva certo avuto bisogno di mura per proteggersi, senza contare che le vecchie mura di cinta non sarebbero state neppure più in grado di contenere una città intanto divenuta una grande metropoli. Il problema reale era piuttosto un altro: la classe dirigente brindisina, abituata a gestire unicamente le questioni locali, perché a quelle d’un certo peso ci pensava direttamente Roma, si trovò del tutto impreparata ad affrontare una situazione che riportava Brindisi indietro nel tempo, ricollocandola, proprio in un periodo molto tormentato, in una pericolosa zona di frontiera. Di fronte alle contingenti difficoltà, non seppe reagire e si dissolse come neve al sole non trovando di meglio che fuggire via nell’entroterra, sull’esempio del clero che, nel frattempo, aveva già trovato rifugio ad Oria.

Uno sprazzo della guerra gotica-2

Il potere del clero

Va qui fatto un breve inciso. In quegli anni la funzione del vescovo non era solo garante dell’unità dei fedeli ma anche del buon andamento pubblico e, alle volte, persino politico. E tale tendenza era divenuta sempre più marcata, man mano che le autorità ecclesiastiche avevano acquisito sempre più potere ed influenza. Depositari di beni e donazioni, esentati non solo dai «munera curialia», vale a dire dai servizi dovuti alla città ed allo Stato dai cittadini benestanti, ma anche dai «munera sordida» (obblighi di basso valore), dalla «collatio lustralis» (tassa quinquennale per chi svolgeva un mestiere), dai «munera extraordinaria» (tasse non ordinarie), i chierici cattolici divennero un corpo sempre più privilegiato che sviluppava una posizione di patronato con risvolti, non solo materiali, ma pure psicologici che ponevano a volte i cittadini in uno stato di non gradevole sudditanza. Il tutto modificò pure gli assetti sociali — il ceto medio di fatto sparì — e la configurazione stessa della città, considerato che lo sviluppo edilizio fu condizionato dalla diocesi, istintivamente portata a favorire la costruzione di immobili sacri e non di quelli civili. E fu forse a causa di tale tendenza se non si procedette alla manutenzione della cinta muraria, anche quando questa si dimostrava essenziale per la sopravvivenza. Senza dilungarsi troppo sull’argomento, perché meritevole d’una specifica trattazione, va qui sottolineato che le fortune cittadine divennero sempre più legate alle sorti della classe sacerdotale. 

E Brindisi ne fu un tipico esempio: quando l’establishment clericale non la ritenne più utile ai suoi fini e decise quindi di abbandonarla per lidi più propizi, la nostra città fu inevitabilmente indirizzata verso i suoi secoli più bui. L’esperienza diocesana, infatti, s’interruppe grosso modo durante o subito dopo la fine della guerra gotica, e quindi a metà del VI secolo, allorquando le fortune di Brindisi s’avviavano al tramonto.

Il declino della città

Il porto, origine di ogni fortuna, divenne all’improvviso fonte di angosce: le rotte per l’Oriente divennero impraticabili; l’Adriatico senza più difese e la città stabilmente soggetta al pericolo delle scorrerie dei Saraceni. Brindisi finì così per risultare estremamente vulnerabile e, nel contempo, priva di ogni attrattiva che ne giustificasse la difesa. Tradita dalla fuga ad Oria della classe clericale, che ne costituiva l’ossatura politica più consistente, la città si trovò nell’incapacità di amministrarsi in maniera autonoma divenendo un luogo troppo esposto e facilmente utilizzabile come punto d’accesso per chi avesse avuto la brutta intenzione d’invadere la penisola. Non a caso, i Longobardi, ottenutone il dominio, ritennero più utile di rendere inagibile il porto per precludere possibili approdi ai malintenzionati.  Brindisi sparì in pratica dalla storia, divenendo una insignificante entità geografica.

Solo qualche secolo dopo, quando la pressione dei Saraceni diminuì e gli interessi dei Veneziani resero nuovamente redditizio navigare il Mediterraneo, riemerse l’utilità della sua posizione strategica che spinse i Bizantini ed i Normanni a contendersene il possesso.

Brindisi divenne così, tra le metà dell’XI e del XII secolo, una specie di campo di battaglia in cui i Bizantini ed i Normanni si alternarono al potere affrontandosi anche per questioni di carattere religioso, schierati com’erano rispettivamente per il clero di rito greco e quello di rito latino. Pur in presenza di temporanei ed improvvisi cambi di conduzione, la nostra città riuscì a risalire lentamente la china ed a riappropriarsi in una qual certa misura dell’antico suo ruolo di porta per l’Oriente. 

La rinascita

La rinascita di Brindisi fu quindi merito dei Bizantini, che ne ripristinarono il sito valorizzandolo, ma anche dei conti normanni di Conversano che, nel tentativo di farne un proprio dominio personale, cercarono, un po’ ad imitazione di quanto attuato dalle repubbliche marinare, di avviare un processo capace di rendere autonoma la città dai poteri centrali. In tale ottica, Goffredo, «dominator» (signore) di Brindisi dal 1071, e quindi primo esponente normanno a governare Brindisi, cercò l’appoggio della Chiesa romana assecondandone gli interessi — per altro convergenti — a ristabilire nella nostra città la sede vescovile, pur in presenza di vescovi riluttanti ad abbandonare la più sicura e tranquilla Oria. Era questa la via, per il conte, di rafforzare il proprio potere, puntando anche sul prestigio che la città avrebbe conseguentemente acquisito, e, per il pontefice, di ricondurre all’obbedienza del rito latino il clero locale, allora maggioritario nell’elemento greco. 

Tra i vari tentativi compiuti da Goffredo per convincere il vescovo di turno a risiedere effettivamente nell’arcidiocesi metropolitana, rientra quello del 1100 con cui di fatto si ripristinava la dote dovuta agli arcivescovi per il sostentamento della sede vescovile. Con tale atto furono infatti ceduti alla Chiesa brindisina le decime sui prodotti dei diversi rami economici cittadini, ivi compreso quello riguardante la produzione delle saline che il potere comitale gestiva direttamente. 

La produzione del sale

Le zone del Brindisino nelle quali era possibile produrre sale — bene allora molto prezioso che garantiva un elevato profitto — erano quelle ancora riconoscibili nell’attuale parco regionale di Punta della Contessa e le paludi che si trovavano sui seni interni del porto, a levante, presso il ponte Piccolo, dove si immetteva il canale Patri (il Canalicchio della nostra infanzia) e, a ponente, nella zona di ponte Grande, dalle parti del Cillarese. Ma naturalmente anche dalle parti di Fiume Grande e, forse, di Fiume Piccolo dovevano essere operanti degli impianti, come emerge da una concessione del 1059 riguardante lo sfruttamento di metà dei fiumi Delta e Luciana («cum medietate fluminum Delthae et Lucianae»). Delta e Luciana erano infatti i toponimi rispettivamente di Fiume Piccolo e di Fiume Grande che, curiosamente, i cronisti brindisini hanno invertito, andando dietro a quanto riportato in maniera errata da Andrea Della Monaca. Per cui tuttora, nei resoconti degli studiosi locali, Delta, che era Fiume Piccolo, diventa Fiume Grande, e Luciana, che era Fiume Grande, è viceversa Fiume Piccolo. Basterebbe risalire alla fonte dell’informazione, vale a dire Giovan Battista Casmiro ed alla sua opera, “L'epistola apologetica indirizzata a Quinto Mario Corrado”, per scoprire che in realtà Fiume Grande era chiamato Luciana e Fiume Piccolo Delta («olim Luciana Maior, Delta Minor appellabantur»).

Salina antica-2

Le decime date in dote all’arcivescovado riguardavano quelle ottenibili dagli impianti che si trovavano nell’attuale parco regionale di Punta della Contessa, mentre restavano esenti le saline poste nell’alveo del seno di ponente del porto. Queste ultime vennero concesse nel 1107 dalla «comitissa» Sichelgaita, vedova di Goffredo di Conversano e reggente a nome del figlio Tancredi, al monastero benedettino di Santa Maria Veterana che essa stessa aveva concorso a fondare a Brindisi quasi un ventennio prima. 

L’abbandono delle saline

Da quel che emerge dalla documentazione, tranne qualche possesso privato posto nelle vicinanze della città, le saline risultano dapprima tutte di proprietà del potere comitale e in seguito, una volta che la città divenne demaniale, di quello regio. Esse consentivano notevoli introiti dagli appalti concessi alle società private che, al prezzo fissato dalle autorità statali, si facevano carico della vendita anche del sale prodotto nelle saline non regie. Questo sistema, rimasto nella sostanza in vigore finché il settore economico risultò redditizio, entrò in crisi nel momento stesso in cui il sale perse di valore e non consenti più alti margini di guadagno. Quando il prezzo imposto finì per essere non in linea con quello di mercato, il contrabbando prese piede assumendo forme sempre più accentuate e preoccupanti. 

Per ovviare, si corse ai ripari statalizzando il tutto: le saline furono riunite in sei ripartimenti gestiti direttamente da funzionari statali, e quelle brindisine trovarono spazio nel quinto «ripartimento de’ Sali d’Otranto e Basilicata» istituito nel 1754. Di fatto, per mantenere gli introiti a livelli accettabili, si attuò una vera e propria vendita forzosa del sale, obbligando ciascun comune all’acquisto ed al consumo di quote prestabile. Le nuove regole, però, acuirono i problemi, invece di risolverli. 

Né migliori risultati ottenne il tentativo successivo, basato sull’abolizione della vendita forzosa e sul contestuale aumento del prezzo, di fatto raddoppiato sempre nell’ottica di garantire buoni margini. Ma un prezzo troppo elevato rispetto all’effettivo valore del bene incentivò la vendita di contrabbando, che divenne così la forma più usuale di rifornimento. Ogni tentativo risultò in pratica un inutile palliativo e, agli inizi del XIX secolo, si fu infine costretti a prendere l’unica decisione possibile, vale a dire abbassare il prezzo di vendita del sale al livello fissato dal libero mercato. Fu una scelta obbligata che, però, rese le saline improduttive e ciò comportò, di lì a poco, il loro abbandono. 

Mappa Salento 1561-2

Le paludi ripresero lentamente il predominio e divennero così sbiaditi ricordi i tempi in cui i magazzini delle «saline de la Contessa», simbolicamente rappresentati dalla Torre del Sale, venivano addirittura annotati nelle principali piante geografiche dell’epoca. Nelle carte del XVI secolo non era infatti inusuale trovare segnalata esplicitamente la Torre del Sale, con accanto schizzato, più a nord verso Capo Torre Cavallo, l’approdo utilizzato dai velieri per imbarcare il prodotto degli stabilimenti. Era in quell’ormeggio che il sale veniva trasportato, dopo essere stato caricato su barche in un pontile di raccordo, il «cavalcaturo del magazino del sale», posizionato nei pressi di Punta della Contessa che, per la cronaca, rimane uno dei pochi toponimi non andati perduti di quel glorioso passato.

Una illustre brindisina dimenticata troppo in fretta 

Una curiosità — neppure presa in considerazione nei vari racconti cittadini — fa a questo punto capolino: chi era mai questa contessa alla quale i documenti medievali facevano così spesso riferimento quando si parlava delle saline? Occorre inizialmente ricordare che, in pieno Medioevo, il termine «comes» (conte) non indicava, come nell’uso attuale, chi è insignito d’un titolo nobiliare ma chi, nominato dal re, svolgeva determinate funzioni pubbliche. In tal senso va quindi interpretato anche il vocabolo «comitissa» (contessa) che, in conclusione, individua colei che, in nome del re, esercitava in un determinato territorio poteri di competenza dello Stato. Assegnando al termine un tale significato, si scopre che Brindisi ha avuto una sola contessa o, per dirla con il corrispondente termine medievale, un’unica «comitissa» investita d’un ruolo pubblico. Questa è, senza dubbio alcuno, la più volte citata Sichelgaita, che resse appunto le sorti della nostra città dalla morte del marito Goffredo alla nomina del figlio Tancredi a «comes Brundusii». E, per quello che si narra, lo fece in modo degno, dimostrandosi una statista tanto assennata da meritare la stima dei cronisti del tempo. Non solo per questo motivo, sarebbe ricco di significati se un giorno si decidesse di intitolarle il parco in maniera esplicita, chiamandolo così “Parco regionale di Punta della Contessa Sichelgaita”. 

Sarebbe un modo come un altro per riscoprire una illustre brindisina d’origine longobarda, dimenticata forse troppo in fretta dai suoi concittadini, e, nel contempo, per tenere a mente un prezioso frammento della nostra storia.

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