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Tentata estorsione mafiosa, condannato solo Donato Borromeo

Quattro anni e otto mesi a fronte degli otto chiesti dal pm nel processo scaturito dalla denuncia poi ritirata dalla titolare di un box di fiori: trasmissione degli atti in Procura per la donna e i suoi genitori. Due anni a Serena Lorenzo e a Marco Schirinzi per sottrazione della corrispondenza. Assolti Giovanni Borromeo, Luca Ferrari e Francesco Palma

BRINDISI -  Cinque ore in camera di consiglio, prima di arrivare alla sentenza con cui è stato condannato per tentata estorsione mafiosa il brindisino Donato Borromeo, 41 anni: quattro anni e quattro mesi di reclusione a fronte della richiesta di otto presentata dal pm della Dda di Lecce a conclusione del processo scaturito dalla denuncia, poi ritirata, presentata dalla titolare di in box di fiori nella zona del cimitero di Brindisi.

Donato Borromeo-3-2La sentenza del Tribunale, presidente Domenico Cucchiara, è arrivata poco prima delle 22, per le motivazioni bisognerà aspettare 90 giorni, ma la difesa di Borromeo, affidata all’avvocato Laura Beltrami ha già anticipato il ricorso in Appello nell’interesse dell’imputato  che si è sempre professato innocente e che era presente in aula al momento della lettura del dispositivo al pari degli altri, per i quali il collegio giudicante è arrivato a conclusioni differenti rispetto a quelle evidenziate dal sostituto procuratore Alberto Santacatterina.

Sono stati assolti, infatti, dall’accusa di tentata estorsione aggravata dalle modalità mafiose Giovanni Borroneo, 45 anni, fratello di Donato, e Luca Ferrari, 38 anni, (ex) marito della donna che denunciò: per il primo erano stati chiesti cinque anni, per l’altro sei anni di reclusione. Assoluzione anche per Francesco Palma, 36 anni, l’unico imputato per il quale il pm aveva invocato tale conclusione.

Due anni di reclusione, infine, sono stati inflitti a Serena Lorenzo, 27 anni, compagna di Donato Borromeo,a fronte dei sei anni chiesti dal rappresentante della pubblica accusa. Stessa condanna per Marco Schirinzi, dipendente delle Poste, per il quale erano stati chiesti tre anni. Entrambi sono stati riconosciuti colpevoli violazione, sottrazione e soppressione di corrispondenza, Schirinzi anche di falsità ideologica. Per Serena Lorenzo è caduta l’accusa di tentata estorsione mafiosa.

Il Tribunale ha disposto la trasmissione degli atti in Procura per le posizioni di Stefania Bissante, la donna che sporse denuncia e che ritirò tutto in sede di udienza davanti ai giudici, e per i suoi genitori Damiano Bissante e Vittoria De Pasquale. Sarà dunque l’ufficio del pubblico ministero a stabilire se ci siano state condotte penalmente rilevanti oppure no.

Tutti ad eccezione del dipendente delle Poste furono arrestati il 14 novembre 2015 nell’ambito dell’inchiesta delegata agli agenti della Digos e ai carabinieri del Nucleo investigativo di Brindisi Il processo ha per oggetto il chiosco di via Ticino, alle spalle del cimitero nuovo di Brindisi, che nella notte del 2 dicembre venne distrutto da un incendio, i cui responsabili sono ad oggi senza nome. L’episodio, infatti, non figura nel capo di imputazione.

Secondo la Dda “i cinque, in concorso tra loro” avrebbero compiuto “atti idonei a costringere” la donna “a cedere senza alcun corrispettivo a Donato Borromeo il contratto di concessione dell’immobile e la licenza dell’attività commerciale”. La titolare non si è costituita parte civile nel processo e ha ritrattato le accuse quando è stata ascoltata come teste. Proprio in considerazione del passo indietro, il pubblico ministero ritenendo che fosse dettato da paura se non addirittura minaccia,  e aveva chiesto al Collegio giudicante di acquisire i verbali resi all’epoca delle indagini dalla donna ma il Tribunale,  ha respinto.

Per il pm, in ogni caso, è da ritenere provata la vicinanza di Donato Borromeo alla Sacra Corona Unita, in relazione a quanto sostenuto dai collaboratori di giustizia come Ercole Penna (nella foto) e Francesco Gravina, ascoltati come testimoni nel processo.

Lo scorso 25 febbraio Borromeo ha reso l’esame professandosi innocente:  “Ero in società con la donna titolare del chiosco con il marito, Luca Ferrari”, ha detto. “Non sono mai stato affiliato: ho fatto reati per me, perché avevo bisogno di soldi ma poi sono caduto nella droga”, ha spiegato rispondendo alle domande del suo difensore, Laura Beltrami. “Quanto ai pentiti Penna e Gravina io non li ho mai visti, non conosco neppure Tobia Parisi: leggo di loro sui giornali”, ha aggiunto nella stessa occasione.

Nel collegio difensivo le penaliste Daniela D’Amuri, Silvia Franciosa e Donata Perrone.

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