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Venerdì, 21 Gennaio 2022
Cronaca

Morte sullo scafo blu: la Cassazione ha confermato tutte le condanne

Era la posizione più grave, quella del vicequestore Pietro Antonacci, ma stasera è lui l'unico imputato importante del processo per l'uccisione del contrabbandiere brindisino Vito Ferrarese che ha ancora una chance di vedere la sua sentenza di secondo grado riformata (rinvio anche per Oliver Cannalire, Flavio Maggio e Teodoro Sciarra)

BRINDISI – Era la posizione più grave, quella del vicequestore Pietro Antonacci, ma stasera è lui l’unico imputato importante del processo per l’uccisione del contrabbandiere brindisino Vito Ferrarese che ha ancora una chance di vedere la sua condanna riformata: la sesta sezione della Corte di Cassazione infatti ha rigettato poco fa quasi tutti i ricorsi degli altri personaggi di questa vicenda, confermando le pene stabilite con la sentenza del secondo processo di appello conclusosi a Taranto il 23 gennaio del 2013, mentre stamani aveva deciso di stralciare la posizione di Antonacci, considerato sin qui il responsabile materiale della morte di Ferrarese, e condannato dalla Corte d’Assise di Appello di Taranto a 15 anni e 4 mesi per omicidio volontario.

Sulla configurazione dei reati che riguardano Antonacci (difeso da Carmelo Molfetta), la Cassazione si pronuncerà infatti, a fine aprile, dopo che le Sezioni unite avranno definito un caso analogo, esaminando per altre ragioni le circostanze di omicidio con colpa cosciente e dolo eventuale, quindi alla luce di tale decisione, sul funzionario procederà sempre la sesta sezione con udienza da fissare. Il funzionario, all’epoca dei fatti vicequestore vicario a Brindisi dopo aver diretto a lungo la Squadra mobile, era stato anche interdetto in perpetuo dai pubblici uffici dai giudici di Taranto, i quali avevano stralciato invece la posizione del questore Franco Forleo, perché ormai – per ragioni di salute – non più in grado di seguire e partecipare al processo.

Vito Ferrarese, morto sullo scafo bluDefinitive le pene, dunque, per l’ex capo della sezione catturandi della Mobile brindisina, Pasquale Filomena, difeso dagli avvocati Augusto Conte e Paolo D'Amico: 9 anni e 2 mesi di reclusione (interdizione ridotta a cinque anni); riformata la sentenza dopo un annullamento senza rinvio, con contestuale sconto rispetto all'Appello per Aldo Cigliola che dovrà scontare 4 anni e 11 mesi (lo difende Ladislao Massari). Inammissibile il ricorso per Aldo De Santis percui resta confermata la pena di 2 anni e 9 mesi. Poi per i collaboratori più diretti di Filomena, Giovanni Perrucci ed Emanuele Carbone, 4 anni a testa.

Per il blocco dei pregiudicati brindisini coinvolti nelle torbide vicende collaterali, annullato senza rinvio con riforma e sconto di un terzo della pena per Fabio Fornaro, condannato a 6 anni, Cosimo Patronelli (difeso da Ladislao Massari e Giacomo Serio) condannato a 3 anni e 2 mesi, mentre anche per Oliver Cannalire, Flavio Maggio e Teodoro Sciarra, difesi da Gianvito Lillo e Vito Epifani, annullamento con rinvio alla Corte di Appello di Lecce ma solo per la rideterminazione della pena comminata dalla corte tarantina (era stata negata la diminuente).

Ha retto dunque la struttura accusatoria per quei fatti messa insieme dal pm dell’epoca, l’allora sostituto procuratore Leonardo Leone De Castris. Nella scia di quello scafo blu impegnato in un tentativo di fuga disperato al largo della costa a sud di Brindisi, nella notte tra il 13 ed il 14 giugno del 1995, galleggiavano i relitti delle relazioni pericolose di una settore della polizia brindisina, ben circoscritto, con il mondo del contrabbando, e soprattutto con Benedetto Stano, che era al vertice dell’enclave brindisina in Montenegro, utilizzate da un lato per liberarsi di latitanti scomodi o inutili per i clan dominanti, dall’altro per fare carriera e soldi, sostenne la pubblica accusa.

Pasquale FilomenaSino al punto da entrare attivamente nelle trame degli scontri tra fazioni avverse della Scu legata al traffico di sigarette, chiedendo favori anche ad altri personaggi come l’ex caposquadra contrabbandiere pentito, Franco Trane. Diventerà collaboratore di giustizia anche Stano, catturato proprio da Filomena. Il pressing della questura sul contrabbando era diventato perciò un affaire dai molteplici volti, governato dagli scenari disegnati da Filomena. Così quella tragica notte, su un elicottero della Polizia di Stato furono caricate armi lunghe automatiche, bombe a mano, e ci salirono anche il questore in persona, Antonacci e il capo della Mobile.

Un equipaggiamento e un equipaggio inusuali per una ricognizione tesa ad individuare scafi contrabbandieri che avrebbero potuto avere a bordo carichi di armi da guerra procurate ai margini del conflitto nella ex Jugoslavia, e latitanti. Dall’elicottero fu scatenato l’inferno contro il veloce motoscafo pilotato da Vito Ferrarese: la notte brindisina fu segnata da lampi e detonazioni lontane. Alla fine su quella barca restarono un cadavere e un prigioniero. Qualcuno poi ci aggiunse una mitraglietta per dimostrare che l’equipaggio era armato. Si sparò, dissero gli imputati, perché quando il faro dell’elicottero fu puntato contro lo scafo blu a bordo qualcuno impugnò un’arma. Non era quella la verità, ha definitivamente stabilito stasera la Cassazione chiudendo uno dei capitoli più neri della storia di “Marlboro City”.

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