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Il chiosco di fiori oggetto del processo in cui è imputato Donato Borromeo

Il chiosco di fiori oggetto del processo in cui è imputato Donato Borromeo

Processo Donato Borromeo, chiesti otto anni per tentata estorsione mafiosa

La requisitoria del pm nel processo scaturito dalla denuncia, poi ritirata, della titolare di un box di fiori al cimitero. Nel corso della requisitoria, evidenziati i legami con la Sacra Corona Unita sulla base dei verbali dei pentiti

BRINDISI – Il pubblico ministero ha confermato l’accusa iniziale di tentata estorsione mafiosa nei confronti di Donato Borromeo, 41 anni, brindisino (nella foto), e ha chiesto la condanna a otto anni di reclusione più duemila euro di multa nel processo scaturito dalla denuncia, poi ritirata, di una donna titolare di un chiosco di fiori vicino al cimitero del capoluogo.

Donato Borromeo-2-2Per il pm Alberto Santacatterina della Direzione Distrettuale Antimafia di Lecce, nel corso del dibattimento si sono formati tali e tanti elementi di prova a sostegno del capo di imputazione, contestato anche al fratello dell’imputato principale, Giovanni Borromeo,45,  per il quale ha chiesto la condanna a cinque anni.

Richiesta di condanna, inoltre, per Serena Lorenzo, 27, alla pena di sei anni e 500 euro di multa (è l’attuale compagna di Donato Borromeo), nonché per Luca Ferrari, 38, ex marito della donna titolare del chiosco, alla pena di sei anni. Chiesta, infine, la condanna per Marco Schirinzi, dipendente delle poste italiane, alla pena di tre anni, accusato di violazione, sottrazione e soppressione di corrispondenza, nonché di falsità ideologica.

Una sola richiesta di assoluzione, è stata consegnata al Tribunale e riguarda per Francesco Palma, 36 anni, con formula dubitativa. Tutti ad eccezione del dipendente delle Poste furono arrestati il 14 novembre 2015 nell’ambito dell’inchiesta delegata agli agenti della Digos e ai carabinieri del Nucleo investigativo di Brindisi. Borromeo e gli altri, nel frattempo, hanno ottenuto i domiciliari e questa mattina hanno partecipato all’udienza celebrata davanti al Tribunale di Brindisi.

Il processo ha per oggetto il chiosco di via Ticino, alle spalle del cimitero nuovo di Brindisi, che nella notte del 2 dicembre venne distrutto da un incendio, i cui responsabili sono ad oggi senza nome. L’episodio, infatti, non figura nel capo di imputazione.

Alberto Santacatterina, il pmSecondo il pm Santacatterina della  Dda (in foto)  “i cinque, in concorso tra loro” avrebbero compiuto “atti idonei a costringere” la donna “a cedere senza alcun corrispettivo a Donato Borromeo il contratto di concessione dell’immobile e la licenza dell’attività commerciale”. La titolare non si è costituita parte civile nel processo e ha ritrattato le accuse quando è stata ascoltata come teste. Proprio in considerazione del passo indietro, il pubblico ministero ritenendo che fosse dettato da paura se non addirittura minaccia,  questa mattina, ha chiesto al Collegio giudicante di acquisire i verbali resi all’epoca delle indagini dalla donna ma il Tribunale, dopo due ore di Camera di consiglio, ha respinto.

Per il pm, in ogni caso, è da ritenere provata la vicinanza di Donato Borromeo alla Sacra Corona Unita, in relazione a quanto sostenuto dai collaboratori di giustizia come Ercole Penna e Francesco Gravina, ascoltati come testimoni nel processo.

Lo scorso 25 febbraio Borromeo ha reso l’esame professandosi innocente:  “Ero in società con la donna titolare del chiosco con il marito, Luca Ferrari”, ha detto. “Non sono mai stato affiliato: ho fatto reati per me, perché avevo bisogno di soldi ma poi sono caduto nella droga”, ha spiegato rispondendo alle domande del suo difensore, Laura Beltrami.

“Quanto ai pentiti Penna e Gravina io non li ho mai visti, non conosco neppure Tobia Parisi: leggo di loro sui giornali”, ha aggiunto nella stessa occasione. Nel collegio difensivo le penaliste Laura Beltrami, Daniela D’Amuri, Silvia Franciosa e Donata Perrone.

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