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“I dirigenti sapevano: contaminate due milioni e mezzo di tonnellate di polveri”

Tra gli indagati i funzionari di Cerano Ascione, Pistillo e Bassi, l’ex proprietario Ilva Nicola Riva e i commissari. Dalle intercettazioni: “Quel consulente della Procura è un farabutto”

BRINDISI – Sapevano, i dirigenti. Ma nulla hanno fatto per impedire “illeciti nella gestione e nel traffico dei rifiuti”. Secondo la Dda di Lecce i funzionari della Centrale di Cerano, Antonino Ascione, Luciano Mirko Pistillo e Fausto Bassi, così come l’ex proprietario dell’Ilva di Taranto, Nicola Riva, l’ex custode Bruno Ferrante e gli attuali commissari Enrico Laghi, Corrado Carruba e Piero Gnudi, proprio in relazione ai ruoli ricoperti non potevano non sapere.

Il pm Alessio CoccioliSarebbero stati pienamente consapevoli del fatto che le ceneri non fossero polveri di carbone, ma “contaminate da sostanze pericolose”. Sull’asse Brindisi-Taranto il numero degli indagati è arrivato a 31 nell’inchiesta coordinata dal  sostituto procuratore dell’Antimafia salentina, Alessio Coccioli (nella foto accanto), e dall’aggiunto della Procura di Taranto Lanfranco Mazzaria. Le notifiche degli avvisi di garanzia, contestuali ai decreti di sequestro con facoltà d’uso per i prossimi due mesi, sono legate alla contestazione di reati ambientali per la presenza di “nichel, mercurio, vanadio e ammoniaca”. Non possono esserci dubbi per i pm. Non dopo aver ottenuto le conclusioni della perizia affidata a Marco Sanna. Si tratta dello stesso consulente al quale la Procura di Brindisi affidò le valutazioni del processo di (mal) funzionamento delle torce del Petrolchimico in relazione alle continue accensioni. Anche in quel caso ci fu il sequestro con contestazioni di reati ambientali: smaltimento illecito di rifiuti. Altra storia in terra di Brindisi.

In quella attuale, venuta a galla con le indagini dei finanzieri del Nucleo di polizia tributaria di Taranto, il consulente sarebbe stato anche definito come “farabutto” da alcuni degli indagati intercettati. L’inchiesta ha dimensioni notevoli per l’ammontare del sequestro disposto dal gip Antonia Martalò, anche per equivalente dei “saldi attivi di conti correnti, delle quote e partecipazioni azionarie, dei depositi, titoli, crediti, dei beni mobili registrati ed immobili”: 523 milioni e 326mila euro, pari al profitto che, secondo la Procura,  Enel Produzione avrebbe conseguito nel periodo compreso fra settembre 2011 – settembre 2016. Prima ancora, sono notevoli le dimensioni della contaminazione, poiché nella perizia c’è il riferimento a quasi due milioni e mezzo di tonnellate di polveri di carbone che avrebbero dovuto essere smaltite come rifiuti pericolosi e che, invece, sarebbero state immesse nel ciclo produttivo.

Per quale motivo Enel non ha “mai utilizzato” impianti che pure erano stati realizzati per stoccare e separare le ceneri? Per risparmiare e conseguire un guadagno, secondo i pm. Sarebbe stata una scelta dei vertici, da qui la contestazione della “piena consapevolezza dei dirigenti indagati”, dimostrata dai “gravi indizi” costituti, oltre che dalla consulenza, dal contenuto di una serie di intercettazioni. Perché le conversazioni ascoltate, per lo meno stando alla lettura dei magistrati e del gip che ne ha condiviso le richieste, svelano persino la volontà di “confondere gli inquirenti presentando dati alterati e non veritieri”. Questo, dopo aver appreso dell’esistenza dell’inchiesta, in seguito al sequestro di un’area interna alla Cementir. Non solo. Tra gli indagati, ci sarebbe stato persino qualcuno che avrebbe suggerito di “evitare di comunicare con l’Arpa”.  Ma il muro della blindatura è caduto. E l’inchiesta

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