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Sabato, 28 Gennaio 2023
Cronaca

Poliziotti a processo: dopo l'aula di giustizia, la discriminazione disciplinare

Fatte le sentenze, chiuse le storie giudiziarie, restano quelle umane. E si può anche scoprire che qualcuno ha pagato un prezzo, sul piano personale, più alto di quanto dovuto allo Stato. Perché per un poliziotto non c'è solo la pena inflitta dai giudici

BRINDISI – Fatte le sentenze, chiuse le storie giudiziarie, restano quelle umane. E si può anche scoprire che qualcuno ha pagato un prezzo, sul piano personale, più alto di quanto dovuto allo Stato. Perché per un poliziotto non c’è solo la pena inflitta dai giudici, ma anche la misura determinata dalla pubblica amministrazione. Un prezzo, talvolta, superiore a quello di altri imputati anche se condannati per reati più gravi. E’ accaduto nella vicenda processuale in cui si inquadra la morte del contrabbandiere brindisino Vito Ferrarese, su cui la Corte di Cassazione mercoledì sera ha pronunciato la sentenza definitiva quasi per tutte le persone coinvolte salvo cinque (il vicequestore Pietro Antonacci, il questore Francesco Forleo, e tre altri imputati che dovranno rifare il processo di secondo grado per una questione di diminuenti di pena).

Stecche di Marlboro sequestrateMario Greco, oggi 54enne e in pensione, due anni fa – era già in congedo – fu destituito dalla Polizia di Stato in seguito al coinvolgimento in questo processo. Una decisione assunta dalla apposita commissione costituita presso la questura di Brindisi, che concretamente “convalida” i cinque anni di sospensione stabiliti come misura cautelare all’epoca dei fatti. Greco, va detto subito, è stato condannato solo per una circostanza di falso, mentre per tutte le altre imputazioni non ha ricevuto nei vari gradi di giudizio prescrizioni, ma assoluzioni, e non è stato neppure interdetto dai pubblici uffici. E questo non è un particolare secondario.

Questo poliziotto, che faceva parte della sezione catturandi della Mobile brindisina, era stato trasferito da Torino a Brindisi per motivi di sicurezza, perché aveva partecipato ad indagini sui clan della ‘ndrangheta calabrese in quella città. Per gli investigatori che si occuparono dell’uccisione di Vito Ferrarese e delle attività illegali della cosiddetta “Squadra mobile deviata”, Mario Greco era una persona che aveva avuto un ruolo consapevole nelle azioni decise dal capo della sezione, Pasquale Filomena. Per i giudici invece no, perché lo hanno scagionato con sentenza da accuse gravi di armi e dal reato associativo.

Il tribunale di BrindisiGreco è stato condannato – in via definitiva perché non ha proposto ricorso in Cassazione – il 23 gennaio 2013 dalla Corte d’Assise di Appello di Taranto, a 2 anni e 8 mesi, per aver firmato un verbale di rinvenimento di armi clandestine nelle campagne di Serranova. Una relazione di servizio, che porta la data del 30 giugno 1995, in cui è scritto che il carico era stato lasciato da una Fiat Uno in corsa durante un inseguimento, e poi recuperato dalla sezione catturandi. In realtà, quel carico di armi sarebbe stato consegnato – secondo le accuse - la sera prima da due esponenti della mala brindisina al capo della sezione e ad un altro agente. Il rinvenimento fu una simulazione. Mario Greco disse a propria difesa di non essere mai stato a conoscenza di quel retroscena: aveva partecipato solo al recupero. I giudici gli hanno creduto, escludendo l’accusa di trasporto illegale di armi anche da guerra. E’ rimasto solo il reato di falso.

Lo scafo blu di Vito FerrareseChi lo aveva messo in quella situazione, in un memoriale consegnato al magistrato inquirente, scrisse verso la fine: “Chiedo perdono a Mario Greco per averlo coinvolto”. Però Mario Greco, oltre alla condanna del 23 gennaio del 2013, a differenza di altri imputati che non hanno ricevuto la destituzione dalla Polizia di Stato per aver impugnato il difetto di notifica della convocazione, è stato estromesso dal corpo per un reato minore, e paradossalmente ha perso anche i cinque anni di pensione, di contributi e di trattamento di fine rapporto corrispondenti agli anni della sospensione. I suoi 30 anni di servizio alla data del pensionamento volontario, sono diventati 25 due anni fa con la destituzione.

Ora i termini per proporre ricorso al Viminale sono scaduti, ma Greco sta lavorando a una domanda formale di ristoro morale. Perché? Perchè altri imputati davanti alla giustizia amministrativa hanno chiesto e ottenuto il trattamento riservato a colleghi che invece non erano stati sottoposti alla procedura. Mario Greco non fu nemmeno avvertito dagli ex colleghi di tale possibilità di ricorso. Così va il mondo. Serve raccontare una storia così? Certo, perché sono tanti quelli che patiscono conseguenze più dure di quanto la giustizia abbia deliberato. Fa molto più male il silenzio. Per inciso: per i funzionari coinvolti nel processo la commissione disciplinare non si è ancora riunita.

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